Amici, chiudete gli occhi, rilassatevi e preparatevi ad un viaggio a
ritroso nel tempo…I Doors debuttano per l’Elektra e Joni M
Amici,
chiudete gli occhi, rilassatevi e preparatevi ad un viaggio a ritroso nel
tempo…I Doors debuttano per l’Elektra e Joni Mitchell per la Reprise.
I Byrds
cantano So You Wanna Be A Rock’n’Roll Star ed i Buffalo Springfield Mr.Soul:
sì, siamo nel 1967. La cronaca quotidiana tiene fra l’altro a battesimo l’esordio
discografico su etichetta Liberty di una band californiana che già all’epoca
vantava un certo seguito nella zona di Orange County e che si era messa insieme
fondandosi sul presupposto, peraltro molto radicato fra i suoi componenti, di
“non dover lavorare per vivere”.
Questo
stravagante combo era il primo nucleo, discograficamente parlando, della Nitty
Gritty Dirt Band.
1967 - The Nitty Gritty Dirt Band –
Liberty
Nata
dalla evoluzione della Illegitimate Jug Band – in quanto priva di qualsiasi strumento
jug – che perde per strada la futura star Jackson Browne, la nostra compagine
comprende Bruce Kunkel, Jeff Hanna, Jimmie Fadden, Ralph Barr, Les Thompson e
John McEuen.
I ragazzi
si fanno le ossa suonando al Paradox ed alla Mecca, noti club dell’allora
effervescente scena losangelena.
La
strumentazione è decisamente limitata ed il suono è fortemente atipico ed
improntato alla ‘music for fun’.
Non
esiste una traccia stilistica riconducibile alla Nitty Gritty Dirt Band degli
esordi, se non un caleidoscopio di suoni apparentemente poco amalgamabili ed
amalgamati, ma che trovano coesione nella poliedricità dei talenti che ne fanno
parte: la ballata a firma di Jackson Browne Holding e l’accattivante Buy
For Me The Rain, primo hit del gruppo, ben poco hanno a che spartire con la
sgangherata Euphoria o con la Melissa che tanto fa anni ’20,
anche per l’utilizzo dei blocchi di legno come strumenti, a riesumare il ritmo
del tip-tap e della voce sapientemente trattata. Non mancano le rielaborazioni
dei classici quali Candy Man, con Fadden all’armonica, a gettare le basi
del futuro NGDB sound o gli episodi più squisitamente jug quali I Wish I
Could Swim... e Crazy Words Crazy Tune.
Un
calderone ribollente di idee, molte delle quali ancora a livello embrionale, ma
che comunque convincono (buon per noi) i responsabili della Liberty, visto che,
entro la fine dello stesso anno 1967, esce il seguito di The NGDB nei
solchi di Ricochet.
1967 –
Ricochet – Liberty
Una
pallottola di rimbalzo (questo il significato del titolo), che comunque
colpisce nel segno. Figurano ancora composizioni di Jackson Browne (Shadow
Dream Song e It’s Raining Here In Long Beach, che resteranno a
tutt’oggi inedite nella sua produzione solista), accanto ad episodi con le più
svariate origini: dal rag-time completo di tip-tap di Coney Island Washboard
alle influenze acid…ule di Search The Sky.
Dalla
ballata fortemente sixties di Truly Right a firma Brewer & Shipley,
alla più meditativa Tide Of Love, partorita dalla coppia Greg
Copeland-Steve Noonan, gente dell’entourage della NGDB fin dagli inizi e
ciascuno titolare di un oscuro album solista (rispettivamente Revenge Will
Come su Geffen e Steve Noonan su Elektra, contenente la stessa Tide
Of Love, oltre a She’s A Flying Thing, Tumble Down, The
Painter, la già citata Shadow Dream Song, oltre ad un episodio
scritto a quattro mani con Jackson ed intitolato Trustin’ Is A Harder Thing.
Forti
riferimenti alla musica di oltre oceano nella quasi-beatlesiana; ancora jug
band con Happy Fat Annie, per finire con la semi-demenziale The Teddy
Bear’s Picnic. Senza il senno di poi è onestamente difficile pronosticare
un qualsiasi futuro al gruppo, che nel frattempo non ha mutato la line-up, ma
la storia ci smentisce e nel 1980 la United Artists giapponese ristamperà il
disco sull’onda del successo riportato dalla NGDB in versione country-rock,
quella decisamente migliore.
1968 -
Rare Junk – Liberty
Arriviamo
al 1968 per trovare la NGDB ancora in casa Liberty, con una terza prova al suo
attivo, Rare Junk. La strumentazione si è notevolmente ampliata, il
gusto compositivo ed interpretativo si è affinato, Bruce Kunkel è stato
sostituito da Chris Darrow (!) e fra gli ospiti di questo album troviamo grossi
nomi del futuro firmamento californiano: Bearnie Leadon (degli Hearts &
Flowers, poi con Kentucky Mountain Boys, Dillard & Clark, Flying Burrito
Brothers, Eagles e Leadon-Georgiades Band), Johnny Sandlin (guru del
southern-rock), Paul Hornsby e Rodney Dillard (Dillards).
Le
influenze si dividono fra un blues personalizzato (Mournin’ The Blues, End
Of Your Line ed Hesitation Blues) ed un suono più variegato e dalle
provenienze più disparate: New Orleans, ancora jug-music e canzone
d’autore: Reason To Believe (Tim Hardin), These Days (Jackson
Browne) e A Number And A Name (Steve Gillette). La band non ha ancora
definitivamente messo a fuoco la propria identità artistica e questo è un fatto
evidente. Il salto di qualità arriverà solo nel 1970, grazie al passaggio a
sonorità più vicine al filone country-rock, ma non precorriamo i tempi.
1969 –
Alive – Liberty
I gruppo
non stravende di sicuro, ma continua a suonare dal vivo ed accumulando
esperienza preziosa, come dimostra il live intitolato senza una gran fantasia Alive
e che contiene estratti delle performances del Troubadour di proprietà di Doug
Weston ed ubicato in quel di Los Angeles.
Ritroviamo
Buy For Me The Rain, Crazy Words, Crazy Tunes (in due
diverse takes), Candy Man, una gradevole versione del classico bluegrass
di Earl Scruggs Foggy Mountain Breakdown ad opera di John McEuen, il
blues tirato di Rock Me Baby, la divertente Fat Boys Can Make It In
Santa Monica, la cajun-oriented Alligator Man e la conclusiva Goodnight
My Love Pleasant Dreams, irriverente parodia del sound dei primi sixties
più edulcorati.
Fino a
questo punto, si tratta di scegliere l’approccio al gruppo da parte
dell’appassionato: il collezionista accanito cercherà di rintracciare ogni
singolo album, l’ascoltatore meno motivato potrà accontentarsi del solo disco
di esordio.
1970 – Uncle Charlie & His Dog Teddy
– Liberty
Il 1970
rappresenta dunque il giro di boa ed il conseguente salto di qualità della
NGDB. A tutt’oggi uno dei loro dischi migliori, se non addirittura il migliore
in assoluto, Uncle Charlie & His Dog Teddy raccoglie alcune gemme
della produzione del gruppo, che nel frattempo ha perso Chris Darrow.
Molte le
covers e tutte bellissime: l’iniziale Some Of Shelley’s Blues e Propinquity
(entrambe di Michael Nesmith (prima con i Monkees – fu preferito a Stephen
Stills - poi con la First National Band), Prodigal Son’s Return, Yukon
Railroad, Santa Rosa, House At Pooh Corner di Kenny Loggins, Livin’
Without You di Randy Newman, Rave On, il rock di Norman Petty, Randy
Lynn Rag di Earl Scruggs, per finire con la più bella cover in assoluto
(parere necessariamente soggettivo) del classico per eccellenza di Jerry Jeff
Walker, Mr.Bojangles, con quell’inconfondibile intro di chitarra
acustica e mandolino, quell’ormai personalissima armonica ed il dolce
pianoforte a supportare la voce solista di Jeff Hanna che fra i brani originali
firma The Cure, mentre Jimmie Fadden scrive Uncle Charlie e John
McEuen crea Opus 36, senza tralasciare gli arrangiamenti di classici
senza tempo quali Swanee River (Stephen Foster) e Billy In The Low
Ground.
