di Silvio Ferretti

Sono in attività da soli 7 anni, ma hanno già al loro attivo quattro album (più un quinto in attesa di pubblicazione) e tour in tutto il mondo, inclusi Egitto, Medio Oriente, Giappone e addirittura Cina.

Hanno suonato alla celeberrima Carnegie Hall, con un clamoroso ‘tutto esaurito’, e stanno riuscendo nella difficile impresa di avere dei ‘crossover hits’nel campo piuttosto chiuso del gospel nero.

Non sto parlando di Pavarotti e colleghi, bensì della Nashville Bluegrass Band, la “hot new traditional bluegrass band” degli anni ’90, la “Apple computer del bluegrass”, la”migliore bluegrass band del momento”, per citare solo alcuni dei modi in cui è stata definita.

Per molti, Nashville è sinonimo di country mieloso fortemente tinto di pop e quanto mai lontano dalle origini, mentre ‘bluegrass’ richiama alla mente una musica ruspante, vivace, magari a volte un po’ approssimativa ma sempre energica e soprattutto fedele alla tradizione.

L’accostamento di questi due concetti nel nome di una band sembra una cosa un po’ azzardata, ma in realtà così non è, se si considera che oggi Nashville significa soprattutto suono e che anche il bluegrass più tradizionale può, e deve, essere attento al suono. Nashville significa anche una nuova generazione di incredibili musicisti, ‘session people’ricercatissimi, attorno a cui si formano, ruotano e vivono gruppi di livello tecnico impensabile fino a non molti anni fa.

E la Nashville Bluegrass Band (NBB per gli amici) signfica proprio questo: il perfetto connubio di ‘Nashville sound’ e bluegrass. A Nashville sono giunti, in anni diversi e da diverse esperienze musicali (non sempre e solo nel campo del bluegrass) i cinque componenti della NBB, e il suono della band è nato e si è sviluppato in modo quasi naturale proprio per effetto della fusione di queste diverse personalità musicali.

Voglio ‘fare parlare’ (involontariamente) Alan O’Bryant, banjoista e vocalist principale della band insieme col chitarrista Pat Enright, per meglio definire lo stile del gruppo: “Il bluegrass vecchio stile mi coinvolge profondamente: non mi ha mai molto interessato questa roba frenetica che senti oggi, e che ha contribuito in parte a dare una pessima reputazione al bluegrass. Molta gente sente solo questa parte plateale e vistosa, che è stata forzatamente sensazionale, e considera che il bluegrass sia tutto lì. Noi tentiamo al contrario di avere un approccio più ampio alla musica, e di dare il massimo nel corso dei concerti, concentrando l’attenzione del pubblico con qualcosa di un po’ diverso in ogni canzone”.

E Pat Enright aggiunge: “Amiamo il blues, amiamo le canzoni con una certa tensione, con qualcosa che ti prende dentro. Il nostro suono è nato spontaneamente con questa impronta, e abbiamo sempre cercato materiale, senza restrizioni, e pensiamo di avere una sorta di dispositivo di auto controllo che si inserisce automaticamente, aiutandoci ad eliminare i pezzi che non fanno per noi”.

Così capita di sentire il gruppo passare dallo strumentale più tradizionale a un duetto degli Everly Brothers, a un originale dello stesso O’Bryant, a un gospel della più pura tradizione nera, con disinvoltura e apparente facilità.

La definizione di ‘migliore bluegrass band in attività’, a mio parere meritata, ha solide basi, e può rendere ragione di questa ‘facilità’ e disinvoltura: nella NBB troviamo il violinista più ricercato di Nashville (Stuart Duncan), due grandiosi vocalist (i già citati Alan O’Bryant e Pat Enright) magnifici anche sui rispettivi strumenti, un veterano del mandolino bluegrass (Roland White) e un contrabbassista (Gene Libbea) per cui molti si chiedono come mai fatto restare in relativa oscurità durante i suoi lunghi anni di ‘gavetta’ nel circuito californiano.

Ma sappiamo bene che la solita tecnica non sempre rende ragione del successo di un gruppo: nel caso della NBB sicuramente è ‘soul’ la parola chiave per capire il notevole impatto della band. I gospel ‘a cappella’ sono incredibilmente emozionali, autorevoli e brillanti, le armonie vocali sono in ogni momento intense, complesse, sottilmente perfette, e le parti strumentali hanno vigore, brillantezza e rara energia.

In ogni momento i musicisti della band lasciano esplodere questa loro passione per la musica che suonano, con un misto di rispetto per la tradizione e desiderio di crescere, in una rara combinazione di esperienza e talento.

Può forse essere difficile fare capire a parole lo stile della NBB, ma è certamente molto facile ricooscerlo all’ascolto, e sono molto lieto di annunciare agli appassionati di bluegrass e a tutti coloro che fossero stati incuriositi da queste mie righe, che avremo modo di apprezzare il suono della NBB in due concerti che si terranno a novembre in Italia, il 13 a Torino e il 14 a Milano, grazie all’entusiasmo e al lavoro della BMAI (Bluegrass Music Association Of Italy).

La musica fresca, variegata e raffinata che già conosciamo da My Native Home, Idle Time, To Be His Child e The Boys Are Back In Town e che presto torneremo ad apprezzare in Home Of The Blues (credetemi…), ci arriverà finalmente (buoni ultimi in Europa) in versione live e credo di poter garantire a chiunque che il gruppo ci darà due concerti memorabili.

Una sola avvertenza: la NBB è sconsigliata a chi non ama la pelle d’oca da buona musica, è racccomandata a tutti coloro che sanno apprezzare ottima musica acustica di ampio respiro e di gusto ineccepibile, suonata da un gruppo che più di chiunque altro può fare da ‘ambasciatore’ per il bluegrass e più di chiunque altro può mostrarne la validità e l’attualità, nel rispetto di una tradizione sempre viva e presente.

Articolo pubblicato su Country Store n. 11, anno 1991


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