di Raffaele Galli
Skip Battin

Skip Battin è un personaggio straordinario. A 46 anni suonati, con barba e capelli grigi sembra ancora un ragazzino. I suoi occhi vivi ed intelligenti si muovono con straordinaria velocità, sempre pronti a nuovi incontri ed esperienze. Assolutamente sincero, quando la domanda lo obbliga ad un giudizio negativo nei confronti di altri è in imbarazzo, te ne accorgi subito prima che ti chieda “Per favore questo non scriverlo”. Sono ormai venticinque anni che calca le scene musicali, eppure oggi agli inizi degli anni ‘80 non è ancora stanco, tutt'altro, il suo entusiasmo continua a crescere.

Ha vissuto nei Byrds di Roger McGuinn il periodo più fortunato della sua carriera musicale, quello in cui fama e denaro non mancavano, nonostante ora fatichi in un gruppo alla ricerca di una nuova identità, non rimpiange quei tempi. “Avevo la Mercedes allora e potevamo stare in studio tutto il tempo che volevamo” dice “adesso ho un'automobile qualsiasi e mi sono reso conto di quanto costi una sola ora di registrazione, eppure non fa troppa differenza”. Continua ad esercitarsi quasi quotidianamente con il basso, non solo per mantenere agili e svelte le dita delle mani, ma anche per migliorare, “perché non si finisce mai di imparare”, senza trascurare il pianoforte, che è lo strumento col quale compone.

 

È rassegnato a sentirsi chiedere ad ogni intervista di Tunnel Of Love e Citizen Kane, le sue incriminate canzoni byrdsiane, ma non cerca giustificazioni, ne discute, si difende. Teme che Reagan, il candidato repubblicano alla presidenza degli States, ce la faccia, “mi accorgo, guardandomi intorno, del consenso che cresce intorno alla sua persona” e ne è preoccupato, perché con lui la pace nel mondo potrebbe essere anche più fragile di oggi.

Ama l'Europa attratto dalla sua immensa cultura (“tra l'altro mi sento per 3/4 inglese e per 1/4 olandese per via dei miei genitori”, afferma), adora l'Italia, visitata per la prima volta nella sua vita. Anzi dice che gli piacerebbe addirittura stabilirsi qui da noi, dove oltre a continuare a fare il musicista vorrebbe mettersi a coltivare la frutta in qualche tranquilla e isolata fattoria. Per questo realizzerà un album solo per la Appaloosa, una etichetta alternativa molto attiva in questi tempi, che registrerà negli States appena terminato quello dei Burritos.

Segue a questo punto un tentativo di trasformare in intervista parecchie ore di libera e franca conversazione, riguardante la sua lunghissima attività e in particolare avvenimenti e fatti meno noti che aspettano ancora una risposta.

 

D.: Non ti chiedo dei tuoi inizi, di cui peraltro si è ampiamente occupato l'amico Peter O' Brien su Omaha Rainbow qualche tempo fa, perché ci vorrebbe uno spazio analogo a questo. Preferisco iniziare da qualcosa non del tutto sconosciuto ai lettori del Mucchio. Perciò lasciamo le vicende di Mock & The Mockingbirds, The Pledges, Skip & Flyp, Skip And The Group, The Group e fermiamoci sugli Evergreen Blueshoes, band che in Europa non è passata sotto silenzio (siamo nel '68) visto che il loro LP è stato pubblicato in Inghilterra (dalla London). Parlami di loro.

S.: Eravamo in cinque: Al Ross, un virtuoso della flat pick guitar e ammiratore di Doc Watson nonché autore delle canzoni del gruppo, che era il leader insieme con me, Larry Mathijssen, chitarra solista, Kenny Kleist organista, Chet McCracken batterista (oggi con i Dobbie Bros). Per un certo tempo c'è stato anche un secondo drummer. Ci siamo sciolti quando abbiamo capito che l'album inciso per la Amos negli States non ci avrebbe portato da nessuna parte.

 

D.: Perché secondo te?

S.: Eravamo un buon gruppo davvero, ma la casa discografica non sapeva come comportarsi con noi. Nella registrazione dell'album hanno prevalso le loro condizioni sulle nostre convinzioni, così ne è venuto fuori un prodotto finito confuso e spersonalizzato. Sì, sono rimasti The Raven ispirato ad Edgar Allan Poe, The Everblue Express il primo brano che ho scritto con Kim Fowley, Walking Down The Line di Dylan ma non proprio nella veste desiderata.

 

D.: È vero che esiste un singolo degli E.B. (distribuito dalla Living Legend Records) con un brano, Maybe Someday che non compare sull'album?

S.: Oh, sì. La Living Legend era la mia piccola etichetta personale. Il pezzo che mi citi era di Mike Heron dell'Incredibile String Band, un compositore che mi aveva molto influenzato allora. Ci sono due altri suoi pezzi sull'album, infatti mi piaceva quel gruppo e il loro primo LP.