Il disco
è pervaso da un forte senso di coesione, mai emerso in precedenza, che lo
avvicina molto ad un concept-album. La musica scorre da un brano all’altro
senza dare l’impressione di interrompersi: un flusso costante di good
vibrations che ci lascia solo il desiderio di ripeter all’infinito l’ascolto
del disco.
1971 – All The Good Times – United
Artists
Il 1971
vede la NGDB passare dalla Liberty alla United Artists con il seguito di Uncle
Charlie… Sull’onda dell’interesse suscitato, esce All The Good Times
e si rimane sempre su ottimi livelli.
La band è
artisticamente in mano a John McEuen, responsabile della virata country-rock
del gruppo e ci si guadagna in omogeneità, esattamente ciò che mancava nei
primi quattro albums. Apre le danze una trascinante versione di Sixteen
Tracks, registrata live al Golden Bear di Huntington Beach, CA.
E’
comunque l’unico episodio dal vivo, insieme alla scanetata e conclusiva Diggy
Liggy Lo. Fish Song sfoggia arrangiamenti vocali tipici dell’epoca –
bei tempi per il California sound. Ancora Jimmie Fadden sugli scudi per il
blues di Creepin’ ‘Round Your Back Door e per il country-rock di Daisy.
Baltimore di Jim Ibbotson è ancora tipico
NGDB sound, mentre Civil War Trilogy si rifà ovviamente al patrimonio
fokloristico USA del periodo della Guerra di Secessione 1861-1865. Il resto del
disco è costituito da eccellenti covers: Jambalaya (Hank Williams), Down
In Texas (Eddie Hinton), Do You Feel It Too (Richie Furay) e Jamaica
Say You Will (Jackson Browne) su tutte: il disco risulta ancora
estremamente compatto e tutti i brani suonano come se fossero originali del
gruppo, tanto la loro interpretazione è vissuta in prima persona: degno seguito
del suo predecessore. Il gruppo è al suo apice.
1972 – Will The Circle Be Unbroken –
United Artists
Ormai
assorti al rango di superstars di un certo country-rock californiano
particolarmente vicino alla tradizione, i ragazzi del gruppo, come sempre
guidati dal fido manager William McEuen, fratello di John, decidono di
misurarsi con un progetto molto ambizioso: gettare un ponte ideale fra la
country-music della vecchia guardia e quella delle nuove leve.
Nasce così
il mastodontico – ed imperdibile – triplo album Will The Circle Be Unbroken
ed è la consacrazione definitiva. Nelle sei facciate vengono assemblati i più
bei nomi (allora viventi) della country-music, spesso affiancati dai membri
della band.
Risentiamo così Mother Maybelle Carter, Doc Watson,
Merle Travis, Roy Acuff, Earl Scruggs, Vassar Clements, Junior Huskey e Jimmy
Martin. Non è facile
trattenere la commozione riascoltando Mother Maybelle che interpreta, fra le
altre, I’m Thinkin’ Tonight Of My Blue Eyes, Keep On The Sunny Side,
The Wildwood Flower ed il primo verso del title-track, quella stessa Will
The Circle Be Unbroken che riunisce ben diciotto vocalist nel coro del
ritornello, per non menzionare l’impressionante line-up degli strumentisti.
Il triplo
album racchiude addirittura trentasette song eseguite nel più profondo rispetto
ed amore per una musica assolutamente americana e per coloro che l’hanno resa
grande; sentimenti ben espressi e riassunti in Grand Ole Opry Song, sorta di
tributo ai grandi della country-music.
1974 – Stars & Stripes – United
Artists
Due anni
passano dallo sforzo di Will The Circle Be Unbroken, la band è
giustamente osannata e richiesta da legioni di fans che accolgono calorosamente
il secondo live del gruppo, il celeberrimo, doppio – e discontinuo – Stars
& Stripes. Les Thompson non è più nella formazione ufficiale, ma
compare ugualmente in veste di ospite insieme a Vassar Clements, Doug Jernigan
e Jerry Mills.
Il disco,
nonostante venda moltissimo (grazie anche al successo del precedente triplo)
risulta dunque disomogeneo a causa delle interruzioni, delle interviste e dei
monologhi che lo costellano. Il repertorio è diviso fra eccellenti covers (tra
quelle inedite nella discografia dei nostri beniamini, da segnalare Cosmic
Cowboy Souvenir di Michael Murphey, Teardrops In My Eyes, l’inno
nazionale statunitense Stars & Stripes Forever, qui in versione
acustica ed una trascinante Battle Of New Orleans di Jimmie Driftwood) e
rielaborazioni di brani classici, il tutto in puro stile NGDB.
La scelta
dei brani sa necessariamente un po’ di greatest hits, ma le esecuzioni sono
impeccabili. Comunque il disco vende un po’ dappertutto (è stato pubblicato
addirittura in Italia, con una confezione a dir poco spartana, ma in fondo non
è poi così deprecabile vivere un poco di rendita dopo uno sforzo come il
mastodontico triplo di cui sopra.
1975 –
Dream – 1975
Nell’intento
di cavalcare la tigre del successo meritato con i precedenti lavori, la NGDB
stabile nel sound e nella line-up (ma non durerà ancora a lungo…) che
attualmente vede Jeff Hanna, Jim Ibbotson, Jimmie Fadden e John McEuen,
pubblica un nuovo album, sempre su etichetta United Artists, intitolato Dream.
Prodotto
non più omogeneo, si barcamena fra episodi egregi quali Bayou Jubilee, Hey
Good Lookin’ (di Hank Williams, con Linda Ronstadt che duetta alla voce
solista), Ripplin’ Waters e la stessa All I Have To Is Dream,
cover del noto hit degli Everly Brothers ed il restante materiale che, pur
gradevole, manca di coesione e la presenza di ospiti illustri tipo Leon Russell
non riesce a rialzare il tono generale.
Si
avverte un senso di ‘stallo artistico’, mancanza di quegli stimoli e quelle
motivazioni che avevano reso possibili classici del calibro di Uncle Charlie
e All The Good Times. Il successo ha dunque mietuto un’altra vittima
illustre?
1977 – Dirt Silver And Gold – United
Artists
Due anni
di trepidante attesa per i fans della NGDB ed all’improvviso esce un altro
triplo, Dirt Silver And Gold, ma l’uscita presenta diverse sorprese.
Dei
trentasette brani qui compresi, solo dodici risultano versioni mai pubblicate
prima, ma Bayou Jubilee, Sally Was A Goodun e Cosmic Cowboy
Souvenir erano già state proposte in altra sede. Troviamo poi ripescaggi
dai primi tre LP oramai irreperibili su vinile, un’intera facciata di Uncle
Charlie, tre brani da All The Good Times, sei estratti da Will
The Circle… e tre da Dream.
Parliamo
ora delle novità: Win Or Lose è un gradevole esercizio per chitarra
acustica con una spruzzatina di banjo, Visiting An Old Friend è una
timida ballata pizzicata in punta di dita e cantata con la dolcezza tipica del
cantautorato Californiano dei mid ‘70’s (è del 1976), Rocky Top è molto vicina
alla versione resa a suo tempo da Dillard & Clark e questo non rappresenta
certo un difetto, ma niente aggiunge al curriculum dei nostri ragazzi.
Stesso
discorso per il classico esercizio chitarristica di Gavotte No. 2. Jamaica
Lady, del misconosciuto cantautore David James Holster – collaboratore
stretto della futura Dirt Band ed autore di un oscuro album solista – altro non
è che una tessera in più nel mosaico NGDB.
