Il Folk
Club di Torino è una solidissima associazione che opera da molti anni nel
capoluogo piemontese e vanta oramai più di 20.000 soci. Le sue attività
spaziano dai corsi di musica ai concerti veri e propri, con ospiti italiani ed
internazionali dei generi più disparati, dal blues all’etnico, al jazz, ai
cantautori, al country e naturalmente al folk.
I
concerti si tengono in uno spazio molto intimo, nella ‘cantina’ di un palazzo
di Torino, dove il contatto tra artisti e pubblico è molto stretto. Ed è
proprio in questa piccola sala che nel novembre scorso si sono esibiti i Front
Range, una delle più creative band della scena bluegrass statunitense, nella
loro unica data italiana.
Alle
21.30 precise i quattro musicisti salgono puntuali sul palco, e comincia a
crearsi nella piccola sala un’atmosfera particolare: la strumentazione
acustica, le stupende voci, la bravura dei musicisti a poco a poco si compenetrano
nel calore e nella partecipazione emotiva del pubblico, e si instaura un
intrigante e affascinante contatto viscerale tra chi sta sul palco e chi ne sta
sotto, che quasi fisicamente si respirano addosso. Ogni ringraziamento ed ogni
nota sembra siano rivolti solo a te: non solo sembra, ma è proprio così!
Un
pubblico tra l’altro molto preparato, composto solo in parte da appassionati di
bluegrass, mentre il resto è formato da amanti della buona musica in generale
(com’è da tradizione dei soci del Folk Club), che comunque hanno apprezzato in
pieno questa ‘strana’ proposta.
Dicevamo
dei Front Range, e rimaniamo alla loro musica, una vigorosa miscela di
bluegrass contemporaneo e tradizionale, con una forte spruzzata di white-gospel
ed un pizzico di western swing e di blues. Hanno al loro attivo cinque album
editi dalla Sugar Hill: nel 1992 esordiscono con The New Frontier, cui
fa seguito nel 1993 Back To The River.
Entrambi
i dischi fanno molto ben sperare e difatti nel 1995 esce One Beautiful Day
(senz’altro la loro migliore prova), quasi totalmente gospel. Il brano omonimo
vince in quell’anno l’Award dell’International Bluegrass Music Association come
miglior registrazione gospel. Nel 1997 pubblicano Ramblin’ On My Mind e
poi nel 2000 il nuovo e stupendo Silent Ground di cui parleremo più
avanti. Non bisogna poi dimenticare l’eclettica prova solista del loro leader
Bob Amos, che nel 1999 pubblica Wherever I Go per la piccola etichetta
Hayden’s Ferry.
La band
del Colorado ha una line-up tradizionale: al banjo troviamo Ron Lyman,
originario del Kansas, voce basso del gruppo e occasionalmente chitarrista.
Anni fa un altro recensore giudicava il banjo il punto debole dei Front Range:
così non mi è sembrato, e sia sul palco sia nell’ultimo disco Ron Lyman ha
fornito prova di tecnica e di timing.
E’
caratteristica la sua passione per la musica western-swing, e sul palco di
Torino sono state piacevoli anche se pittoresche le sue scenette con la voce
tipo ‘vecchietto sdentato dei film di Sergio Leone’.
Proviene
dal Massachusetts il più giovane di tutti, Bob Dick, contrabbassista e voce
baritono nei cori. E’ il musicista che più mi ha sorpreso: il suo stile
innovativo e caldo e le sue performance sia nell’accompagnamento e sia negli
assoli lo pongono senz’altro tra i migliori bassisti nella musica bluegrass.
Il
mandolinista e potente voce tenore del gruppo è Mike Lantz, nativo di Denver,
dallo stile tradizionale ma allo stesso tempo moderno. E’ sempre sorridente ed
è membro fondatore del gruppo insieme a Bob Amos. Infine alla chitarra e voce
solista troviamo appunto Bob Amos, nato nel Delaware, dotato di una voce calda
e potente, sincera e piena di sentimento. Inoltre è un ottimo compositore: le
sue influenze spaziano dall’iniziale amore per gli Stanley Bros a ‘tutto’ il
resto, e la maggior parte delle canzoni dei Front Range sono scritte o
arrangiate da lui.
La
versatilità dei quattro amici l’abbiamo ritrovata nel loro ultimo album,
presentato appunto durante il concerto di Torino. Vorrei cominciare dal brano
che dà il titolo al dischetto, Silent Ground, scritto da Bob Amos, un
pezzo che già al primo ascolto è come se lo conoscessimo da sempre, da sempre
fa parte del nostro bagaglio musicale. E’ un brano cupo, dall’atmosfera
profonda e con una forte presa emotiva, che cattura e costringe ad un ascolto
attento.
