di Dino Della Casa
Amici, chiudete gli occhi, rilassatevi e preparatevi ad un viaggio a ritroso nel tempo…I Doors debuttano per l’Elektra e Joni M

Amici, chiudete gli occhi, rilassatevi e preparatevi ad un viaggio a ritroso nel tempo…I Doors debuttano per l’Elektra e Joni Mitchell per la Reprise.

I Byrds cantano So You Wanna Be A Rock’n’Roll Star ed i Buffalo Springfield Mr.Soul: sì, siamo nel 1967. La cronaca quotidiana tiene fra l’altro a battesimo l’esordio discografico su etichetta Liberty di una band californiana che già all’epoca vantava un certo seguito nella zona di Orange County e che si era messa insieme fondandosi sul presupposto, peraltro molto radicato fra i suoi componenti, di “non dover lavorare per vivere”.

Questo stravagante combo era il primo nucleo, discograficamente parlando, della Nitty Gritty Dirt Band.



1967 - The Nitty Gritty Dirt Band – Liberty


Nata dalla evoluzione della Illegitimate Jug Band – in quanto priva di qualsiasi strumento jug – che perde per strada la futura star Jackson Browne, la nostra compagine comprende Bruce Kunkel, Jeff Hanna, Jimmie Fadden, Ralph Barr, Les Thompson e John McEuen.

I ragazzi si fanno le ossa suonando al Paradox ed alla Mecca, noti club dell’allora effervescente scena losangelena.

La strumentazione è decisamente limitata ed il suono è fortemente atipico ed improntato alla ‘music for fun’.

Non esiste una traccia stilistica riconducibile alla Nitty Gritty Dirt Band degli esordi, se non un caleidoscopio di suoni apparentemente poco amalgamabili ed amalgamati, ma che trovano coesione nella poliedricità dei talenti che ne fanno parte: la ballata a firma di Jackson Browne Holding e l’accattivante Buy For Me The Rain, primo hit del gruppo, ben poco hanno a che spartire con la sgangherata Euphoria o con la Melissa che tanto fa anni ’20, anche per l’utilizzo dei blocchi di legno come strumenti, a riesumare il ritmo del tip-tap e della voce sapientemente trattata. Non mancano le rielaborazioni dei classici quali Candy Man, con Fadden all’armonica, a gettare le basi del futuro NGDB sound o gli episodi più squisitamente jug quali I Wish I Could Swim... e Crazy Words Crazy Tune.

Un calderone ribollente di idee, molte delle quali ancora a livello embrionale, ma che comunque convincono (buon per noi) i responsabili della Liberty, visto che, entro la fine dello stesso anno 1967, esce il seguito di The NGDB nei solchi di Ricochet.



1967 – Ricochet – Liberty

Una pallottola di rimbalzo (questo il significato del titolo), che comunque colpisce nel segno. Figurano ancora composizioni di Jackson Browne (Shadow Dream Song e It’s Raining Here In Long Beach, che resteranno a tutt’oggi inedite nella sua produzione solista), accanto ad episodi con le più svariate origini: dal rag-time completo di tip-tap di Coney Island Washboard alle influenze acid…ule di Search The Sky.

Dalla ballata fortemente sixties di Truly Right a firma Brewer & Shipley, alla più meditativa Tide Of Love, partorita dalla coppia Greg Copeland-Steve Noonan, gente dell’entourage della NGDB fin dagli inizi e ciascuno titolare di un oscuro album solista (rispettivamente Revenge Will Come su Geffen e Steve Noonan su Elektra, contenente la stessa Tide Of Love, oltre a She’s A Flying Thing, Tumble Down, The Painter, la già citata Shadow Dream Song, oltre ad un episodio scritto a quattro mani con Jackson ed intitolato Trustin’ Is A Harder Thing.

Forti riferimenti alla musica di oltre oceano nella quasi-beatlesiana; ancora jug band con Happy Fat Annie, per finire con la semi-demenziale The Teddy Bear’s Picnic. Senza il senno di poi è onestamente difficile pronosticare un qualsiasi futuro al gruppo, che nel frattempo non ha mutato la line-up, ma la storia ci smentisce e nel 1980 la United Artists giapponese ristamperà il disco sull’onda del successo riportato dalla NGDB in versione country-rock, quella decisamente migliore.



1968 - Rare Junk – Liberty

Arriviamo al 1968 per trovare la NGDB ancora in casa Liberty, con una terza prova al suo attivo, Rare Junk. La strumentazione si è notevolmente ampliata, il gusto compositivo ed interpretativo si è affinato, Bruce Kunkel è stato sostituito da Chris Darrow (!) e fra gli ospiti di questo album troviamo grossi nomi del futuro firmamento californiano: Bearnie Leadon (degli Hearts & Flowers, poi con Kentucky Mountain Boys, Dillard & Clark, Flying Burrito Brothers, Eagles e Leadon-Georgiades Band), Johnny Sandlin (guru del southern-rock), Paul Hornsby e Rodney Dillard (Dillards).

Le influenze si dividono fra un blues personalizzato (Mournin’ The Blues, End Of Your Line ed Hesitation Blues) ed un suono più variegato e dalle provenienze più disparate: New Orleans, ancora jug-music e canzone d’autore: Reason To Believe (Tim Hardin), These Days (Jackson Browne) e A Number And A Name (Steve Gillette). La band non ha ancora definitivamente messo a fuoco la propria identità artistica e questo è un fatto evidente. Il salto di qualità arriverà solo nel 1970, grazie al passaggio a sonorità più vicine al filone country-rock, ma non precorriamo i tempi.



1969 – Alive – Liberty

I gruppo non stravende di sicuro, ma continua a suonare dal vivo ed accumulando esperienza preziosa, come dimostra il live intitolato senza una gran fantasia Alive e che contiene estratti delle performances del Troubadour di proprietà di Doug Weston ed ubicato in quel di Los Angeles.

Ritroviamo Buy For Me The Rain, Crazy Words, Crazy Tunes (in due diverse takes), Candy Man, una gradevole versione del classico bluegrass di Earl Scruggs Foggy Mountain Breakdown ad opera di John McEuen, il blues tirato di Rock Me Baby, la divertente Fat Boys Can Make It In Santa Monica, la cajun-oriented Alligator Man e la conclusiva Goodnight My Love Pleasant Dreams, irriverente parodia del sound dei primi sixties più edulcorati.

Fino a questo punto, si tratta di scegliere l’approccio al gruppo da parte dell’appassionato: il collezionista accanito cercherà di rintracciare ogni singolo album, l’ascoltatore meno motivato potrà accontentarsi del solo disco di esordio.



1970 – Uncle Charlie & His Dog Teddy – Liberty


Il 1970 rappresenta dunque il giro di boa ed il conseguente salto di qualità della NGDB. A tutt’oggi uno dei loro dischi migliori, se non addirittura il migliore in assoluto, Uncle Charlie & His Dog Teddy raccoglie alcune gemme della produzione del gruppo, che nel frattempo ha perso Chris Darrow.

Molte le covers e tutte bellissime: l’iniziale Some Of Shelley’s Blues e Propinquity (entrambe di Michael Nesmith (prima con i Monkees – fu preferito a Stephen Stills - poi con la First National Band), Prodigal Son’s Return, Yukon Railroad, Santa Rosa, House At Pooh Corner di Kenny Loggins, Livin’ Without You di Randy Newman, Rave On, il rock di Norman Petty, Randy Lynn Rag di Earl Scruggs, per finire con la più bella cover in assoluto (parere necessariamente soggettivo) del classico per eccellenza di Jerry Jeff Walker, Mr.Bojangles, con quell’inconfondibile intro di chitarra acustica e mandolino, quell’ormai personalissima armonica ed il dolce pianoforte a supportare la voce solista di Jeff Hanna che fra i brani originali firma The Cure, mentre Jimmie Fadden scrive Uncle Charlie e John McEuen crea Opus 36, senza tralasciare gli arrangiamenti di classici senza tempo quali Swanee River (Stephen Foster) e Billy In The Low Ground.