Con essa
si apre la facciata completamente inedita, che prosegue con Mother Earth,
sempre in puro stile NGDB, mentre Fallin’ Down Slow è uno strumentale
acustico sognante e meditativo: massimo relax.
Sorta di
talkin’ country per Bowleg’s, mentre la strumentale Doc’s Guitar
è un preziosismo per chitarra acustica. Se dunque c’era già materiale in
abbondanza per un nuovo album singolo, che senso ha sfornarne uno triplo, per
due terzi puramente antologico? Lasciamo pure spazio al dibattito per
sostenitori della tesi sulla mera e bieca operazione commerciale da parte della
casa discografica, tesa a sfruttare il nome del gruppo di successo, e quelli
che invocano una ristampa di alcuni brani altrimenti difficilmente reperibili.
La
rimessa sul mercato di gran parte del materiale del periodo centrale (leggi
migliore) della NGDB, fra cui l’intero Dirt Silver & Gold in un box
da due CD, è comunque motivo più che sufficiente per andare a riscoprire un
gruppo essenziale nell’economia del country-rock Californiano (anche se la band
ha da tempo spostato il fulcro delle sue attività in quel di Denver, Colorado)
e qui finisce anche il sodalizio fra John McEuen, polistrumentista eccellente e
membro fondatore e la NGDB.
Con il
prossimo album il suo posto verrà preso dal tastierista Bob Carpenter, con
fastidiose velleità canore ed il sound cambierà un po’, ma questa è un’altra
storia.
1978 – Dirt Band – United Artists
E’ il
primo ‘scossone’ artistico che il gruppo subisce: Jimmy Ibbotson se n’è andato
dal gruppo per perseguire una – brevissima – carriera solistica che ha prodotto
un unico, seppur interessante album, quel Nitty Gritty Ibbotson stampato
l’anno prima dall’etichetta First American.
Il resto
dei componenti della NGDB ipotizza un improbabile rimpasto della line-up – e
non solo quella - ed è così che ha origine una creatura anomala denominata
semplicemente Dirt Band, della quale fanno ufficialmente parte i tre
sopravvissuti Jimmie Fadden (voce solista, armonica, chitarra, syndrum e voce
corista), Jeff Hanna (voce solista, chitarre e voce corista) e John McEuen (lap
steel, banjo, chitarra acustica, fiddle, mandolino e dobro) oltre ad alcuni
amici/collaboratori che entrano quali co-titolari: Merel Bregante (batteria e
percussioni, in sostituzione di Jimmy Ibbotson), Al Garth (sax, fiati, fiddle,
piano elettrico e percussioni) e Richard Hathaway (basso, anche se compare in
soli due brani).
Fra gli
ospiti si riconoscono i nomi di Al Kooper, Michael MacDonald, Rosemary Butler,
Greg ‘Fingers’ Taylor e Leon Medica. In tre brani figura poi l’apporto
tastieristico di tale Bob Carpenter, che legherà indissolubilmente il suo nome
a quello della NGDB anche dopo il ritorno alla denominazione d’origine (1983).
Il cambio
di nome non porta certo fortuna al ‘nuovo’ gruppo: Dirt Band è un
dischetto piuttosto insipido di pop commerciale e radiofonico, con un solo
sparuto tentativo di elevarsi al disopra della banalità in Lights
(firmata dall’ex-Fying Burrito Brothers ed ex-Firefall Rick Roberts).
E’
l’inizio di un periodo piuttosto lungo di aridità artistica per il gruppo.
1979 – An American Dream – United Artists
Secondo
capitolo sotto l’egida della Dirt Band; stessa formazione a cinque e niente
cambia. Un certo successo per il title-track, firmato da Rodney Crowell che lo
aveva inserito nel suo LP d’esordio Ain’t Living Long Like This, che
ospita Linda Ronstadt alle harmony vocals, che arriva al numero 13 delle
classifiche pop ed un’altra bella cover di un brano di Rick Roberts In Her
Eyes (Rick è un grande compositore).
Se il
disco proseguisse su questa falsa riga, si potrebbe stare tranquilli, purtroppo
già con Take Me Back e Jas’ Moon si torna allo scipito disco-pop,
così tristemente bieco e nefando.
La cover
del classico New Orleans, che vede la Dirt Band insieme a Louisiana Le
Roux al gran completo, non riesce a risollevare le sorti del disco e neppure la
cover della famosa Wolverton Mountain riesce nell’impresa.
Se non
fosse per il brano American Dream, il disco passerebbe completamente
inosservato e forse non sarebbe un gran male.
1980 – Make A Little Magic – United
Artists
Nuovo
cambio di formazione per la Dirt Band. Bob Carpenter, tastierista ed ospite
fisso nei due dischi precedenti, entra come titolare nella formazione, che
conta ora ben sei elementi.
Ancora
una volta è il title-track a portare l’unica risonanza al disco, con la sua
aria smaccatamente ‘radio-friendly’, grazie a certe sonorità chitarristiche
reminiscenti del lontano ‘jingle-jangle sound’ ed all’apporto vocale della
compianta Nicolette Larson, all’epoca sulla cresta dell’onda. Badlands
sarà ripresa nell’album Acoustic del 1994, qui la troviamo in una
gradevole versione elettroacustica, dotata di un buon a-solo centrale di
chitarra elettrica e di un riff ipnotico. High School Yearbook e Do
It! si rifanno a certi schemi del rock stile anni ’50, mentre Leigh Anne
è – purtroppo – interpretata da Bob Carpenter, con risultati poco apprezzabili.
Stesso
discorso per Ridin’ Alone. Anxious Heart è dotata di un intro
quasi beatlesiano, ma le analogie si fermano qui. Puro pop da classifica
(magari!) e lontano anni luce dal sound che aveva reso grande la NGDB. Harmony
cade nuovamente preda delle velleità canore di Bob Carpenter ed il fiasco è
assicurato. Too Good To Be True strizza ancora l’occhio a sonorità disco
(sigh!), mentre l’esercizio acustico e strumentale di Muellen’s Farewell To
America si erge ad epitaffio di un altro disco dove la mancanza di idee –
giuste – regna sovrana.
1981 –
Jealousy – Liberty
Visti i
miseri risultati di vendita della Dirt Band, la United Artists scioglie il
contratto e ben presto i tre dischi del gruppo trovano la via degli scaffali
delle cosiddette ‘offerte’ in veste di ‘forati’ (i famosi dischi da vendere a
prezzo ribassato).
Stessa
fine è destinato a fare l’ultimo prodotto che dovrà portarsi dietro l’oneroso
fardello del marchio ‘Dirt Band’.
Nonostante
il cambio di etichetta, anche Jealousy mostra ampiamente la corda, forse
addirittura più dei suoi ultimi predecessori. Alcuni sprazzi meno beceri della
media si possono – volendo essere molto magnanimi – identificare nella ballata
elettroacustica Fire In The Sky, gradevolmente cantata da Jeff Hanna,
impreziosita dall’intervento fiatistico di Al Garth, ma tristemente rovinata
dai coretti insulsi e dall’intervento vocale del co-autore Bob Carpenter.
Null’altro
si riesce a salvare, almeno secondo il Vostro cronista. L’unica nota positiva è
che questo è il quarto ed ultimo disco che Jeff Hanna, John McEuen e Jimmie
Fadden sprecano con il ‘vecchio’ marchio: il gruppo si scioglie definitivamente
come Dirt Band e si riunificherà nuovamente sotto la gloriosa bandiera di NGDB,
anche se John McEuen darà con l’occasione l’addio alle armi.
1983 –
Let’s Go – Liberty
Aria di
cambiamenti per il nostro gruppo: prima di tutto viene definitivamente
abbandonato il nome di Dirt Band e si ritorna alla gloriosa denominazione
d’origine, Nitty Gritty Dirt Band. Bob Carpenter allontana – solo per questo
disco, purtroppo – la sua nefanda presenza dal gruppo, che vede invece il
rientro del grande John McEuen.