Soggettivamente
parlando, l’emozione sale al massimo nei momenti in cui il contrabbassista usa
l’archetto: un brano che da solo vale tutto il disco e tutto il concerto.
Sempre di
Bob Amos sono la veloce cavalcata Montana Gal e la semplice ma
accattivante armonia di Sing Me A River. Non manca un tributo al
bluesman Robert Johnson, uno degli idoli di Bob Amos, del quale è proposta Love
In Vain; un tributo senz’altro dovuto, anche se sovente mi desta
perplessità l’ascolto di un brano nato in un modo e arrangiato in un altro
stile.
Dal
banjoista e cow-boy Ron Lyman sono state scritte Cowtown Boogie dal
ritmo molto swing e Dust Devil, buon pezzo strumentale con molte
variazioni. Voglio ricordare ancora la profonda e toccante preghiera del pezzo
cantato a-cappella My Lord, What a Morning, intenso come deve essere un
gospel. Comunque tutti brani validi per confezionare un disco di ‘moderno
bluegrass tradizionale’ (e i due aggettivi non sono in antitesi fra di loro).
Non dimentichiamo la presenza nel disco del portentoso fiddler Ron Stewart.
Hanno
completato le oltre due ore e mezza di concerto brani tratti dai loro
precedenti dischi, nonché dall’album solista di Bob Amos, nella solita miscela
di bluegrass, gospel e western-swing. Il pubblico intero li ha seguiti
attentamente fino al termine, facendoli rientrare ben due volte per i
meritatissimi bis.
Il
giudizio globale su tutta la serata non può che essere molto positivo: un
ottimo concerto, per chi ama il ‘sano e solido’ bluegrass arrangiato in modo
molto elegante, caldo, intenso, emotivo, senza sconfinare in ricercate
meditazioni jazzistiche, una musica suonata e cantata con il cuore e diretta al
cuore di chi ascolta.
Al
termine del concerto ho avuto la fortuna di una breve chiacchierata con Bob
Amos, che ho trovato simpatico e molto disponibile, nonostante la tarda ora.
Innanzitutto è stato molto contento del pubblico italiano, che non conosceva
ancora e che ha trovato molto caldo e preparato. Gli ho subito chiesto
dell’album pubblicato a suo nome, Wherever I Go, un bellissimo disco
country-oriented, ma non bluegrass.
Lui ha
risposto che al momento dell’incisione aveva le idee molto chiare: non doveva
essere un album bluegrass.
Sarebbe
stato acustico, e nonostante molte label lo avessero consigliato di cambiare,
che quello non era il suo stile, lui ha voluto registrare qualcosa di
particolare.
Voleva
fare anche solo un disco a suo nome, ma desiderava incidere quello che
preferiva e che gli piaceva di più in quel momento, e ha trovato la Hayden’s
Ferry che lo ha lasciato libero. Anzi, il presidente di questa piccola indie ha
voluto lui stesso qualcosa di diverso, e non il consueto bluegrass. In ogni
modo mi ha confermato che i prossimi dischi saranno tutti per la Sugar Hill e
di puro bluegrass. Io gli ho subito risposto che andava benissimo così: secondo
me Wherever I Go è un disco vario, dolce e molto intimo.
Sempre a
proposito di questo disco gli ho chiesto del brano Say What You Mean,
dalle sonorità molto vicine a quelle di James Taylor. La sua risposta è stata
netta: lui è cresciuto ascoltando James Taylor, i Beatles, gli Stanley Bros e
principalmente Gordon Lightfoot, che è quello che lo ha influenzato di più. A
questo proposito ha ricordato un festival insieme a Laurie Lewis durante il
quale si è esibito con il grandissimo Ralph Stanley: per lui è stata una
esperienza davvero memorabile.
A questo
punto siamo passati a parlare del gruppo, e non ho potuto fare a meno di
complimentarmi con tutti, sia per l’abilità come strumentisti (in particolar
modo il contrabbassista Bob Dick) e sia per l’impasto perfetto delle voci. Lui
ha naturalmente confermato, contento a nome di tutti per questo riconoscimento.
Ha voluto però specificare che lo scopo del loro gruppo è di formare una cosa
unica: ognuno ha un proprio pensiero nel suonare, ma lavorando tutti insieme si
può arrivare ad un unico suono.
Qui ha
fatto il curioso esempio della bicicletta: i singoli ingranaggi possono anche
girare perfettamente, ma occorre prenderli insieme e regolarli bene per fare in
modo che la bicicletta possa funzionare.
E più
tardi, durante il viaggio di ritorno, ripensando a queste curiose parole non ho
potuto fare a meno di pensare che con la loro ‘bicicletta’ erano senz’altro
arrivati primi al traguardo di questa tappa di Torino…