Il disco è pervaso da un forte senso di coesione, mai emerso in precedenza, che lo avvicina molto ad un concept-album. La musica scorre da un brano all’altro senza dare l’impressione di interrompersi: un flusso costante di good vibrations che ci lascia solo il desiderio di ripeter all’infinito l’ascolto del disco.



1971 – All The Good Times – United Artists


Il 1971 vede la NGDB passare dalla Liberty alla United Artists con il seguito di Uncle Charlie… Sull’onda dell’interesse suscitato, esce All The Good Times e si rimane sempre su ottimi livelli.

La band è artisticamente in mano a John McEuen, responsabile della virata country-rock del gruppo e ci si guadagna in omogeneità, esattamente ciò che mancava nei primi quattro albums. Apre le danze una trascinante versione di Sixteen Tracks, registrata live al Golden Bear di Huntington Beach, CA.

E’ comunque l’unico episodio dal vivo, insieme alla scanetata e conclusiva Diggy Liggy Lo. Fish Song sfoggia arrangiamenti vocali tipici dell’epoca – bei tempi per il California sound. Ancora Jimmie Fadden sugli scudi per il blues di Creepin’ ‘Round Your Back Door e per il country-rock di Daisy.

Baltimore di Jim Ibbotson è ancora tipico NGDB sound, mentre Civil War Trilogy si rifà ovviamente al patrimonio fokloristico USA del periodo della Guerra di Secessione 1861-1865. Il resto del disco è costituito da eccellenti covers: Jambalaya (Hank Williams), Down In Texas (Eddie Hinton), Do You Feel It Too (Richie Furay) e Jamaica Say You Will (Jackson Browne) su tutte: il disco risulta ancora estremamente compatto e tutti i brani suonano come se fossero originali del gruppo, tanto la loro interpretazione è vissuta in prima persona: degno seguito del suo predecessore. Il gruppo è al suo apice.



1972 – Will The Circle Be Unbroken – United Artists


Ormai assorti al rango di superstars di un certo country-rock californiano particolarmente vicino alla tradizione, i ragazzi del gruppo, come sempre guidati dal fido manager William McEuen, fratello di John, decidono di misurarsi con un progetto molto ambizioso: gettare un ponte ideale fra la country-music della vecchia guardia e quella delle nuove leve.

Nasce così il mastodontico – ed imperdibile – triplo album Will The Circle Be Unbroken ed è la consacrazione definitiva. Nelle sei facciate vengono assemblati i più bei nomi (allora viventi) della country-music, spesso affiancati dai membri della band.

Risentiamo così Mother Maybelle Carter, Doc Watson, Merle Travis, Roy Acuff, Earl Scruggs, Vassar Clements, Junior Huskey e Jimmy Martin. Non è facile trattenere la commozione riascoltando Mother Maybelle che interpreta, fra le altre, I’m Thinkin’ Tonight Of My Blue Eyes, Keep On The Sunny Side, The Wildwood Flower ed il primo verso del title-track, quella stessa Will The Circle Be Unbroken che riunisce ben diciotto vocalist nel coro del ritornello, per non menzionare l’impressionante line-up degli strumentisti.

Il triplo album racchiude addirittura trentasette song eseguite nel più profondo rispetto ed amore per una musica assolutamente americana e per coloro che l’hanno resa grande; sentimenti ben espressi e riassunti in Grand Ole Opry Song, sorta di tributo ai grandi della country-music.



1974 – Stars & Stripes – United Artists


Due anni passano dallo sforzo di Will The Circle Be Unbroken, la band è giustamente osannata e richiesta da legioni di fans che accolgono calorosamente il secondo live del gruppo, il celeberrimo, doppio – e discontinuo – Stars & Stripes. Les Thompson non è più nella formazione ufficiale, ma compare ugualmente in veste di ospite insieme a Vassar Clements, Doug Jernigan e Jerry Mills.

Il disco, nonostante venda moltissimo (grazie anche al successo del precedente triplo) risulta dunque disomogeneo a causa delle interruzioni, delle interviste e dei monologhi che lo costellano. Il repertorio è diviso fra eccellenti covers (tra quelle inedite nella discografia dei nostri beniamini, da segnalare Cosmic Cowboy Souvenir di Michael Murphey, Teardrops In My Eyes, l’inno nazionale statunitense Stars & Stripes Forever, qui in versione acustica ed una trascinante Battle Of New Orleans di Jimmie Driftwood) e rielaborazioni di brani classici, il tutto in puro stile NGDB.

La scelta dei brani sa necessariamente un po’ di greatest hits, ma le esecuzioni sono impeccabili. Comunque il disco vende un po’ dappertutto (è stato pubblicato addirittura in Italia, con una confezione a dir poco spartana, ma in fondo non è poi così deprecabile vivere un poco di rendita dopo uno sforzo come il mastodontico triplo di cui sopra.



1975 – Dream – 1975

Nell’intento di cavalcare la tigre del successo meritato con i precedenti lavori, la NGDB stabile nel sound e nella line-up (ma non durerà ancora a lungo…) che attualmente vede Jeff Hanna, Jim Ibbotson, Jimmie Fadden e John McEuen, pubblica un nuovo album, sempre su etichetta United Artists, intitolato Dream.

Prodotto non più omogeneo, si barcamena fra episodi egregi quali Bayou Jubilee, Hey Good Lookin’ (di Hank Williams, con Linda Ronstadt che duetta alla voce solista), Ripplin’ Waters e la stessa All I Have To Is Dream, cover del noto hit degli Everly Brothers ed il restante materiale che, pur gradevole, manca di coesione e la presenza di ospiti illustri tipo Leon Russell non riesce a rialzare il tono generale.

Si avverte un senso di ‘stallo artistico’, mancanza di quegli stimoli e quelle motivazioni che avevano reso possibili classici del calibro di Uncle Charlie e All The Good Times. Il successo ha dunque mietuto un’altra vittima illustre?



1977 – Dirt Silver And Gold – United Artists


Due anni di trepidante attesa per i fans della NGDB ed all’improvviso esce un altro triplo, Dirt Silver And Gold, ma l’uscita presenta diverse sorprese.

Dei trentasette brani qui compresi, solo dodici risultano versioni mai pubblicate prima, ma Bayou Jubilee, Sally Was A Goodun e Cosmic Cowboy Souvenir erano già state proposte in altra sede. Troviamo poi ripescaggi dai primi tre LP oramai irreperibili su vinile, un’intera facciata di Uncle Charlie, tre brani da All The Good Times, sei estratti da Will The Circle… e tre da Dream.

Parliamo ora delle novità: Win Or Lose è un gradevole esercizio per chitarra acustica con una spruzzatina di banjo, Visiting An Old Friend è una timida ballata pizzicata in punta di dita e cantata con la dolcezza tipica del cantautorato Californiano dei mid ‘70’s (è del 1976), Rocky Top è molto vicina alla versione resa a suo tempo da Dillard & Clark e questo non rappresenta certo un difetto, ma niente aggiunge al curriculum dei nostri ragazzi.

Stesso discorso per il classico esercizio chitarristica di Gavotte No. 2. Jamaica Lady, del misconosciuto cantautore David James Holster – collaboratore stretto della futura Dirt Band ed autore di un oscuro album solista – altro non è che una tessera in più nel mosaico NGDB.