Non
ultimo apporto è dato dalla firma del nuovo contratto con la major Liberty, con
la band che torna a registrare a Nashville per dare vita ad un gran bell’album,
intitolato, in modo positivista e determinato, Let’s Go.
Dieci
sono i brani e tutti in puro stile NGDB, anche se non mancano cover, a
cominciare dall’iniziale Heartaches In Heartaches (firmata da Andrew Gold), un
gradevolissimo country-rock, molto orecchiabile ed altrettanto
‘radio-friendly’.
Si passa
poi alla riedizione di un classico country a firma del prolifico Bob McDill con
Shot Full Of Love, cantata da Jeff Hanna ed impreziosita da un ricercato
lavoro di chitarre acustiche, seguita da Never Together But Close Sometimes,
un pezzo scritto dal songwriter texano Rodney Crowell, ex-genero di Johnny
Cash, che gode di un arrangiamento caraibico, dove le partiture vocali si
rifanno a certe armonie tipiche degli impasti a-la C.S.& N. (Suite: Judy
Blue Eyes). Goodbye Eyes è tratta dal repertorio del songwriter Dave
Loggins e figurava originariamente nel suo One Way Ticket To Paradise
(Epic - 1977) e la NGDB ne rende una versione dolce ed acustica. Maryann
porta la firma di Marshall Crenshaw, noto pop-rocker che ha molto care le
sonorità degli anni ’60, ambito artistico nel quale i nostri si trovano
perfettamente a proprio agio.
Too
Many Heartaches In Paradise è un’altra ballata pacatamente acustica, precisa nei contrappunti
strumentali e negli impasti vocali dei quattro. Introdotta dal rombo di un
motore grintoso ecco l’accattivante pezzo di Steve Goodman, cantautore ora
purtroppo scomparso, ma con il quale c’è da sempre stato frequente scambio di
brani.
Sul
fronte dei pezzi originali troviamo il title-track (opera di Jeff Hanna e
Jimmie Fadden) con un bell’accenno di jingle-jangle, la conclusiva e dolcissima
Dance Little Jean di Jimmy Ibbotson, che arriverà al decimo posto delle
country-charts e che narra del matrimonio di una coppia di fatto e di come
“domani sarà il giorno in cui il tuo papà sposerà la tua mamma..”.
Un residuo delle velleità compositive del
sinitro Bob Carpenter (qui in coppia con Jeff Hannah) è rintracciabile in Special
Look, onesto pezzo orecchiabile, ma niente più. Nel suo complesso il disco
è molto godibile, ci riporta finalmente alle sonorità country-rock che avevamo
amato in passato, il nome NGDB torna a fare bella mostra di sé sulla copertina
del disco e c’è di che ben sperare nuovamente per il futuro.
1984 – Plain Dirt Fashion – Warner
Brothers
Il disco
piace, vende discretamente e questo fa salire le quotazioni dei nostri, che
approdano ai lidi della major di Burbank per incidere un altro ottimo disco, Plain
Dirt Fashion.
Ancora
una volta restiamo in ambito country-rock, con chitarre acustiche, dobro,
armonica ed armonie vocali stile NGDB.
Fra le
noti dolenti dobbiamo segnalare il rientro del bieco tastierista Bob Carpenter,
per portare così a cinque il numero complessivo dei componenti.
Il
livello dei brani si mantiene piuttosto alto e diversi pezzi qui compresi
diventeranno presenze fisse ai concerti presenti e futuri del gruppo: High
Horse (Jim Ibbotson) è un uptempo molto veloce ed altrettanto
inconfondibilmente NGDB, ma purtroppo è l’unico pezzo originale di tutto
l’album.
Le cover
sono comunque eccellenti, a cominciare dall’iniziale Long Hard Road
(Rodney Crowell), tributo alla vita rurale e semplice dell’agricoltore-tipo,
Face On The Cutting-Room Floor porta la firma di Steve Goodman ed è l’amara
storia del naufragio dei sogni di una ragazza di provincia, attratta a Los
Angeles da sogni di una carriera cinematografica che non si realizzerà mai.
Viene poi
inclusa una rendition del classico Cadillac Ranch (Bruce Springsteen),
grintosa e riconoscibile quanto basta per far sì che venga poi regolarmente
richiesta dal vivo; Video Tape è ancora opera di Steve Goodman, mentre ‘Till
The Fire’s Burned Out appartiene al repertorio del cantautore Hugh Moffat,
qui resa in chiave molto gradevole corale. Una conferma che il talento dei
nostri è tutt’altro che svanito, nonostante i – giustificati – timori
riconducibili alla parentesi Dirt Band.
1985 – Partners Brothers And Friends –
Warner Brothers
Secondo
album per la Warner Bros. ed il livello si mantiene sugli standard più tipici
della NGDB, vale a dire belle armonie vocali, curate e raffinate, ariosi giochi
di chitarre acustiche ed elettriche, armonica gradevole ed intervesti
tastieristici e di pedal steel distribuiti con equità.
Per
quanto riguarda questo Partners Brothers & Friends la line-up è
rimasta invariata rispetto al disco precedente e stavolta la presenza
compositiva di Carpenter si limita ad un brano, il country-rock molto easy-listening
di Redneck Riviera (co-firmato insieme a Jeff Hanna e fortunatamente
cantato dallo steso Jeff).
Più
importante l’apporto di Jimmy Ibbotson, che firma la tradizionale Telluride,
abbellita da fiddle e dobro, ed il title-track Partners Brothers &
Friends insieme a Jeff Hanna. E’ giusto spendere qualche parola in più sul
testo di questo orecchiabile esercizio di country-rock che tratta delle
riflessioni dei membri del gruppo a proposito delle sensazioni e dei sentimenti
che sono nati e maturati in due decadi di militanza all’ombra del logo NGDB:
“…it’s great to be a part of something so good that’s lasted so long…”.
Ancora
Jeff Hanna, insieme a Steve Goodman (che appare nella cover interna del disco
visibilmente affetto da un male incurabile che lo rapirà di lì a poco) compone
il rockettino Queen Of The Road, niente di esaltante, ma gradevole ed
epidermico.
Sul
fronte delle covers, ecco una simpatica ed orecchiabile Modern Day Romance,
a firma Kix Brooks, metà del million-seller duo Brooks & Dunn, Influenze
quasi-Eaglesiane negli impasti vocali e nello sviluppo strumentale per un brano
senz’altro stimolante: ottima partenza. Other Side Of The Hill era già
stata reinterpretata da Jerry Jeff Walker ed è firmata da Chuck Pyle.
La NGDB
la riarrangia in chiave personalissima, rendendole pienamente giustizia e
trasformandola in una ‘loro’ song, grazie ad un arrangiamento che molto deve
all’armonica di Jimmie Fadden ed ai ricchi impasti vocali, veri e propri marchi
di fabbrica dei nostri.
Uno dei
pezzi migliori, insieme al precedente. Home Again In My Heart si apre
con il banjo di John McEuen ed è questo strumento a farla da padrone lungo
tutto il brano, cantato da Jeff Hanna con ottimi risultati.
Il lato A
si chiude con un brano preso a prestito dalla prolifica penna di Don Schlitz
(ha composto, fra l’altro, il mega hit di Kenny Rogers, The Gambler), Old
Upright Piano, eseguito con molta dolcezza dal solito Jeff Hanna in pieno
NGDB-style.
Ancora
Don Schlitz, tavolta con Lisa Silver e l’Amazing Rhythm Aces Russell Smith,
firmano As Long As You’re Loving Me, un’altra canzoncina senza grandi
pretese, che scivola via piacevolmente, ma senza stravolgere la vita
all’ascoltatore.
Più
gradevole risulta invece la velocissima e bluegrassata Leon McDuff (Mike
Cross), dove le reminiscenze dei nostri riemergono prepotentemente,
sapientemente supportate dal picking di John McEuen, Sam Bush e Mark O’Connor.