 

D.: Nel '69, un paio di settimane dopo l'uscita di Ballad Of Easy Rider entri nei Byrds. Il tuo primo lavoro con loro è nientedimeno che Untitled, ritenuto uno degli album più belli della musica rock. E a questo punto che comincio a conoscere le canzoni che componi con quel personaggio genialoide dalle sette vite che è Kim Fowley. Che significato ha quella specie di nenia indiana nella parte finale di Well Come Back Home?

S.: È un canto di pace che chiude una canzone su di un reduce dal Vietnam.

 

D.: Come mai in Hungry Planet c'è anche la firma di Roger McGuinn con la vostra?

S.: Lui ha voluto cambiare la melodia, così gli autori sono diventati tre.

 

D.: Ad Untiled è seguito Byrdmaniax. Al primo impatto mi è piaciuto ma con l'andar del tempo mi sono persuaso che era il meno riuscito LP dei Byrds fino a quel momento. È contro di te in particolare che si è puntato il dito, sai a cosa mi riferisco.

S.: Gene Parsons alla batteria ed io al piano ed alle vocals avevamo predisposto delle basi per otto possibili brani, tra i quali Citizen Kane e Tunnel Of Love, basi completate poi da Roger e Clarence. È Terry Melcher, il producer, che li ha presentati nel modo che conosci, ti assicuro invece che quanto abbiamo sentito il master del disco in Olanda suonavamo ben diversamente.

 

D.: Devo riconoscere però che mentre non digerisco affatto Tunnel Of Love trovo abbastanza divertente Citizen Kane che ti rende parzialmente giustizia, anche se pochi sembrano esserne stati impressionati, e aggiungo che in Byrdmaniax c'è un pezzo molto bello, Absolute Happiness, è anche una canzone religiosa?

S.: Be, in un certo senso, però non ho troppo presente le sue parole perché non l'abbiamo mai interpretata dal vivo.

 

D.: Farther Along era molto meglio, peccato non sia andato troppo bene. Le tue canzoni stavolta sono tutte decisamente buone, specie American Great National Pastime, ironica e spiritosa.

S.: L'ultimo singolo dei Byrds su Columbia, scritto pensando alla Coca-Cola e alla TV.

 

D.: Già poi è arrivata la reunion degli originali. Come ti sei sentito Skip quando Roger ti ha convocato per quella che credevi una riunione, ed invece era soltanto l'occasione per dirti semplicemente che te ne dovevi andare?

S.: Molto male, te lo puoi immaginare, Roger contava di riportare sulla scena i vecchi Byrds e voleva farlo gradualmente, Chris Hillman era stato il primo ad essersi reso disponibile. Ma non ha funzionato, due settimane dopo la mia uscita infatti Clarence mi telefonava per dirmi “Skip non ce la faccio più, devi ritornare...” e di lì a poco invece lasciava anche lui.

 

D.: Qualcuno sostiene che voi, cioè Roger, Clarence, John Guerin e tu, stavate comunque registrando un 13° album per la Columbia e che Wasn't Born To Rock & Roll (ripresa poi dai Byrds in Reunion e da Roger nell'album con la sua Band) doveva essere il singolo di lancio.

S.: Non è vero, nessun materiale è stato registrato come gruppo dopo Farther Along.

 

D.: A questo punto c'è il tuo solo su Signpost, che trovo bello ancora oggi: decisamente americano, testi intelligenti, musica generosa dal sapore old fashion. Daptain Video è una canzone dedicata a Roger McGuinn, Valentino è ispirata al famoso Rodolfo, Saint Louis Browns narra di una vecchia squadra di baseball. Qual è il soggetto di Cobras, Four Legs Are Better Than Two e The Ballad Of Dick Clark?

S.: La prima è una canzone diciamo così sessuale, simbolica, del tipo simile al punk odierno, la seconda, sempre simbolica, si serve di Fred Astaire e Ginger Rogers per dimostrare una ovvia verità, la terza infine si riferisce ad una famosa personalità televisiva dei tardi anni cinquanta, primi sessanta.

 

D.: Che ne è del tuo famoso secondo solo unreleased?

S.: Il primo album solista è andato bene. Le 10 mila copie stampate sono andate tutte vendute ed anche abbastanza in fretta. Così ne ho registrato subito un secondo, musicalmente diverso, dai marcati caratteri bluegrass. Mi hanno accompagnato infatti musicisti come Byron Berline, Alan Munde, Al Perkins, Roland White e Mike Botts. La famosa crisi petrolifera del '73 ha però fatto rivedere i progetti all'Atlantic, così il disco è tuttora nei suoi cassetti.

 

D.: Eppure John Delgatto della Sierra/Briar qualche anno fa sembrava intenzionato a pubblicarlo insieme con alcuni pezzi del primo, che non è mai stato ristampato.