Con essa si apre la facciata completamente inedita, che prosegue con Mother Earth, sempre in puro stile NGDB, mentre Fallin’ Down Slow è uno strumentale acustico sognante e meditativo: massimo relax.

Sorta di talkin’ country per Bowleg’s, mentre la strumentale Doc’s Guitar è un preziosismo per chitarra acustica. Se dunque c’era già materiale in abbondanza per un nuovo album singolo, che senso ha sfornarne uno triplo, per due terzi puramente antologico? Lasciamo pure spazio al dibattito per sostenitori della tesi sulla mera e bieca operazione commerciale da parte della casa discografica, tesa a sfruttare il nome del gruppo di successo, e quelli che invocano una ristampa di alcuni brani altrimenti difficilmente reperibili.

La rimessa sul mercato di gran parte del materiale del periodo centrale (leggi migliore) della NGDB, fra cui l’intero Dirt Silver & Gold in un box da due CD, è comunque motivo più che sufficiente per andare a riscoprire un gruppo essenziale nell’economia del country-rock Californiano (anche se la band ha da tempo spostato il fulcro delle sue attività in quel di Denver, Colorado) e qui finisce anche il sodalizio fra John McEuen, polistrumentista eccellente e membro fondatore e la NGDB.

Con il prossimo album il suo posto verrà preso dal tastierista Bob Carpenter, con fastidiose velleità canore ed il sound cambierà un po’, ma questa è un’altra storia.



1978 – Dirt Band – United Artists


E’ il primo ‘scossone’ artistico che il gruppo subisce: Jimmy Ibbotson se n’è andato dal gruppo per perseguire una – brevissima – carriera solistica che ha prodotto un unico, seppur interessante album, quel Nitty Gritty Ibbotson stampato l’anno prima dall’etichetta First American.

Il resto dei componenti della NGDB ipotizza un improbabile rimpasto della line-up – e non solo quella - ed è così che ha origine una creatura anomala denominata semplicemente Dirt Band, della quale fanno ufficialmente parte i tre sopravvissuti Jimmie Fadden (voce solista, armonica, chitarra, syndrum e voce corista), Jeff Hanna (voce solista, chitarre e voce corista) e John McEuen (lap steel, banjo, chitarra acustica, fiddle, mandolino e dobro) oltre ad alcuni amici/collaboratori che entrano quali co-titolari: Merel Bregante (batteria e percussioni, in sostituzione di Jimmy Ibbotson), Al Garth (sax, fiati, fiddle, piano elettrico e percussioni) e Richard Hathaway (basso, anche se compare in soli due brani).

Fra gli ospiti si riconoscono i nomi di Al Kooper, Michael MacDonald, Rosemary Butler, Greg ‘Fingers’ Taylor e Leon Medica. In tre brani figura poi l’apporto tastieristico di tale Bob Carpenter, che legherà indissolubilmente il suo nome a quello della NGDB anche dopo il ritorno alla denominazione d’origine (1983).

Il cambio di nome non porta certo fortuna al ‘nuovo’ gruppo: Dirt Band è un dischetto piuttosto insipido di pop commerciale e radiofonico, con un solo sparuto tentativo di elevarsi al disopra della banalità in Lights (firmata dall’ex-Fying Burrito Brothers ed ex-Firefall Rick Roberts).

E’ l’inizio di un periodo piuttosto lungo di aridità artistica per il gruppo.



1979 – An American Dream – United Artists


Secondo capitolo sotto l’egida della Dirt Band; stessa formazione a cinque e niente cambia. Un certo successo per il title-track, firmato da Rodney Crowell che lo aveva inserito nel suo LP d’esordio Ain’t Living Long Like This, che ospita Linda Ronstadt alle harmony vocals, che arriva al numero 13 delle classifiche pop ed un’altra bella cover di un brano di Rick Roberts In Her Eyes (Rick è un grande compositore).

Se il disco proseguisse su questa falsa riga, si potrebbe stare tranquilli, purtroppo già con Take Me Back e Jas’ Moon si torna allo scipito disco-pop, così tristemente bieco e nefando.

La cover del classico New Orleans, che vede la Dirt Band insieme a Louisiana Le Roux al gran completo, non riesce a risollevare le sorti del disco e neppure la cover della famosa Wolverton Mountain riesce nell’impresa.

Se non fosse per il brano American Dream, il disco passerebbe completamente inosservato e forse non sarebbe un gran male.



1980 – Make A Little Magic – United Artists


Nuovo cambio di formazione per la Dirt Band. Bob Carpenter, tastierista ed ospite fisso nei due dischi precedenti, entra come titolare nella formazione, che conta ora ben sei elementi.

Ancora una volta è il title-track a portare l’unica risonanza al disco, con la sua aria smaccatamente ‘radio-friendly’, grazie a certe sonorità chitarristiche reminiscenti del lontano ‘jingle-jangle sound’ ed all’apporto vocale della compianta Nicolette Larson, all’epoca sulla cresta dell’onda. Badlands sarà ripresa nell’album Acoustic del 1994, qui la troviamo in una gradevole versione elettroacustica, dotata di un buon a-solo centrale di chitarra elettrica e di un riff ipnotico. High School Yearbook e Do It! si rifanno a certi schemi del rock stile anni ’50, mentre Leigh Anne è – purtroppo – interpretata da Bob Carpenter, con risultati poco apprezzabili.

Stesso discorso per Ridin’ Alone. Anxious Heart è dotata di un intro quasi beatlesiano, ma le analogie si fermano qui. Puro pop da classifica (magari!) e lontano anni luce dal sound che aveva reso grande la NGDB. Harmony cade nuovamente preda delle velleità canore di Bob Carpenter ed il fiasco è assicurato. Too Good To Be True strizza ancora l’occhio a sonorità disco (sigh!), mentre l’esercizio acustico e strumentale di Muellen’s Farewell To America si erge ad epitaffio di un altro disco dove la mancanza di idee – giuste – regna sovrana.



1981 – Jealousy – Liberty

Visti i miseri risultati di vendita della Dirt Band, la United Artists scioglie il contratto e ben presto i tre dischi del gruppo trovano la via degli scaffali delle cosiddette ‘offerte’ in veste di ‘forati’ (i famosi dischi da vendere a prezzo ribassato).

Stessa fine è destinato a fare l’ultimo prodotto che dovrà portarsi dietro l’oneroso fardello del marchio ‘Dirt Band’.

Nonostante il cambio di etichetta, anche Jealousy mostra ampiamente la corda, forse addirittura più dei suoi ultimi predecessori. Alcuni sprazzi meno beceri della media si possono – volendo essere molto magnanimi – identificare nella ballata elettroacustica Fire In The Sky, gradevolmente cantata da Jeff Hanna, impreziosita dall’intervento fiatistico di Al Garth, ma tristemente rovinata dai coretti insulsi e dall’intervento vocale del co-autore Bob Carpenter.

Null’altro si riesce a salvare, almeno secondo il Vostro cronista. L’unica nota positiva è che questo è il quarto ed ultimo disco che Jeff Hanna, John McEuen e Jimmie Fadden sprecano con il ‘vecchio’ marchio: il gruppo si scioglie definitivamente come Dirt Band e si riunificherà nuovamente sotto la gloriosa bandiera di NGDB, anche se John McEuen darà con l’occasione l’addio alle armi.



1983 – Let’s Go – Liberty

Aria di cambiamenti per il nostro gruppo: prima di tutto viene definitivamente abbandonato il nome di Dirt Band e si ritorna alla gloriosa denominazione d’origine, Nitty Gritty Dirt Band. Bob Carpenter allontana – solo per questo disco, purtroppo – la sua nefanda presenza dal gruppo, che vede invece il rientro del grande John McEuen.