Il disco
scorre via piacevole e ben fatto, senza grandi scossoni, nel più perfetto stile
del gruppo, orientato definitivamente al genere country-rock decisamente
attento ai suoni acustici della tradizione, ma altrettanto desideroso di
mantenersi aggiornato nelle sue formulazioni.
1987 – Hold On – Warner Bros.
Il
sodalizio con la major californiana sembra funzionare egregiamente, visto che
con Hold On si arriva al terzo capitolo della saga targata WB.
La cover
dell’album è totalmente priva delle utili liner notes, quindi dobbiamo
arrangiarci al meglio con le nostre sole forze.
John
McEuen ha dato l’addio definitivo alla compagine, tanto è vero che le sagome
dei componenti del gruppo sulla copertina sono solo quattro e facilmente
riconoscibili in Jeff Hannah, Bob Carpenter, Jim Ibbotson e Jimmie Fadden.
Dei dieci
brani compresi nel disco, solo quattro sono frutto di collaborazioni dei nostri
amici, gli altri sei sono presi a prestito da hit-makers di alto bordo, quali
Max D.Barnes, Karen Staley, Wendy Waldman, Jim Photoglo, Troy Seals, Wayland
Holyfield, Josh Leo e – udite, udite – Bruce Springsteen che presta la sua Angelyne,
già nota grazie a Gary U.S.Bonds, anche se con grafia diversa.
L’interpretazione
della NGDB è comunque estremamente accattivante fin dalle prime note,
introdotte dall’accordion e dalla voce intrigante di Jeff Hannah.
Fishin’ In The Dark ha addirittura
riscontrato un certo successo a livello di charts e questo fa certo bene al
gruppo, almeno a livello di vendibilità.
Il
livello medio del disco si mantiene più che accettabile, fedelissimo ai ben
noti – ed amati – clichè ed arrangiamenti, che rendono difficile, anche
all’ascoltatore più attento, distinguere fra brani originali e covers, tanto i
nostri rendono ‘proprio’ qualunque brano vadano ad interpretare. Una menzione
di merito particolare per Blue Ridge Mountain Girl, dolcissima ballata
acustica di atmosfera rurale, impreziosita dai raffinati e ricercati impasti
vocali. Altrettanto può dirsi per Dancin’ To The Beat Of A Broken Heart,
mentre Baby’s Got A Hold On Me è più roccata e ‘tirata’. Oh What A
Love è quanto di più NGDB si possa immaginare, segno che gli arrangiamenti
vocali-strumentali che hanno caratterizzato il sound del gruppo dalla ‘svolta’
dei primi anni ’70 in poi risultano ancora vincenti.
Se Oleanna
non ci piace un gran che, Tennessee risulta invece più tipica e quindi
gradevole. Il gruppo continua quindi a procedere sui binari rodati di un
country-rock di maniera, infischiandosene alla grande delle mode del momento,
ma senza purtroppo tentare di operare alcun rinnovamento o progressione, pur
nell’ambito della propria espressione artistica.
Si
assiste quindi ad una sorta di ‘fossilizzazione’ della compagine, sia a livello
interpretativo (tutte le covers vengono “’nittygrittyzzate’ a tal punto da
suonare come brani originali del gruppo), che compositivo.: niente di nuovo
sotto il sole, quindi, ma almeno l’acquirente sa cosa acquista a colpo sicuro.
1988 – Workin’ Band – Warner Bros.
Puntuali
come sempre ed ancora una volta all’ombra della solita major, i nostri sfornano
un nuovo album dal titolo Workin’ Band. Il gruppo effettivamente non si
risparmia in termini di apparizioni live e tours.
E’
proprio con l’occasione di questo LP che il gruppo ringrazia ufficialmente un
musicista che ha legato il proprio nome ad alcuni dei momenti salienti della
saga del country-rock californiano, quel Bernie Leadon (ex-Scottsville
Squirrell Barkers, Ex-Hearts & Flowers, ex-Flying Burrito Brothers,
ex-Eagles ecc.) che ha fattivamente aiutato la band on tour e nella
registrazione del disco in questione, tanto da meritarsi foto e credits estesi
sulla copertina interna.
Alle
registrazioni partecipano anche Josh Leo, Larry Paxton e Mark O’Connor, oltre
ai quattro moschettieri, che oramai sono divenuti inseparabili, anche perché
pare che la formula funzioni egregiamente. Il suono è sempre quello: soluzioni
elettroacustiche condite da azzeccati impasti vocali e quella splendida ed
inconfondibile armonica in bocca a Jimmie Fadden.
Il disco
si apre con il ritmo sostenuto del suo title-track, canzoncina frizzante ed
accattivante, se non fosse per il fatto che tratta di un argomento di sempre
più triste attualità: la disoccupazione e la disperazione di un volenteroso
lavoratore che non trova un impiego.
Altrettanto
accattivante risulta I’ve Been Lookin’ (a firma Jimmy Ibbotson &
Jeff Hannah), con elaborazioni vocali degne della tradizione che ha reso i
nostri dei veri e propri capiscuola.
Fra i
brani originali o che comunque recano anche la firma dei componenti del gruppo,
ecco Down That Road Tonight, decoroso esercizio molto ‘radio friendly’,
mentre i gorgheggi tenerissimi di un bimbo in fasce introducono lo ‘sforzo
compoitivo’ (si fa per dire) di Baby Blues, a firma Bob Carpenter,
up-tempo cadenzato e filler gradevole. Meglio il country-rock grintoso di Corduroy
Road, scritto e cantato da Bernie Leadon, che mette a frutto la lunga e
significativa esperienza maturata fino a quel giorno, per confezionare un
prodotto godibile e gradevole.
Ancora
frutto della collaborazione fra Josh Leo e Wendy Waldman risulta il rockettino
di Johnny O., poco più che una filastrocca-pretesto per non rendere
questa cajun-oriented song uno semplice strumentale con vaghe reminiscenze del
classico I Fought The Law. Thunder & Lightnin’ viene
nittygrittyzzata alla grande, nonostante il vago gusto reggae, mentre A Lot
Like Me è introdotta da un dobro-fantasma, poi arriva la voce del
compositore (sì, lui, il sinistro Bob Carpenter) e preferisco procedere oltre.
Per Living
Without You (attenzione, NON E’ lo stesso brano incluso nell’album UNCLE
CHARLIE…) viene scomodato addirittura il cantautore texano Kevin Welch per una
performance gradevole e ben confezionata, ma più adatta ad un solista che ad un
gruppo. Brass Sky (Jimmy Ibbotson) gode di un intro decisamente anomalo,
ma il brano si distende poi sulle note acustiche di una chitarra, che apre agli
altri strumenti, fino a fornire un quadro più tradizionale della song completa.
Chiude il
disco una (inutile) reprise di I’ve Been Lookin’. Anche questo disco
risulta senza dubbio gradevole, nonostante la band tenda sempre più ad
autocelebrarsi, allontanandosi da nuove e potenziali fonti di ispirazione e
precludendosi così la possibilità di fare nuovi proseliti.
1988 – Will The Circle Be Unbroken
(Vol. Two) –
Universal
Nello
stesso anno in cui il gruppo viene abbandonato dalla Warner, la novella
Universal Records decide invece di accordare fiducia alla seconda parte di un
progetto che (la prima volta) si era rivelato altamente redditizio.
Viene
dunque rispolverata la formula del cast di nomi stellari per riproporre la
storia di una certa country-music in compagnia dei grandi nomi che grande
l’hanno resa in origine.
Ecco
dunque un doppio album che vede – per esempio – Johnny Cash alla voce solita e
la Carter Family al completo, insieme alla NGDB, alle voci coriste per una
impeccabile esecuzione di Life’s A Railway To Heaven (nota anche come Life
Is Like A Mountain Railway. John Prine (anche se non lo si può certo
definire un vate della country music) regala al progetto la sua Grandpa Was
A Carpenter, con Randy Scruggs, Mark O’Connor, il compianto Roy Huskey Jr.e
Jerry ‘Flux’ Douglas parimenti della partita.
