E' ormai ufficiale. Nel 1989 Doc Watson, all'età di 66 anni, lascerà
il palcoscenico per ritirarsi con i suoi ricordi più intimi nella casa di Deep Gap, North Carolina.
Sotto la tenda degli artisti del Philadelphia Folk Festival, mentre
consuma un dinner a base di yogurt, riesco nella,
pare, non facile impresa di scambiare quattro chiacchiere con uno dei più
grandi maestri della musica americana. Dopo una mezz’oretta di
anticamera mi affaccio nella piccola tenda dove Doc, finito il suo set,
si è rintanato per consumare il frugale pasto e ricevere i saluti e gli omaggi
di colleghi e amici.
Il concerto è stato bello, forse il più bello che
io ricordi. La formula in duo è scarna ma molto più
efficace del trio con il pur bravo T. Michael Coleman. Jack
Lawrence non vale, ovviamente, Merle nel fingerpicking né tantomeno nell'uso
del bottleneck, ma non teme confronti sul territorio del flatpicking dove la
sua tecnica fluida e raffinata gli permette di duettare alla pari con il
vecchio Doc.
"Ritornando alla vecchia formula il suono della chitarra esce
meglio, sì, decisamente mi piace di più. Sono
soddisfatto." mi dice Doc.
"Allora Doc, è vero che questo è uno dei tuoi ultimi
concerti?"
"Sì, sono stanco di fare tour. Ma non sono stanco di fare musica. La musica è tutta la mia vita, non potrò mai separarmene".
E' strano. Quest'uomo mi sembra molto meno vecchio di
due anni fa quando lo vidi per l'ultima volta. Forse, allora, non aveva ancora
pienamente superato la crisi seguita alla prematura morte del figlio Merle ma ricordo che anche dal punto di vista fisico il
vecchio Doc mi sembrò molto giù.
Ora lo ritrovo più in salute, più presente.
Il viso ingrassato e i lucenti capelli bianchi gli danno tanto l'aria di un
nonno un po' burbero ma, in fondo in fondo, buono. Sul palcoscenico, grazie
anche ad un repertorio più vario ed interessante, l'ho trovato partecipativo ed
emozionato: cosa che non avevo mai riscontrato nei suoi precedenti concerti,
quasi tutti all'insegna di una routine troppo evidente e a volte fino seccante.
"Voglio dedicarmi nuovamente alla musica che mi è più congeniale: la musica old timey, quella delle mie radici.
Gli album di bluegrass che ho fatto sono stati
esperimenti interessanti ma non ho intenzione di continuare su quella strada.
Mi considero un musicista legato profondamente alla musica tradizionale. Voglio
tornare alla musica più genuina".
Quando
esprime concetti in cui crede, Doc spalanca le fessure degli occhi quasi a
cercare di superare il suo handicap per cogliere le reazioni del suo
interlocutore. "Non ho niente contro chi cerca
nuove strade all'interno della musica tradizionale o bluegrass, ma non è roba
che fa per me. Sì, mi piacciono i New Grass Revival, ma quando Sam Bush suona
il violino con me, suona la ‘mia’ musica".
Doc ha influenzato centinaia, forse migliaia di chitarristi nel mondo.
Ma la sua tecnica, il suo tocco, il suo stile restano
tuttora inimitabili. "Ci sono tanti chitarristi che mi piacciono, Norman
Blake, Dan Crary, Tony Rice e ovviamente Jack
Lawrence. Non posso dirti chi considero il mio erede: ognuno di loro ha abilità
e caratteristiche che lo rendono a sua volta un capostipite".
Più che a guardare avanti, Doc, dal punto di vista musicale, sembra
sempre cercare riferimenti nel passato, nella tradizione del Sud degli Stati
Uniti. "Chitarristi come Riley Puckett restano tuttora attualissimi. E io, ancora oggi, ascolto la loro musica e la trovo fresca
e trascinante".
Ma che cosa ne pensa dei
nuovi fenomeni di Nashville, del nuovo revival della Country Music?
"Alcuni di loro mi piacciono. Ad esempio Randy Travis, trovo che sia molto interessante. E
così pure Dwight Yoakam. Tra i gruppi di bluegrass, apprezzo in modo
particolare la Nashville Bluegrass Band".
Ma Doc non ama fare
nomi. Preferisce suonare con i musicisti-amici di cui ama circondarsi. Il
fascino ed il carisma di questo grande personaggio
sono rimasti immutati negli anni. E così pure l'enorme
rispetto di cui Doc è circondato. Il nostro veloce colloquio è stato
interrotto più volte dai saluti di musicisti, operatori e giornalisti presenti
al Festival: tutti ad inchinarsi di fronte ad una delle leggende viventi della musica del nostro tempo.
"Il pubblico, gli amici e i colleghi mi hanno aiutato a superare
tanti momenti difficili della mia vita. Ma credo che il debito più grosso io lo continui ad avere nei confronti della musica che è stata
ed è tuttora la mia ragione di vita. Ecco perché anche se
smetterò di fare tour non abbandonerò mai la mia musica".
La speranza di avere Doc Watson nuovamente su disco non è quindi
perduta. Progetti definiti ancora non ce ne sono. "Non ho ancora pensato a
come organizzarmi la vita, una volta smesso di girare.
Per un po' vorrei starmene tranquillo a Deep Gap,
riascoltare vecchi nastri, suonare con amici. Ma non
escludo altri progetti discografici o partecipazioni saltuarie a concerti o
Festival".
E così dicendo appoggia il vasetto di yogurt ormai vuoto e riprende in
mano la sua Gallagher: ‘Philadelphia’ Jerry Ricks sta
entrando sotto la tenda. C'è solo il tempo per dei rapidi saluti. Ed è subito blues.