Non ultimo apporto è dato dalla firma del nuovo contratto con la major Liberty, con la band che torna a registrare a Nashville per dare vita ad un gran bell’album, intitolato, in modo positivista e determinato, Let’s Go.

Dieci sono i brani e tutti in puro stile NGDB, anche se non mancano cover, a cominciare dall’iniziale Heartaches In Heartaches (firmata da Andrew Gold), un gradevolissimo country-rock, molto orecchiabile ed altrettanto ‘radio-friendly’.

Si passa poi alla riedizione di un classico country a firma del prolifico Bob McDill con Shot Full Of Love, cantata da Jeff Hanna ed impreziosita da un ricercato lavoro di chitarre acustiche, seguita da Never Together But Close Sometimes, un pezzo scritto dal songwriter texano Rodney Crowell, ex-genero di Johnny Cash, che gode di un arrangiamento caraibico, dove le partiture vocali si rifanno a certe armonie tipiche degli impasti a-la C.S.& N. (Suite: Judy Blue Eyes). Goodbye Eyes è tratta dal repertorio del songwriter Dave Loggins e figurava originariamente nel suo One Way Ticket To Paradise (Epic - 1977) e la NGDB ne rende una versione dolce ed acustica. Maryann porta la firma di Marshall Crenshaw, noto pop-rocker che ha molto care le sonorità degli anni ’60, ambito artistico nel quale i nostri si trovano perfettamente a proprio agio.

Too Many Heartaches In Paradise è un’altra ballata pacatamente acustica, precisa nei contrappunti strumentali e negli impasti vocali dei quattro. Introdotta dal rombo di un motore grintoso ecco l’accattivante pezzo di Steve Goodman, cantautore ora purtroppo scomparso, ma con il quale c’è da sempre stato frequente scambio di brani.

Sul fronte dei pezzi originali troviamo il title-track (opera di Jeff Hanna e Jimmie Fadden) con un bell’accenno di jingle-jangle, la conclusiva e dolcissima Dance Little Jean di Jimmy Ibbotson, che arriverà al decimo posto delle country-charts e che narra del matrimonio di una coppia di fatto e di come “domani sarà il giorno in cui il tuo papà sposerà la tua mamma..”.

 Un residuo delle velleità compositive del sinitro Bob Carpenter (qui in coppia con Jeff Hannah) è rintracciabile in Special Look, onesto pezzo orecchiabile, ma niente più. Nel suo complesso il disco è molto godibile, ci riporta finalmente alle sonorità country-rock che avevamo amato in passato, il nome NGDB torna a fare bella mostra di sé sulla copertina del disco e c’è di che ben sperare nuovamente per il futuro.



1984 – Plain Dirt Fashion – Warner Brothers


Il disco piace, vende discretamente e questo fa salire le quotazioni dei nostri, che approdano ai lidi della major di Burbank per incidere un altro ottimo disco, Plain Dirt Fashion.

Ancora una volta restiamo in ambito country-rock, con chitarre acustiche, dobro, armonica ed armonie vocali stile NGDB.

Fra le noti dolenti dobbiamo segnalare il rientro del bieco tastierista Bob Carpenter, per portare così a cinque il numero complessivo dei componenti.

Il livello dei brani si mantiene piuttosto alto e diversi pezzi qui compresi diventeranno presenze fisse ai concerti presenti e futuri del gruppo: High Horse (Jim Ibbotson) è un uptempo molto veloce ed altrettanto inconfondibilmente NGDB, ma purtroppo è l’unico pezzo originale di tutto l’album.

Le cover sono comunque eccellenti, a cominciare dall’iniziale Long Hard Road (Rodney Crowell), tributo alla vita rurale e semplice dell’agricoltore-tipo, Face On The Cutting-Room Floor porta la firma di Steve Goodman ed è l’amara storia del naufragio dei sogni di una ragazza di provincia, attratta a Los Angeles da sogni di una carriera cinematografica che non si realizzerà mai.

Viene poi inclusa una rendition del classico Cadillac Ranch (Bruce Springsteen), grintosa e riconoscibile quanto basta per far sì che venga poi regolarmente richiesta dal vivo; Video Tape è ancora opera di Steve Goodman, mentre ‘Till The Fire’s Burned Out appartiene al repertorio del cantautore Hugh Moffat, qui resa in chiave molto gradevole corale. Una conferma che il talento dei nostri è tutt’altro che svanito, nonostante i – giustificati – timori riconducibili alla parentesi Dirt Band.



1985 – Partners Brothers And Friends – Warner Brothers


Secondo album per la Warner Bros. ed il livello si mantiene sugli standard più tipici della NGDB, vale a dire belle armonie vocali, curate e raffinate, ariosi giochi di chitarre acustiche ed elettriche, armonica gradevole ed intervesti tastieristici e di pedal steel distribuiti con equità.

Per quanto riguarda questo Partners Brothers & Friends la line-up è rimasta invariata rispetto al disco precedente e stavolta la presenza compositiva di Carpenter si limita ad un brano, il country-rock molto easy-listening di Redneck Riviera (co-firmato insieme a Jeff Hanna e fortunatamente cantato dallo steso Jeff).

Più importante l’apporto di Jimmy Ibbotson, che firma la tradizionale Telluride, abbellita da fiddle e dobro, ed il title-track Partners Brothers & Friends insieme a Jeff Hanna. E’ giusto spendere qualche parola in più sul testo di questo orecchiabile esercizio di country-rock che tratta delle riflessioni dei membri del gruppo a proposito delle sensazioni e dei sentimenti che sono nati e maturati in due decadi di militanza all’ombra del logo NGDB: “…it’s great to be a part of something so good that’s lasted so long…”.

Ancora Jeff Hanna, insieme a Steve Goodman (che appare nella cover interna del disco visibilmente affetto da un male incurabile che lo rapirà di lì a poco) compone il rockettino Queen Of The Road, niente di esaltante, ma gradevole ed epidermico.

Sul fronte delle covers, ecco una simpatica ed orecchiabile Modern Day Romance, a firma Kix Brooks, metà del million-seller duo Brooks & Dunn, Influenze quasi-Eaglesiane negli impasti vocali e nello sviluppo strumentale per un brano senz’altro stimolante: ottima partenza. Other Side Of The Hill era già stata reinterpretata da Jerry Jeff Walker ed è firmata da Chuck Pyle.

La NGDB la riarrangia in chiave personalissima, rendendole pienamente giustizia e trasformandola in una ‘loro’ song, grazie ad un arrangiamento che molto deve all’armonica di Jimmie Fadden ed ai ricchi impasti vocali, veri e propri marchi di fabbrica dei nostri.

Uno dei pezzi migliori, insieme al precedente. Home Again In My Heart si apre con il banjo di John McEuen ed è questo strumento a farla da padrone lungo tutto il brano, cantato da Jeff Hanna con ottimi risultati.

Il lato A si chiude con un brano preso a prestito dalla prolifica penna di Don Schlitz (ha composto, fra l’altro, il mega hit di Kenny Rogers, The Gambler), Old Upright Piano, eseguito con molta dolcezza dal solito Jeff Hanna in pieno NGDB-style.

Ancora Don Schlitz, tavolta con Lisa Silver e l’Amazing Rhythm Aces Russell Smith, firmano As Long As You’re Loving Me, un’altra canzoncina senza grandi pretese, che scivola via piacevolmente, ma senza stravolgere la vita all’ascoltatore.

Più gradevole risulta invece la velocissima e bluegrassata Leon McDuff (Mike Cross), dove le reminiscenze dei nostri riemergono prepotentemente, sapientemente supportate dal picking di John McEuen, Sam Bush e Mark O’Connor.