E’ commovente riascoltare la voce dello
scomparso Levon Helm per When I Get My Reward, firmata dall’Inglese Paul
Kennerly, attualmente marito di Emmylou Harris, anche se l’importanza di questo
brano nel Gotha della country-music è tutta da verificare.
Più
azzeccato mi sembra l’inserimento di Don’t You Hear Jerusalem Moan, con
Sam Bush, John Cowan, Bob Carpenter, Jimmy Ibbotson e Pat Flynn che si
alternano alle partiture vocali.
Little
Mountain Church House
è cantata da Ricky Skaggs e l’accompagnamento è decisamente da antologia. Come
sempre è da ammirare il rispetto e la devozione con la quale questi musicisti
si accostano ai gioielli ed ai mostri sacri del passato.
Ascoltate
l’umiltà della performance di John Denver in And So It Goes.When It’s
Gone ha il profumo ed il passo della tradizione e la qualifica di
‘classico’ non aggiungerebbe niente a questo brano, se non fosse che si tratta
di un pezzo scritto da Jimmie Fadden e Don Schlitz appunto per questo progetto,
quindi giovanissimo.
Altrettanto
potrebbe dirsi per la delicata interpretazione di Emmylou Harris in Mary
Danced With Soldiers, scritta dal marito Paul Kennerly.
Con Sittin’
On Top Of The World si ritorna al vero Olimpo della Country Music made in
Nashville, quella che ancora rieccheggia dei fasti della Grand Ole Opry e di
Jimmy Martin, lead vocalist per l’occasione.
Grande
anche Bela Fleck al banjo, Jerry Douglas al dobro e Vassar Clements al fiddle.
L’album sarebbe imperdibile anche se si fermasse qui; il fatto che si tratti
invece di un disco doppio lo rende assolutamente imprescindibile.
Non male
l’interpretazione di Paulette Carlson (Highway 101) in Lovin’ On The Side,
ma ancora più grande risulta Michael Martin Murphey nella sua Lost River,
con un redivivo John McEuen al banjo, il fiddle di Mark O’Connor ed il dobro di
Jerry Douglas, ma mi rendo conto che non è possibile citare i singoli brani ed
i musicisti uno per uno.
Non
possiamo però esimerci dal citare One Step Over The Line, a firma John
Hiatt, che duetta con Rosanne Cash alla voce solista ben supportato dalla NGDB
al completo, oltre ai soliti Douglas, Huskey, O’Connor e Randy Scruggs.
Che dire
poi della partecipazione al progetto di Roger McGuinn e Chris Hillman che
interpretano una versione country del classico Dylaniano You Ain’t Goin’
Nowhere con un arrangiamento simile in tutto e per tutto a quello usato nel
seminale Sweetheart Of The Rodeo, l’album dei Byrds che aveva segnato la
loro svolta country-rock.
Da
segnalare una chicca ‘polemica’: laddove Dylan aveva inserito il nome di
McGuinn a seguito del verso “You ain’t goin’ nowhere, McGuinn” (“Non andrai da
nessuna parte, McGuinn…”), in questa occasione Roger gli rende la pariglia,
cantando “…You ain’t goin’ nowhere, Dylan…”: ascoltare per credere.
Chiudiamo
l’analisi del progetto recuperando il mitico title-track, che vede Johnny Cash,
Roy Acuff, Ricky Skaggs, Levon Helm, Emmylou Harris, Jimmiy Ibbtoson, Jeff
Hannah e Bob Carpenter nel ruolo di voci soliste, mentre il coro è appannaggio
di ben cinquanta vocalists diversi, una sorta di We Are The World in
versione country ante litteram.
Non posso
aggiungere altro: disco imperdibile!
1990 – The Rest Of The Dream – MCA
E’ giusto
che, dopo un progetto impegnativo come quello portato a termine con il
precedente doppio album, il gruppo si conceda un meritato e lungo riposo,
dovuto in parte al fatto che l’etichetta Universal chiude i battenti e la band
trasloca in casa MCA, dove vede la luce The Rest Of The Dream nel 1990.
Sotto
diversi punti di vista si tratta di un passo indietro, rispetto al disco
precedente e sarei più propenso a vederlo come un riallacciamento al periodo
Warner: solita formazione a quattro, oramai ampiamente rodata, solita lista di
covers di lusso (roba di Springsteen, Bobby Braddock, due brani a firma John
Hiatt, due a firma Jim Photoglo) e via dicendo.
Gradevole
l’iniziale e roccheggiante From Small Things (di Bruce), sognante e
dolcissima l’acustica Waitin’ On A Dark Eyed Gal, spigliate e divertenti
Junior’s Grill e Just Enough Ashland City, cadenzate e piacevoli
sia Blow Out The Stars, Turn Off The Moon che Hillbilly
Hollywood, drammatica e piena di pathos The Rest Of The Dream.
Wihin’
Well, sforzo
corale dei quattro co-titolari del premiato marchio NGDB, è probabilmente il
prodotto migliore di tutto l’album, con Jeff Hanna alla voce solista, mentre
Bob, Jimmy e Jimmie contribuiscono alle armonie vocali ed al tappeto
strumentale in maniera determinante.
Bella la
steel, bello il mandolino e molto bravi i nostri. Con You Made Life Good
Again si chiude l’ultimo album della NGDB a vedere la luce in formato vinilitico:
dal prossimo disco in poi anche loro dovranno ‘legare il cavallo’ al carro
della tecnologia dilagante, con il grosso pregio di rendere nuovamente
reperibili tracce ormai sepolte dalla polvere degli anni nel vecchio formato
long-playing.
1991 – Live Two Five – CAPITOL
Il primo
live che vede la partecipazione di Bob Carpenter in qualità di membro ufficiale
della band è Live Two Five, ventitreesimo progetto del gruppo,
escludendo le compilation e comprendendo invece i lavori a nome Dirt Band.
L’occasione
dell’album arriva in concomitanza con le celebrazioni del venticinquesimo anno
di attività del gruppo, il quale, nonostante sia passato attraverso vari cambi
di formazione, mantiene ancora salda ed inalterata la sua caratteristica
saliente di musica immediata e diretta, ma senza per questo penalizzare la
qualità dei risultati che, salvo qualche caduta di tono – rilevabile
soprattutto in corrispondenza del periodo in cui la band si esibiva con il nome
abbreviato – si mantengono su livelli decisamente validi.
Se per un
quarto di secolo il marchio NGDB è rimasto come sinonimo di qualità e se
l’attesa dei fan ad ogni nuova uscita discografica è rimasta immutata,
significa che il peso specifico di questo combo è qualcosa di ben radicato
all’interno della musica americana e più precisamente, nell’ambito del filone
country-rock.
L’album
in questione, prodotto da T-Bone Burnett, raccoglie la produzione più
significativa degli ultimi (ed anche primi) venticinque anni della band ed i
brani vengono riproposti in ordine sparso, quasi a voler significare
l’ininfluenza del trascorrere del tempo per i nostri eroi.
Da Plain
Dirt Fashion del 1984 vengono riproposte l’iniziale e tiratissima High
Horse, estremamente tipica ed immediatamente riconoscibile nel marchio NGDB
vuoi per gli impasti vocali che per l’armonica di Jimmie Fadden, Long Hard
Road(The Sharecropper’s Dream), deliziosa ballata rurale scritta da
Rodney Crowell ed a tutt’oggi inedita nel suo repertorio solistico, Face On
The Cutting Room Floor, amara riflessione sulle delusioni dell’ennesima
ragazza attirata ad Hollywood dalle illusioni di una facile carriera
cinematografica, che deve invece vedersela con un agente che le rivela senza
mezzi termini che la sua unica possibilità di lavoro nell’industria
cinematografica non può andare oltre il filone cosiddetto ‘a luci rosse’ ed il
suo viso diventa dunque un altro negativo sul pavimento della sala di
montaggio, e la cover della Springsteeniana Cadillac Ranch, introdotta
dall’inconfondibile riff chitarristico che ne ha fatto uno dei brani più
trascinanti da riproporre dal vivo.
