di Fabio Ragghianti
Intervista

Primo giorno del festival di Telluride edizione 1987 (la 14ª) in questo splendido paesino minerario del Colorado, a 3.000 metri sulle montagne rocciose. Cowboys, Hell's Angels e famigliole si mescolano sul grande prato per questo classico appuntamento del bluegrass. Niente fumi ne effetti speciali, ci pensa madre natura a fornire una splendida cornice di cime innevate, cascate, abetaie e scoiattolini senza coda tipo Cip & Ciop.

Dopo il set di Berline, Crary & Hickman arriva Tony Rice accompagnato dal fratello Wyatt alla chitarra, Jimmy Gaudreau al mandolino e Mark Shatz al contrabbasso.

Tony propone una scaletta che pesca qua e là tra i brani più noti degli ultimi dieci anni (There's More Pretty Girl Then One, Ginseng Sullivan, Wayfaring Stranger fino a Me And My Guitar). Mark O' Connor viene chiamato per un paio di pezzi (lo chiameranno tutti per tre giorni). Show di gran classe in uno stile personale ed inconfondibile. Riesco con qualche sforzo a strappare un appuntamento per le otto ed alle otto in punto arriva Tony che mi scorta nel bus con una dotazione di birre e sigarette.

 

HF: Quante volte hai suonato a Telluride?

TR: Tre volte; oltre a questa, nell'84 e nell'85.

 

HF: Che ne pensi di questo pubblico? Ho incontrato gente che non sa neppure chi è venuta a sentire....

TR: A occhio e croce direi che un 50% è venuto qui per ascoltare bluegrass mentre l'altra metà è semplicemente arrivata per divertirsi e bere birra. All'Est è diverso. Nel Sud-Est, soprattutto, la quasi totalità del pubblico sa cosa viene ad ascoltare.

 

HF: Dove sei nato?

TR: A Los Angeles; poi ho vissuto un po' all'Est e quindi mi sono trasferito a San Francisco dove vivo da circa 10 anni.

 

HF: Come hai cominciato con la musica?

TR: Mio padre suonava un po' di mandolino e di chitarra e a casa si ascoltava parecchio bluegrass (Flatt & Scruggs, Bill Monroe, Don Reno, ecc). Ho iniziato con la chitarra per esclusione, dopo che mio fratello Larry ebbe scelto il mandolino. I miei primi modelli sono stati Clarence White e Doc Watson.

 

HF: Hai mai suonato la chitarra elettrica?

TR: Ci ho pensato (ride), ma poi ho sempre lasciato la cosa agli altri....

 

HF: Nella tua carriera sei passato attraverso varie esperienze di musica acustica. In che direzione stai andando adesso?

TR: Ora sono in una specie di limbo (ride di nuovo). Non riesco a pensare ad una direzione precisa ma solo a suonare la musica che mi piace e che in me è in continua evoluzione. Spazio da un genere all'altro e talvolta torno indietro alle radici. Semplificando si può dire che Me And My Guitar rappresenta assai fedelmente le mie attuali tendenze. Vedo il futuro come una estensione di Me And My Guitar.

 

HF: Stasera hai suonato un solo brano di ‘spacegrass’....

TR: E' vero, non faccio quasi più niente di quelle cose, ormai. I dischi di questo genere non hanno mai venduto molto e cantare si è rivelato per me un mezzo molto più efficace rispetto alla musica esclusivamente strumentale. Cantando posso raggiungere un pubblico assai più vasto, sia dal vivo sia come vendite di dischi. Ti dirò, uno dei miei sogni sarebbe quello di poter presentare un lungo show in cui eseguire un po' di tutto. Se avessi la flessibilità di farlo lo farei, ma sarebbe una cosa molto impegnativa dal punto dei vista dei costi, dovrei portarmi dietro una dozzina di musicisti.... Il gruppo con cui giro attualmente rappresenta il compromesso più ragionevole per presentare validamente una selezione di materiale da diversi album.

 

HF: Ho avuto l'impressione di intravedere delle influenze latine dai tuoi album di ‘spacegrass’....

TR: E' vero, amo molto la musica di Antonio Carlos Jobim e questo mi ha senz'altro influenzato molto, come pure mi ha influenzato una delle prime band di Grisman, quella che precedette il mio arrivo, per intenderci. C'era John Carlini alla chitarra che suonava con un ispirato ‘latin feel’. Ascolto molto anche chitarristi come George Benson e Lenny Breau.

 

HF: Ci saranno altri Bluegrass Album?

TR: La cosa è temporaneamente ferma. A dirti la verità c'è stata una certa perdita di interesse ultimamente e ci siamo accorti di vendere sempre meno. Dopo il secondo volume pensai: "OK, ho detto tutto quello che volevo dire con questo". Poi è arrivato Jerry Douglas dando un certo ‘lift’ al terzo. Infine con il volume 4 ho capito che la vena era veramente esaurita.

 

HF: Continui a studiare sulla chitarra?

TR: No, direi proprio di no. Faccio uno show, poi un altro e un altro ancora senza pensare troppo allo studio. Se mi capita di muovermi in una nuova area musicale di cui non sono troppo sicuro allora mi siedo e mi esercito un po'. In realtà non ho nessun background di studi chitarristici. Ciò che faccio non è che la somma di varie esperienze. E' questo che mi da la libertà di improvvisare.

 

HF: Quante volte sei stato in Europa?

TR: Sono appena tornato dal mio secondo tour in Europa, la prima volta andai in Svizzera, Inghilterra e Francia e la seconda Francia e Germania. In Germania ho avuto una risposta incredibile da parte del pubblico e mi sono trovato molto bene; la Francia mi è piaciuta meno, non ho una gran simpatia per quel paese.

 

HF: Per concludere, cosa mi dici delle tue chitarre?

TR: Come hai visto su Frets faccio pubblicità per la Taylor, che forse ha anche più volume della Martin, ma ormai l'immagine di Tony Rice è associata alla vecchia D-28. Ormai questa chitarra (indica una custodia da viaggio super-rinforzata, sorridendo) è diventata parte di me.

Articolo pubblicato su Hi, Folks! n. 25, anno 1987


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