Il disco scorre via piacevole e ben fatto, senza grandi scossoni, nel più perfetto stile del gruppo, orientato definitivamente al genere country-rock decisamente attento ai suoni acustici della tradizione, ma altrettanto desideroso di mantenersi aggiornato nelle sue formulazioni.



1987 – Hold On – Warner Bros.


Il sodalizio con la major californiana sembra funzionare egregiamente, visto che con Hold On si arriva al terzo capitolo della saga targata WB.

La cover dell’album è totalmente priva delle utili liner notes, quindi dobbiamo arrangiarci al meglio con le nostre sole forze.

John McEuen ha dato l’addio definitivo alla compagine, tanto è vero che le sagome dei componenti del gruppo sulla copertina sono solo quattro e facilmente riconoscibili in Jeff Hannah, Bob Carpenter, Jim Ibbotson e Jimmie Fadden.

Dei dieci brani compresi nel disco, solo quattro sono frutto di collaborazioni dei nostri amici, gli altri sei sono presi a prestito da hit-makers di alto bordo, quali Max D.Barnes, Karen Staley, Wendy Waldman, Jim Photoglo, Troy Seals, Wayland Holyfield, Josh Leo e – udite, udite – Bruce Springsteen che presta la sua Angelyne, già nota grazie a Gary U.S.Bonds, anche se con grafia diversa.

L’interpretazione della NGDB è comunque estremamente accattivante fin dalle prime note, introdotte dall’accordion e dalla voce intrigante di Jeff Hannah.

 Fishin’ In The Dark ha addirittura riscontrato un certo successo a livello di charts e questo fa certo bene al gruppo, almeno a livello di vendibilità.

Il livello medio del disco si mantiene più che accettabile, fedelissimo ai ben noti – ed amati – clichè ed arrangiamenti, che rendono difficile, anche all’ascoltatore più attento, distinguere fra brani originali e covers, tanto i nostri rendono ‘proprio’ qualunque brano vadano ad interpretare. Una menzione di merito particolare per Blue Ridge Mountain Girl, dolcissima ballata acustica di atmosfera rurale, impreziosita dai raffinati e ricercati impasti vocali. Altrettanto può dirsi per Dancin’ To The Beat Of A Broken Heart, mentre Baby’s Got A Hold On Me è più roccata e ‘tirata’. Oh What A Love è quanto di più NGDB si possa immaginare, segno che gli arrangiamenti vocali-strumentali che hanno caratterizzato il sound del gruppo dalla ‘svolta’ dei primi anni ’70 in poi risultano ancora vincenti.

Se Oleanna non ci piace un gran che, Tennessee risulta invece più tipica e quindi gradevole. Il gruppo continua quindi a procedere sui binari rodati di un country-rock di maniera, infischiandosene alla grande delle mode del momento, ma senza purtroppo tentare di operare alcun rinnovamento o progressione, pur nell’ambito della propria espressione artistica.

Si assiste quindi ad una sorta di ‘fossilizzazione’ della compagine, sia a livello interpretativo (tutte le covers vengono “’nittygrittyzzate’ a tal punto da suonare come brani originali del gruppo), che compositivo.: niente di nuovo sotto il sole, quindi, ma almeno l’acquirente sa cosa acquista a colpo sicuro.



1988 – Workin’ Band – Warner Bros.


Puntuali come sempre ed ancora una volta all’ombra della solita major, i nostri sfornano un nuovo album dal titolo Workin’ Band. Il gruppo effettivamente non si risparmia in termini di apparizioni live e tours.

E’ proprio con l’occasione di questo LP che il gruppo ringrazia ufficialmente un musicista che ha legato il proprio nome ad alcuni dei momenti salienti della saga del country-rock californiano, quel Bernie Leadon (ex-Scottsville Squirrell Barkers, Ex-Hearts & Flowers, ex-Flying Burrito Brothers, ex-Eagles ecc.) che ha fattivamente aiutato la band on tour e nella registrazione del disco in questione, tanto da meritarsi foto e credits estesi sulla copertina interna.

Alle registrazioni partecipano anche Josh Leo, Larry Paxton e Mark O’Connor, oltre ai quattro moschettieri, che oramai sono divenuti inseparabili, anche perché pare che la formula funzioni egregiamente. Il suono è sempre quello: soluzioni elettroacustiche condite da azzeccati impasti vocali e quella splendida ed inconfondibile armonica in bocca a Jimmie Fadden.

Il disco si apre con il ritmo sostenuto del suo title-track, canzoncina frizzante ed accattivante, se non fosse per il fatto che tratta di un argomento di sempre più triste attualità: la disoccupazione e la disperazione di un volenteroso lavoratore che non trova un impiego.

Altrettanto accattivante risulta I’ve Been Lookin’ (a firma Jimmy Ibbotson & Jeff Hannah), con elaborazioni vocali degne della tradizione che ha reso i nostri dei veri e propri capiscuola.

Fra i brani originali o che comunque recano anche la firma dei componenti del gruppo, ecco Down That Road Tonight, decoroso esercizio molto ‘radio friendly’, mentre i gorgheggi tenerissimi di un bimbo in fasce introducono lo ‘sforzo compoitivo’ (si fa per dire) di Baby Blues, a firma Bob Carpenter, up-tempo cadenzato e filler gradevole. Meglio il country-rock grintoso di Corduroy Road, scritto e cantato da Bernie Leadon, che mette a frutto la lunga e significativa esperienza maturata fino a quel giorno, per confezionare un prodotto godibile e gradevole.

Ancora frutto della collaborazione fra Josh Leo e Wendy Waldman risulta il rockettino di Johnny O., poco più che una filastrocca-pretesto per non rendere questa cajun-oriented song uno semplice strumentale con vaghe reminiscenze del classico I Fought The Law. Thunder & Lightnin’ viene nittygrittyzzata alla grande, nonostante il vago gusto reggae, mentre A Lot Like Me è introdotta da un dobro-fantasma, poi arriva la voce del compositore (sì, lui, il sinistro Bob Carpenter) e preferisco procedere oltre.

Per Living Without You (attenzione, NON E’ lo stesso brano incluso nell’album UNCLE CHARLIE…) viene scomodato addirittura il cantautore texano Kevin Welch per una performance gradevole e ben confezionata, ma più adatta ad un solista che ad un gruppo. Brass Sky (Jimmy Ibbotson) gode di un intro decisamente anomalo, ma il brano si distende poi sulle note acustiche di una chitarra, che apre agli altri strumenti, fino a fornire un quadro più tradizionale della song completa.

Chiude il disco una (inutile) reprise di I’ve Been Lookin’. Anche questo disco risulta senza dubbio gradevole, nonostante la band tenda sempre più ad autocelebrarsi, allontanandosi da nuove e potenziali fonti di ispirazione e precludendosi così la possibilità di fare nuovi proseliti.



1988 – Will The Circle Be Unbroken (Vol. Two) – Universal

Nello stesso anno in cui il gruppo viene abbandonato dalla Warner, la novella Universal Records decide invece di accordare fiducia alla seconda parte di un progetto che (la prima volta) si era rivelato altamente redditizio.

Viene dunque rispolverata la formula del cast di nomi stellari per riproporre la storia di una certa country-music in compagnia dei grandi nomi che grande l’hanno resa in origine.

Ecco dunque un doppio album che vede – per esempio – Johnny Cash alla voce solita e la Carter Family al completo, insieme alla NGDB, alle voci coriste per una impeccabile esecuzione di Life’s A Railway To Heaven (nota anche come Life Is Like A Mountain Railway. John Prine (anche se non lo si può certo definire un vate della country music) regala al progetto la sua Grandpa Was A Carpenter, con Randy Scruggs, Mark O’Connor, il compianto Roy Huskey Jr.e Jerry ‘Flux’ Douglas parimenti della partita.