Dal disco
Workin’ Band del 1988 riemergono la corale I’ve Been Lookin’ a
firma del duo Jimmy Ibbotson-Jeff Hanna, vero motore trainante della parte
compositiva della band, con un drumming molto teso (Jimmie Fadden) ed un buon
lavoro di piano (Bob Carpenter) e Workin’ Man (Nowhere To Go),
drammatico appello in chiave country-rock di un volenteroso lavoratore rimasto
senza lavoro a causa dell’improvviso crollo del mercato.
Make A
Little Magic è
invece l’orecchiabile e ‘radio-friendly’ hit tratto dall’omonimo LP datato 1980
ed accreditato alla ‘ridotta’ Dirt Band.
Dal
secondo episodio del progetto Will The Circle Be Unbroken viene
rispolverata la cover della Dylaniana You Ain’t Goin’ Nowhere ispirata
ai suggerimenti della versione Byrdsiana inclusa originariamente nel seminale Sweethearts
Of The Rodeo, dove Bob Carpenter si mette giustamente in mostra con le sue
tastiere e con la sua voce, certo meno opportuna del suo strumento.
Stand
A Little Rain è
una ballata acustica (inedita, a quanto mi è dato di sapere) a firma Don
Schlitz-Donnie Lowery ed è eseguita da Bob Carpenter alla voce solista
accompagnato da un sottofondo chitarristico che cerca di risollevare il
risultato globale, ma personalmente preferisco il suo apporto strumentale a
quello vocale, ma tant’è.
Dance
Little Jean è
purtroppo l’unico brano estratto da Let’s Go, l’album del 1983 che segna
il ritorno del gruppo alla denominazione originale e che coincide anche con un
risultato artistico decisamente superiore alla media dei lavori precedenti.
Volere
aggiungere qualcosa di nuovo a quanto è già stato scritto sulla versione della
NGDB di Mr.Bojangles, scritta da Jerry Jeff Walker (sì, lo so che lo
sapete, ma DEVO scriverlo) sarebbe pura presunzione, quindi ci limitiamo a
segnalare che la canzone è sempre un gioiellino, grazie anche all’uso
dell’accordion che l’aveva caratterizzata fino dal 1970.
E’ poi la
volta di una lunghissima versione di Ripplin’ Waters (classe 1975), di
oltre dieci minuti, durante i quali i nostri fornicono grandi performances
strumentali all’armonica ed alle percussioni (Jimmie Fadden), al mandolino ed
al basso (Jimmy Ibbotson), all’acustica solista (Jeff Hanna) ed alle tastiere
(Bob Carpenter).
Il
secondo inedito del CD è El Harpo, uno strumentale dove l’armonica di
Jimmie Fadden e le tastiere di Bob Carpenter, autori del brano, si dividono
equamente i meriti e duellano fra loro. Fishin’ In The Dark e Baby’s
Got A Hold On Me sono i due estratti dal disco del 1987.
Il primo
è un classico prodotto adatto all’ascolto radiofonico (USA, intendiamoci bene)
scritto da Wendy Waldman e Jim Photoglo, mentre il secondo vede l’apporto
compositivo di Josh Leo e quello della metà del gruppo (Hanna & Carpenter),
per partorire un rockettino orecchiabile che fa l’occhiolino alle sonorità
tipiche dei nostri.
Se non
fosse per la presenza della già citata Cadillac Ranch in chiusura di
concerto, Partners Brothers & Friends (dall’omonimo album del 1985)
sarebbe il coronamento perfetto della celebrazione in questione, in quanto il
brano altro non è se non l’esternazione della gioia e giusta soddisfazione che
provano i quattro “a fare parte di qualcosa di così bello, che è già durato
tanto tempo”.
A conti
fatti, come ogni buon live che si rispetti, il CD in questione ripercorre il
periodo NGDB/DB/NGDB successivo al precedente doppio disco inciso dal vivo (Stars
& Stripes Forever del 1974), con l’unica concessione per il
classicissimo Mr.Bojangles, ma è una cosa che anche a noi conviene
perdonare, eccome…
1992 – Not Fade Away – Liberty
Con la
formazione a quattro immutata rispetto al disco precedente (sono oramai dodici
anni che Bob Carpenter è stabilmente nel gruppo), arriva puntuale il nuovo
album intitolato Not Fade Away, dal noto brano del compianto rocker
texano Buddy Holly, perito in un incidente aereo dal quale scampò in maniera
quasi miracolosa l’allora imberbe e sconosciuto Waylon Jennings.
Il disco
non mostra brani epici o cedimenti tragici, piuttosto si barcamena su un
repertorio equamente suddiviso fra covers eccellenti e collaborazioni dei
singoli membri del gruppo con altri compositori esterni alla compagine, con
l’eccezione della dolcissima Mother Of The Bride, il brano originale
migliore di tutto l’album, scritta da Jimmy Ibbotson per la moglie in occasione
del matrimonio della loro figlia.
Curioso
vedere come in questo CD nessuno dei quattro collabori con i colleghi a livello
compositivo, ma non si hanno notizie di frizioni all’interno del gruppo.
Little
Angel e Don’t
Underestimate Love (quest’ultima vede Suzy Bogguss duettare con Jeff Hanna)
sono il prodotto artistico della collaborazione fra Jeff Hanna e la sua novella
sposa Matraca Berg, cantautrice country-oriented ‘in her own right’, ma il
risultato di questa collaborazione non si eleva al disopra della semplice
sufficienza.
Ancora
Jeff Hanna in coppia con Radney Foster (autore di alcuni buoni album solisti ed
originariamente metà del duo country Foster & Lloyd) per firmare One Good
Love, molto radiofonica nella sua veste country-rock, ma niente di eccelso,
si sarebbe potuto lavorare di più sulle armonie vocali, nelle quali la band
trova sicuramente un punto di forza.
Bob
Carpenter collabora con Tom Kell (misconosciuto cantautore con un paio di album
solisti a suo nome) per la ballata acustica Losin’ You. A parte il fatto
che non mi piace la voce del tastierista della NGDB, il brano è piuttosto
anonimo e poco ha a che fare con lo stile del gruppo: passiamo oltre.
Le
collaborazioni si concludono con lo sforzo congiunto di Jimmie Fadden e Bernie
Nelson per la dolcissima The Dream, in tipico stile NGDB, con l’armonica
che ricama in sottofondo, su di una melodia che ha il gusto della tradizione.
Sul
fronte delle covers assistiamo al ripescaggio della grande country-song Mama
Tried (Merle Haggard), forte di uno sviluppo smaccatamente country-rock e
della voce di Jimmie Fadden, che è già una garanzia di per sé. Grande versione.
Altro
classico del passato rock per I Fought The Law (Sonny Curtis dei
Crickets, la band di accompagnamento del suddetto Buddy Holly), resa in questo
contesto con grande forza, si fregia di un arrangiamento molto grintoso, grazie
alle chitarre elettriche ed acustiche di Jeff Hanna e Jimmy Ibbotson (che non
si risparmiano certo) ed al drumming incalzante di Jimmie Fadden. What’ll
You Do About Me (Dennis Linde) la conoscevamo già in varie interpretazioni
(Randy Travis, Doug Supernaw e John Schneider) e la prova della NGDB nulla
aggiunge, ma neppure toglie, alla validità dela brano a livello di puro
intrattenimento e disimpegno. Un album nel complesso gradevole, ma sicuramente
da non collocare fra le perle del gruppo.
1994 –
Acoustic – Liberty
Sono
necessari quasi due anni e tanti momenti di riflessione all’interno del gruppo
per dare corpo al nuovo CD intitolato Acoustic.
