di Roberto Galbiati
Suzy Bogguss

Un altro nome di punta della nostra cara country music ci ha lasciato. Inutile dire che ogni volta per noi grandi appassionati è come perdere un amico, una persona cara a cui magari inconsciamente ci siamo sempre sentiti legati.

Quando poi si tratta di un personaggio del calibro di Chet Atkins, il vuoto sembra ancora più grande, incolmabile.

Difficile in poche righe ricordare il ruolo che questo musicista del Tennessee ha avuto nella storia della musica dal 1950 quando si trasferì a Nashville, fino a pochi mesi prima della morte.

Chitarrista, autore, manager e produttore, Atkins ha influenzato tutto e tutti reinventando stili e suoni della tradizione country americana, creando un sound che caratterizzò gli anni ’70 rigenerando un genere musicale che sembrava ormai entrato in una crisi irreversibile.

Produsse dischi di grande successo per Waylon Jennings, Perry Como, Hank Snow, diede il via alle carriere di Jerry Reed, Jim Reeves, Hank Locklin e moltissimi altri oltre a segnare le classifiche con hits proprie divenute veri classici come Yakety Axe (1965), Teensville (1960), One Mint Julep (1960).

E poi c’era la sua chitarra, il suo finger picking che ha influenzato generazioni di chitarristi non solo legati alla country music ma esponenti dei generi più diversi come Gorge Benson, Steve Lukather e Mark Knoplfer con cui incise nel 1991 il disco Neck And Neck, meraviglioso incontro tra allievo e maestro ma soprattutto ulteriore dimostrazione della sempre in evoluzione vena artistica di Chet.

La sua versatilità ha tutt’oggi pochi eguali, seppe magistralmente mescolare e sperimentare sonorità diverse come il country, pop, jazz (partecipò al Newport Jazz Festival) e la classica (suonò come solista con la Atlanta Symphony Orchestra). Chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino artistico con il suo lo ha definito come un gentiluomo dal carattere esemplare aperto a ogni nuova esperienza.

Nel 1973 divenne il più giovane indotto della Country Music Hall Of Fame.

Martedì 3 Luglio la comunità artistica di Nashville gli ha tributato l’addio dovuto ai grandi con una cerimonia al Ryman Auditorium di Nashville dove i suoi 'allievi' ed amici Steve Wariner, Ray Stevens,Vince Gill, Harlan Howard, Porter Wagoner, Les Paul, Jerry Reed, Don e Phil Everly, Dolly Parton, Charley Pride, Suzy Bogguss, Mark Knopfler, Don Gibson e Frances W. Preston.lo hanno ricordato ed onorato.

Il minimo che possiamo fare è ricordarlo affettuosamente con questo poco inchiostro per ringraziarlo e salutarlo convinti che oltre alla statua che lo raffigura con la sua sei corde nel centro di Nashville, ci sarà sempre la sua musica a garantirgli una vita ancora lunga. In un giorno lontano nel futuro, ne sono convinto, qualcuno ancora inizierà a suonare una chitarra per aver sentito una canzone, un assolo di Chet Atkins…e questa è la cosa più bella da pensare ora che la tristezza è più viva.



Permettetemi anche di ricordare in due parole un altro grande che ci ha lasciati pochi giorni fa e che fu lanciato proprio da Chet Atkins. Parlo di Johnny Russell, quello di Act Naturally e di molti altri successi più come autore che come cantante. Membro della Grand Ole Opry dal 1985 ha firmato le sue apparizioni con un irresistibile umorismo da comico consumato. Fu lui ad indurre nella famiglia dell’Opry Garth Brooks nel 1990 e Brad Paisley lo scorso anno.

Proprio i due hanno guidato le celebrazioni del Ryman Auditorium salutando Russell stroncato dal diabete all’età di 61 anni il 3 Luglio di quest’anno.

Articolo pubblicato su Country Store n. 58, anno 2001


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