 E’ commovente riascoltare la voce dello scomparso Levon Helm per When I Get My Reward, firmata dall’Inglese Paul Kennerly, attualmente marito di Emmylou Harris, anche se l’importanza di questo brano nel Gotha della country-music è tutta da verificare.

Più azzeccato mi sembra l’inserimento di Don’t You Hear Jerusalem Moan, con Sam Bush, John Cowan, Bob Carpenter, Jimmy Ibbotson e Pat Flynn che si alternano alle partiture vocali.

Little Mountain Church House è cantata da Ricky Skaggs e l’accompagnamento è decisamente da antologia. Come sempre è da ammirare il rispetto e la devozione con la quale questi musicisti si accostano ai gioielli ed ai mostri sacri del passato.

Ascoltate l’umiltà della performance di John Denver in And So It Goes.When It’s Gone ha il profumo ed il passo della tradizione e la qualifica di ‘classico’ non aggiungerebbe niente a questo brano, se non fosse che si tratta di un pezzo scritto da Jimmie Fadden e Don Schlitz appunto per questo progetto, quindi giovanissimo.

Altrettanto potrebbe dirsi per la delicata interpretazione di Emmylou Harris in Mary Danced With Soldiers, scritta dal marito Paul Kennerly.

Con Sittin’ On Top Of The World si ritorna al vero Olimpo della Country Music made in Nashville, quella che ancora rieccheggia dei fasti della Grand Ole Opry e di Jimmy Martin, lead vocalist per l’occasione.

Grande anche Bela Fleck al banjo, Jerry Douglas al dobro e Vassar Clements al fiddle. L’album sarebbe imperdibile anche se si fermasse qui; il fatto che si tratti invece di un disco doppio lo rende assolutamente imprescindibile.

Non male l’interpretazione di Paulette Carlson (Highway 101) in Lovin’ On The Side, ma ancora più grande risulta Michael Martin Murphey nella sua Lost River, con un redivivo John McEuen al banjo, il fiddle di Mark O’Connor ed il dobro di Jerry Douglas, ma mi rendo conto che non è possibile citare i singoli brani ed i musicisti uno per uno.

Non possiamo però esimerci dal citare One Step Over The Line, a firma John Hiatt, che duetta con Rosanne Cash alla voce solista ben supportato dalla NGDB al completo, oltre ai soliti Douglas, Huskey, O’Connor e Randy Scruggs.

Che dire poi della partecipazione al progetto di Roger McGuinn e Chris Hillman che interpretano una versione country del classico Dylaniano You Ain’t Goin’ Nowhere con un arrangiamento simile in tutto e per tutto a quello usato nel seminale Sweetheart Of The Rodeo, l’album dei Byrds che aveva segnato la loro svolta country-rock.

Da segnalare una chicca ‘polemica’: laddove Dylan aveva inserito il nome di McGuinn a seguito del verso “You ain’t goin’ nowhere, McGuinn” (“Non andrai da nessuna parte, McGuinn…”), in questa occasione Roger gli rende la pariglia, cantando “…You ain’t goin’ nowhere, Dylan…”: ascoltare per credere.

Chiudiamo l’analisi del progetto recuperando il mitico title-track, che vede Johnny Cash, Roy Acuff, Ricky Skaggs, Levon Helm, Emmylou Harris, Jimmiy Ibbtoson, Jeff Hannah e Bob Carpenter nel ruolo di voci soliste, mentre il coro è appannaggio di ben cinquanta vocalists diversi, una sorta di We Are The World in versione country ante litteram.

Non posso aggiungere altro: disco imperdibile!

1990 – The Rest Of The Dream – MCA


E’ giusto che, dopo un progetto impegnativo come quello portato a termine con il precedente doppio album, il gruppo si conceda un meritato e lungo riposo, dovuto in parte al fatto che l’etichetta Universal chiude i battenti e la band trasloca in casa MCA, dove vede la luce The Rest Of The Dream nel 1990.

Sotto diversi punti di vista si tratta di un passo indietro, rispetto al disco precedente e sarei più propenso a vederlo come un riallacciamento al periodo Warner: solita formazione a quattro, oramai ampiamente rodata, solita lista di covers di lusso (roba di Springsteen, Bobby Braddock, due brani a firma John Hiatt, due a firma Jim Photoglo) e via dicendo.

Gradevole l’iniziale e roccheggiante From Small Things (di Bruce), sognante e dolcissima l’acustica Waitin’ On A Dark Eyed Gal, spigliate e divertenti Junior’s Grill e Just Enough Ashland City, cadenzate e piacevoli sia Blow Out The Stars, Turn Off The Moon che Hillbilly Hollywood, drammatica e piena di pathos The Rest Of The Dream.

Wihin’ Well, sforzo corale dei quattro co-titolari del premiato marchio NGDB, è probabilmente il prodotto migliore di tutto l’album, con Jeff Hanna alla voce solista, mentre Bob, Jimmy e Jimmie contribuiscono alle armonie vocali ed al tappeto strumentale in maniera determinante.

Bella la steel, bello il mandolino e molto bravi i nostri. Con You Made Life Good Again si chiude l’ultimo album della NGDB a vedere la luce in formato vinilitico: dal prossimo disco in poi anche loro dovranno ‘legare il cavallo’ al carro della tecnologia dilagante, con il grosso pregio di rendere nuovamente reperibili tracce ormai sepolte dalla polvere degli anni nel vecchio formato long-playing.



1991 – Live Two Five – CAPITOL


Il primo live che vede la partecipazione di Bob Carpenter in qualità di membro ufficiale della band è Live Two Five, ventitreesimo progetto del gruppo, escludendo le compilation e comprendendo invece i lavori a nome Dirt Band.

L’occasione dell’album arriva in concomitanza con le celebrazioni del venticinquesimo anno di attività del gruppo, il quale, nonostante sia passato attraverso vari cambi di formazione, mantiene ancora salda ed inalterata la sua caratteristica saliente di musica immediata e diretta, ma senza per questo penalizzare la qualità dei risultati che, salvo qualche caduta di tono – rilevabile soprattutto in corrispondenza del periodo in cui la band si esibiva con il nome abbreviato – si mantengono su livelli decisamente validi.

Se per un quarto di secolo il marchio NGDB è rimasto come sinonimo di qualità e se l’attesa dei fan ad ogni nuova uscita discografica è rimasta immutata, significa che il peso specifico di questo combo è qualcosa di ben radicato all’interno della musica americana e più precisamente, nell’ambito del filone country-rock.

L’album in questione, prodotto da T-Bone Burnett, raccoglie la produzione più significativa degli ultimi (ed anche primi) venticinque anni della band ed i brani vengono riproposti in ordine sparso, quasi a voler significare l’ininfluenza del trascorrere del tempo per i nostri eroi.

Da Plain Dirt Fashion del 1984 vengono riproposte l’iniziale e tiratissima High Horse, estremamente tipica ed immediatamente riconoscibile nel marchio NGDB vuoi per gli impasti vocali che per l’armonica di Jimmie Fadden, Long Hard Road (The Sharecropper’s Dream), deliziosa ballata rurale scritta da Rodney Crowell ed a tutt’oggi inedita nel suo repertorio solistico, Face On The Cutting Room Floor, amara riflessione sulle delusioni dell’ennesima ragazza attirata ad Hollywood dalle illusioni di una facile carriera cinematografica, che deve invece vedersela con un agente che le rivela senza mezzi termini che la sua unica possibilità di lavoro nell’industria cinematografica non può andare oltre il filone cosiddetto ‘a luci rosse’ ed il suo viso diventa dunque un altro negativo sul pavimento della sala di montaggio, e la cover della Springsteeniana Cadillac Ranch, introdotta dall’inconfondibile riff chitarristico che ne ha fatto uno dei brani più trascinanti da riproporre dal vivo.