Sono gli
stessi membri del gruppo a raccontare, nelle note di copertina, che l’intero
progetto nasce dall’esigenza riscoperta di utilizzare esclusivamente strumenti
acustici per l’esecuzione delle canzoni qui contenute, tutte frutto del talento
dei quattro titolari, con l’aiuto saltuario di pochi amici fidati (Tom Kimmel,
LeRoy Preston, Alex Harvey, Jim Photoglo, Vince Malamed, Richard Hathaway,
Marcus Hummon e Bobby Boyd).
Jimmy
Ibbotson firma alcuni brani che si rivelano veri e propri gioiellini. How
Long?, con il suo bel lavoro di chitarra acustica abbinata alla
inconfondibile voce di Jimmy, il tutto disteso su una ritmica rilassata ed
accattivante e impasti vocali di sicuro effetto, Sarah In The Summer non
è certo da meno, anzi la ritengo il brano migliore della raccolta, con Jimmy
stesso al mandolino, mentre l’armonica splende fra le labbra di Jimmie (attenti
alla grafia per non creare confusione).
One
Sure Honest Line
ricalca lo schema della suddetta Sarah… e già questa è una garanzia
sufficiente circa la sua validità.
Lo sforzo
congiunto di Jimmy, Vince Malamed e Jim Photoglo porta alla creazione di
un’altra ballata rilassata, dal titolo This Train Keeps Rolling Along,
mollemente adagiata sulle chitarre acustiche e sulle tastiere di Bob Carpenter,
con precisi interventi di dobro ed accordion, che ne caratterizzano l’ascolto.
Cupid’s
Got A Gun, a
firma Jimmie Fadden e LeRoy Preston non è gran cosa, meglio Tryin’ Times,
di Jimmie ed Alex Harvey, abbellita dalle chitarre a dodici corde e dal
mandolino di Jimmy Ibbotson, protagonista anche del ripescaggio di Badlands,
originariamente compresa nel Make A Little Magic del 1980 ed accreditato
all’allora semplice Dirt Band.
Jeff
Hanna firma con Bob Carpenter e Tom Kell la gradevolissima Let It Roll
che profuma del fragrante passato delle cose migliori del gruppo, con il suo
accattivante ritornello e la tranquillità ed il relax che ogni ascolto è in
grado di sprigionare in chi sa ascoltare nel modo giusto questo semplice, ma
efficace messaggio.
E’ ancora
Jeff (con Marcus Hummon e Bobby Boyd) a comporre una sontuosa ballata
pianistica (?) che viene eseguita – ahimè – dal tastierista e cantante (?) Bob
Carpenter. E’ vero che l’armonica di Jimmie Fadden è eccellente, ma Carpenter
come cantante proprio non lo reggo.
Molto
meglio il Carpenter compositore (con Tom Kell) per la ballata acustica a più
voci intitolata Love Will Find A Way, eseguita da Jimmy Ibbotson in
qualità di solista.
La
scaletta degli undici brani si completa con una cover (del solito Dennis Linde)
intitolata Hello I Am Your Heart, che vede Jimmie Fadden condurre le
danze vocali su un curioso tempo di reggae: divertente e niente più.
Sulla
linea del precedente lavoro, anche se un poco più caratterizzato nella
direzione dei vecchi lavori e più generalmente nel solco del sound più
tradizionalmente NGDB.
1997 – Christmas Album – Rising Tide
L’interruzione
del sodalizio con la major nashvilliana Liberty segna anche un periodo di
silenzio piuttosto lungo per il gruppo.
Le sue
proposte musicali non sono particolarmente in sintonia con il mercato
discografico e le orecchie sono puntate in direzioni ben diverse rispetto ai
suoni tradizionali dei nostri quattro amici.
Ci vuole
la meteora rappresentata dalla coraggiosa indie (tutte le indie sono
necessariamente coraggiose) Rising Tide per credere nella proposta natalizia
della NGDB, che mancava ancora all’appello: Christmas Album vede la luce
sul finire del 1997 – abbastanza logico, non vi pare? – e si compone per oltre
la metà di covers a tema.
Sul
fronte dei brani originali troviamo invece l’iniziale Colorado Christmas
a firma del compianto Steve Goodman, dolce ballata acustica in perfetto stile
NGDB, con la voce di Alison Krauss ed il banjo a cinque corde ed il mandolino
del primo fuoriuscito eccellente del gruppo, il polistrumentista John McEuen. One
Christmas Tree è firmata da Jimmy Ibbotson e Jeff Hanna e la matrice ben si
palesa fin dal primo ascolto.
Il testo
risente però di tutta la tristezza della separazione di due coniugi (Jimmy e la
sua ex-moglie) e del desiderio dei figli che vorrebbero vedere riuniti i
genitori.
This
Christmas Morning
(di Bob Carpenter) ha strane assonanze orientali ed è eseguita dall’autore,
risultato: sorvolare.
Love
Has Brought Him Here
rivedere Carpenter aiutato da Tom Kell a livello compositivo per una gradevole
ballata, penalizzata dal fatto che ad eseguirla è purtroppo il bieco
tastierista. Per quanto riguarda i ‘classici’, che nella tradizione natalizia
davvero sono tali, riecco We Three Kings, che vede i Re Magi
protagonisti, ben supportati dall’accordion di Carpenter (che stavolta ha il
buon gusto di non cantare) e da un banjo intrigante che tanto ricorda i
Dillards di Decade.
Incontriamo
poi un brano dei primi anni ’50, Christmas Dinner, che ben funzionerebbe
come menu tipico delle festività anglosassoni.
Chi non
riconoscerebbe poi il classico natalizio per eccellenza, Silent Night,
accostato ad altri suoi pari quali Silver Bells, It Came Upon A
Midnight Clear, Little Drummer Boy ed all’immancabile Jingle
Bells? Il disco è un tipico prodotto natalizio, rivisto in chiave NGDB, ma
il fallimento dell’indie in questione interrompe ancora una volta (ma ci sarà
un seguito) la pista dei nostri quattro.
1998 – Bang Bang Bang – Dreamworks
Ventisettesimo
episodio (escluse le solite antologie, ecc. ecc.) in trentun anni di carriera
discografica – l’album omonimo Nitty Gritty Dirt Band risale infatti al
1967 - e ci spiace registrare una decisa battuta di arresto nel livello
artistico del gruppo.
Solita
formazione per questo Bang Bang Bang, ma già dalla lettura dei nomi dei
compositori dei brani balza all’occhio un’anomalia macroscopica: ad eccezione
di The Monkey Song, a firma Jimmy Ibbotson, tutti gli altri brani sono
opera di personaggi estranei alla band! Pessimo segno, sintomo di mancanza di
coesione all’interno del gruppo, di carenza di idee e forse di disagio
personale dei singoli musicisti, che non riescono a trovare spunti per comporre
brani degni di comparire in un CD.
Nonostante
la partecipazione al Country Festival di Bad Ischl (Austria) li abbia visti
carichi e pimpanti (così ci hanno a suo tempo riferito gli amici della
country-rock band italiana dei Dobro), il disco è fortemente disomogeneo ed il
fatto di pescare nel repertorio di hit-makers quali Jim Lauderdale, Gary
Nicholson, Al Anderson, Craig Wiseman, Dennis Linde, Jon Bunzow, Mac McAnally
ed altri non riesce a risollevare il risultato globale.
Il suono
solo a tratti ricorda le matrici che hanno reso famosa la NGDB e l’armonica di
Jimmie Fadden da sola non può fare miracoli.
Anche Singing
to the Scarecrow si lascia ascoltare, ma il riferimento a Bojangles insito
nel testo, da solo vale poco.
Ci spiace
ammetterlo ma, a tutt’oggi, le quotazioni del gruppo sono in discesa: speriamo
il futuro porti loro (ed anche a noi, estimatori della NGDB doc) migliore
fortuna.
Chi fosse
intanto sprovvisto di qualcuno dei vecchi album, potrà approfittare della
mancanza di materiale nuovo per recuperare le ghiotte ristampe attualmente in
commercio.