Dal disco Workin’ Band del 1988 riemergono la corale I’ve Been Lookin’ a firma del duo Jimmy Ibbotson-Jeff Hanna, vero motore trainante della parte compositiva della band, con un drumming molto teso (Jimmie Fadden) ed un buon lavoro di piano (Bob Carpenter) e Workin’ Man (Nowhere To Go), drammatico appello in chiave country-rock di un volenteroso lavoratore rimasto senza lavoro a causa dell’improvviso crollo del mercato.

Make A Little Magic è invece l’orecchiabile e ‘radio-friendly’ hit tratto dall’omonimo LP datato 1980 ed accreditato alla ‘ridotta’ Dirt Band.

Dal secondo episodio del progetto Will The Circle Be Unbroken viene rispolverata la cover della Dylaniana You Ain’t Goin’ Nowhere ispirata ai suggerimenti della versione Byrdsiana inclusa originariamente nel seminale Sweethearts Of The Rodeo, dove Bob Carpenter si mette giustamente in mostra con le sue tastiere e con la sua voce, certo meno opportuna del suo strumento.

Stand A Little Rain è una ballata acustica (inedita, a quanto mi è dato di sapere) a firma Don Schlitz-Donnie Lowery ed è eseguita da Bob Carpenter alla voce solista accompagnato da un sottofondo chitarristico che cerca di risollevare il risultato globale, ma personalmente preferisco il suo apporto strumentale a quello vocale, ma tant’è.

Dance Little Jean è purtroppo l’unico brano estratto da Let’s Go, l’album del 1983 che segna il ritorno del gruppo alla denominazione originale e che coincide anche con un risultato artistico decisamente superiore alla media dei lavori precedenti.

Volere aggiungere qualcosa di nuovo a quanto è già stato scritto sulla versione della NGDB di Mr.Bojangles, scritta da Jerry Jeff Walker (sì, lo so che lo sapete, ma DEVO scriverlo) sarebbe pura presunzione, quindi ci limitiamo a segnalare che la canzone è sempre un gioiellino, grazie anche all’uso dell’accordion che l’aveva caratterizzata fino dal 1970.

E’ poi la volta di una lunghissima versione di Ripplin’ Waters (classe 1975), di oltre dieci minuti, durante i quali i nostri fornicono grandi performances strumentali all’armonica ed alle percussioni (Jimmie Fadden), al mandolino ed al basso (Jimmy Ibbotson), all’acustica solista (Jeff Hanna) ed alle tastiere (Bob Carpenter).

Il secondo inedito del CD è El Harpo, uno strumentale dove l’armonica di Jimmie Fadden e le tastiere di Bob Carpenter, autori del brano, si dividono equamente i meriti e duellano fra loro. Fishin’ In The Dark e Baby’s Got A Hold On Me sono i due estratti dal disco del 1987.

Il primo è un classico prodotto adatto all’ascolto radiofonico (USA, intendiamoci bene) scritto da Wendy Waldman e Jim Photoglo, mentre il secondo vede l’apporto compositivo di Josh Leo e quello della metà del gruppo (Hanna & Carpenter), per partorire un rockettino orecchiabile che fa l’occhiolino alle sonorità tipiche dei nostri.

Se non fosse per la presenza della già citata Cadillac Ranch in chiusura di concerto, Partners Brothers & Friends (dall’omonimo album del 1985) sarebbe il coronamento perfetto della celebrazione in questione, in quanto il brano altro non è se non l’esternazione della gioia e giusta soddisfazione che provano i quattro “a fare parte di qualcosa di così bello, che è già durato tanto tempo”.

A conti fatti, come ogni buon live che si rispetti, il CD in questione ripercorre il periodo NGDB/DB/NGDB successivo al precedente doppio disco inciso dal vivo (Stars & Stripes Forever del 1974), con l’unica concessione per il classicissimo Mr.Bojangles, ma è una cosa che anche a noi conviene perdonare, eccome…



1992 – Not Fade Away – Liberty


Con la formazione a quattro immutata rispetto al disco precedente (sono oramai dodici anni che Bob Carpenter è stabilmente nel gruppo), arriva puntuale il nuovo album intitolato Not Fade Away, dal noto brano del compianto rocker texano Buddy Holly, perito in un incidente aereo dal quale scampò in maniera quasi miracolosa l’allora imberbe e sconosciuto Waylon Jennings.

Il disco non mostra brani epici o cedimenti tragici, piuttosto si barcamena su un repertorio equamente suddiviso fra covers eccellenti e collaborazioni dei singoli membri del gruppo con altri compositori esterni alla compagine, con l’eccezione della dolcissima Mother Of The Bride, il brano originale migliore di tutto l’album, scritta da Jimmy Ibbotson per la moglie in occasione del matrimonio della loro figlia.

Curioso vedere come in questo CD nessuno dei quattro collabori con i colleghi a livello compositivo, ma non si hanno notizie di frizioni all’interno del gruppo.

Little Angel e Don’t Underestimate Love (quest’ultima vede Suzy Bogguss duettare con Jeff Hanna) sono il prodotto artistico della collaborazione fra Jeff Hanna e la sua novella sposa Matraca Berg, cantautrice country-oriented ‘in her own right’, ma il risultato di questa collaborazione non si eleva al disopra della semplice sufficienza.

Ancora Jeff Hanna in coppia con Radney Foster (autore di alcuni buoni album solisti ed originariamente metà del duo country Foster & Lloyd) per firmare One Good Love, molto radiofonica nella sua veste country-rock, ma niente di eccelso, si sarebbe potuto lavorare di più sulle armonie vocali, nelle quali la band trova sicuramente un punto di forza.

Bob Carpenter collabora con Tom Kell (misconosciuto cantautore con un paio di album solisti a suo nome) per la ballata acustica Losin’ You. A parte il fatto che non mi piace la voce del tastierista della NGDB, il brano è piuttosto anonimo e poco ha a che fare con lo stile del gruppo: passiamo oltre.

Le collaborazioni si concludono con lo sforzo congiunto di Jimmie Fadden e Bernie Nelson per la dolcissima The Dream, in tipico stile NGDB, con l’armonica che ricama in sottofondo, su di una melodia che ha il gusto della tradizione.

Sul fronte delle covers assistiamo al ripescaggio della grande country-song Mama Tried (Merle Haggard), forte di uno sviluppo smaccatamente country-rock e della voce di Jimmie Fadden, che è già una garanzia di per sé. Grande versione.

Altro classico del passato rock per I Fought The Law (Sonny Curtis dei Crickets, la band di accompagnamento del suddetto Buddy Holly), resa in questo contesto con grande forza, si fregia di un arrangiamento molto grintoso, grazie alle chitarre elettriche ed acustiche di Jeff Hanna e Jimmy Ibbotson (che non si risparmiano certo) ed al drumming incalzante di Jimmie Fadden. What’ll You Do About Me (Dennis Linde) la conoscevamo già in varie interpretazioni (Randy Travis, Doug Supernaw e John Schneider) e la prova della NGDB nulla aggiunge, ma neppure toglie, alla validità dela brano a livello di puro intrattenimento e disimpegno. Un album nel complesso gradevole, ma sicuramente da non collocare fra le perle del gruppo.



1994 – Acoustic – Liberty

Sono necessari quasi due anni e tanti momenti di riflessione all’interno del gruppo per dare corpo al nuovo CD intitolato Acoustic.

Sono gli stessi membri del gruppo a raccontare, nelle note di copertina, che l’intero progetto nasce dall’esigenza riscoperta di utilizzare esclusivamente strumenti acustici per l’esecuzione delle canzoni qui contenute, tutte frutto del talento dei quattro titolari, con l’aiuto saltuario di pochi amici fidati (Tom Kimmel, LeRoy Preston, Alex Harvey, Jim Photoglo, Vince Malamed, Richard Hathaway, Marcus Hummon e Bobby Boyd).

Jimmy Ibbotson firma alcuni brani che si rivelano veri e propri gioiellini. How Long?, con il suo bel lavoro di chitarra acustica abbinata alla inconfondibile voce di Jimmy, il tutto disteso su una ritmica rilassata ed accattivante e impasti vocali di sicuro effetto, Sarah In The Summer non è certo da meno, anzi la ritengo il brano migliore della raccolta, con Jimmy stesso al mandolino, mentre l’armonica splende fra le labbra di Jimmie (attenti alla grafia per non creare confusione).

One Sure Honest Line ricalca lo schema della suddetta Sarah… e già questa è una garanzia sufficiente circa la sua validità.

Lo sforzo congiunto di Jimmy, Vince Malamed e Jim Photoglo porta alla creazione di un’altra ballata rilassata, dal titolo This Train Keeps Rolling Along, mollemente adagiata sulle chitarre acustiche e sulle tastiere di Bob Carpenter, con precisi interventi di dobro ed accordion, che ne caratterizzano l’ascolto.

Cupid’s Got A Gun, a firma Jimmie Fadden e LeRoy Preston non è gran cosa, meglio Tryin’ Times, di Jimmie ed Alex Harvey, abbellita dalle chitarre a dodici corde e dal mandolino di Jimmy Ibbotson, protagonista anche del ripescaggio di Badlands, originariamente compresa nel Make A Little Magic del 1980 ed accreditato all’allora semplice Dirt Band.

Jeff Hanna firma con Bob Carpenter e Tom Kell la gradevolissima Let It Roll che profuma del fragrante passato delle cose migliori del gruppo, con il suo accattivante ritornello e la tranquillità ed il relax che ogni ascolto è in grado di sprigionare in chi sa ascoltare nel modo giusto questo semplice, ma efficace messaggio.

E’ ancora Jeff (con Marcus Hummon e Bobby Boyd) a comporre una sontuosa ballata pianistica (?) che viene eseguita – ahimè – dal tastierista e cantante (?) Bob Carpenter. E’ vero che l’armonica di Jimmie Fadden è eccellente, ma Carpenter come cantante proprio non lo reggo.

Molto meglio il Carpenter compositore (con Tom Kell) per la ballata acustica a più voci intitolata Love Will Find A Way, eseguita da Jimmy Ibbotson in qualità di solista.

La scaletta degli undici brani si completa con una cover (del solito Dennis Linde) intitolata Hello I Am Your Heart, che vede Jimmie Fadden condurre le danze vocali su un curioso tempo di reggae: divertente e niente più.

Sulla linea del precedente lavoro, anche se un poco più caratterizzato nella direzione dei vecchi lavori e più generalmente nel solco del sound più tradizionalmente NGDB.



1997 – Christmas Album – Rising Tide


L’interruzione del sodalizio con la major nashvilliana Liberty segna anche un periodo di silenzio piuttosto lungo per il gruppo.

Le sue proposte musicali non sono particolarmente in sintonia con il mercato discografico e le orecchie sono puntate in direzioni ben diverse rispetto ai suoni tradizionali dei nostri quattro amici.

Ci vuole la meteora rappresentata dalla coraggiosa indie (tutte le indie sono necessariamente coraggiose) Rising Tide per credere nella proposta natalizia della NGDB, che mancava ancora all’appello: Christmas Album vede la luce sul finire del 1997 – abbastanza logico, non vi pare? – e si compone per oltre la metà di covers a tema.

Sul fronte dei brani originali troviamo invece l’iniziale Colorado Christmas a firma del compianto Steve Goodman, dolce ballata acustica in perfetto stile NGDB, con la voce di Alison Krauss ed il banjo a cinque corde ed il mandolino del primo fuoriuscito eccellente del gruppo, il polistrumentista John McEuen. One Christmas Tree è firmata da Jimmy Ibbotson e Jeff Hanna e la matrice ben si palesa fin dal primo ascolto.

Il testo risente però di tutta la tristezza della separazione di due coniugi (Jimmy e la sua ex-moglie) e del desiderio dei figli che vorrebbero vedere riuniti i genitori.

This Christmas Morning (di Bob Carpenter) ha strane assonanze orientali ed è eseguita dall’autore, risultato: sorvolare.

Love Has Brought Him Here rivedere Carpenter aiutato da Tom Kell a livello compositivo per una gradevole ballata, penalizzata dal fatto che ad eseguirla è purtroppo il bieco tastierista. Per quanto riguarda i ‘classici’, che nella tradizione natalizia davvero sono tali, riecco We Three Kings, che vede i Re Magi protagonisti, ben supportati dall’accordion di Carpenter (che stavolta ha il buon gusto di non cantare) e da un banjo intrigante che tanto ricorda i Dillards di Decade.

Incontriamo poi un brano dei primi anni ’50, Christmas Dinner, che ben funzionerebbe come menu tipico delle festività anglosassoni.

Chi non riconoscerebbe poi il classico natalizio per eccellenza, Silent Night, accostato ad altri suoi pari quali Silver Bells, It Came Upon A Midnight Clear, Little Drummer Boy ed all’immancabile Jingle Bells? Il disco è un tipico prodotto natalizio, rivisto in chiave NGDB, ma il fallimento dell’indie in questione interrompe ancora una volta (ma ci sarà un seguito) la pista dei nostri quattro.



1998 – Bang Bang Bang – Dreamworks


Ventisettesimo episodio (escluse le solite antologie, ecc. ecc.) in trentun anni di carriera discografica – l’album omonimo Nitty Gritty Dirt Band risale infatti al 1967 - e ci spiace registrare una decisa battuta di arresto nel livello artistico del gruppo.

Solita formazione per questo Bang Bang Bang, ma già dalla lettura dei nomi dei compositori dei brani balza all’occhio un’anomalia macroscopica: ad eccezione di The Monkey Song, a firma Jimmy Ibbotson, tutti gli altri brani sono opera di personaggi estranei alla band! Pessimo segno, sintomo di mancanza di coesione all’interno del gruppo, di carenza di idee e forse di disagio personale dei singoli musicisti, che non riescono a trovare spunti per comporre brani degni di comparire in un CD.

Nonostante la partecipazione al Country Festival di Bad Ischl (Austria) li abbia visti carichi e pimpanti (così ci hanno a suo tempo riferito gli amici della country-rock band italiana dei Dobro), il disco è fortemente disomogeneo ed il fatto di pescare nel repertorio di hit-makers quali Jim Lauderdale, Gary Nicholson, Al Anderson, Craig Wiseman, Dennis Linde, Jon Bunzow, Mac McAnally ed altri non riesce a risollevare il risultato globale.

Il suono solo a tratti ricorda le matrici che hanno reso famosa la NGDB e l’armonica di Jimmie Fadden da sola non può fare miracoli.

Anche Singing to the Scarecrow si lascia ascoltare, ma il riferimento a Bojangles insito nel testo, da solo vale poco.

Ci spiace ammetterlo ma, a tutt’oggi, le quotazioni del gruppo sono in discesa: speriamo il futuro porti loro (ed anche a noi, estimatori della NGDB doc) migliore fortuna.

Chi fosse intanto sprovvisto di qualcuno dei vecchi album, potrà approfittare della mancanza di materiale nuovo per recuperare le ghiotte ristampe attualmente in commercio.

Articolo pubblicato su Country Store n. 55, anno 2000


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