S.: John non me ne ha mai parlato, comunque se vuoi il mio parere, l'album non mi sembra tanto attuale oggi...

 

D.: Nel '74 sei entrato nei New Riders Of Purple Sage. Il tuo primo album con loro, Brujo resta uno dei miei preferiti in assoluto. Vi sono quattro tue canzoni piuttosto belle, di una delle quali, On The Amazon, davvero splendida, non si è parlato a sufficienza. La eseguivate anche dal vivo? E come mai qualcun altro, mi sembra Spencer Dryden, canta Neon Rose?

S.: Sì, abbiamo fatto On The Amazon per un certo tempo e credo sia possibile farne una versione migliore oggi. Quanto a Neon Rose dopo averla scritta (con Kim al solito) sono andato da Spencer e gli ho detto: “Questa è per te” e lui dopo un po' di incertezza ha accettato.

 

D.: L'album successivo però, What A Mighty Time, è decisamente brutto. È proprio vero che è solo colpa di Bob Johnston, il producer, o è la solita comoda scusa?

S.: Guarda: il gruppo non aveva praticamente materiale pronto da registrare (l'unico mio pezzo incluso, per esempio Strangers On A Train, era un outtake di Brujo), e quindi le canzoni sono state scelte da Bob però c'era gran fiducia in lui e nelle sue capacità. Alla fine certo, copertina compresa, il risultato è piuttosto deludente.

 

D.: Mi ha un po' sorpreso il tuo giudizio sull'album successivo, il primo del gruppo per la MCA e l'ultimo con te. Perché hai sostenuto trattarsi del migliore LP dei NRPS con cui hai avuto a che fare? Non lo trovo affatto superiore a Brujo, soprattutto perché contiene poco materiale originale. Tu stesso ti limiti a cantare un solo pezzo She's Looking Better Every Beer.

S.: A parte il fatto che mi era stato chiesto di questo album solo poco tempo dopo la sua pubblicazione (cosa che ha certamente influito sul mio giudizio), in realtà intendevo e intendo dire che il gruppo dal punto di vista musicale era allora nel suo momento migliore, mentre convengo con te riguardo al materiale non sempre convincente.

 

D.: Eccoci ai Burritos. Ti unisci a loro, al posto di Chris Ethridge, appena in tempo per registrare Airborne, ma non riesci ad essere presente in tutti i brani, essendo contemporaneamente in studio con i NRPS. Dove non compari?

S.: In Waitin For Love To Begin, Out Of Control e Big Bayou, mentre in Quiet Man, la canzone di John Prine che ho scelto di cantare in chiave un po' reggae, suono la chitarra (e non il basso).

 

D.: Nel '77 hai lasciato il gruppo, perché? Prevedevi già forse come sarebbe andata a finire l'esperienza Sierra?

S.: No a quel punto i Burritos si erano sciolti, la nascita dei Sierra sarebbe venuta un poco più tardi. Così io mi sono messo a suonare con la mia band, con la quale vorrei realizzare l'album per l'Appaloosa.

 

D.: Hai però risposto alla chiamata di Lloyd Segal nel dicembre dello stesso anno quando sono ricomparsi i Burritos...

S.: Oh sì.

 

D.: E nell'aprile del '78 insieme con Sneeky e Gib sei entrato clamorosamente nei New Riders, per rimanerci un solo mese, nonostante un certo consenso riscosso. Mi puoi spiegare?

S.: L'idea è stata di Spencer (Dryden), allora manager del NRPS, che mi chiese di ritornare nel gruppo una sera, dopo un concerto al Palomino di L.A. Io gli risposi che avrei accettato solo se fossero stati coinvolti anche Sneeky e Gib. Così abbiamo fatto un tour in sei, John Dawson, Davis Nelson, Pat Shananah (alla batteria) e noi tre. Ma non ci siamo trovati, i due blocchi messi insieme erano troppo diversi, alcuni volevano crescere, altri invece preferivano restar fermi...

 

D.: Subito dopo c'è stato il famoso tour giapponese. Come mai è apparso il nome di Jim Ibbotson, oltre quello di Gene Parsons, sui manifesti pubblicitari?

S.: Chi lo sa. Io avevo telefonato a Ibbotson, che era stato con me negli Evergreen Blueshoes, chiedendogli se voleva unirsi a noi per l'occasione ma lui rifiutò. Qualcuno deve aver frainteso il tentativo. Nel frattempo abbiamo conosciuto Greg Harris...

 

D.: Con cui avete registrato l'album dal vivo in Tokyo. Tenuto conto che lo avete prodotto voi stessi, mi sarei aspettato qualcosina di più. Perché non avete pensato di usare altri pezzi, come Citizen Kane per esempio, di cui facevate allora un'ottima versione? Sarebbe stata l'occasione per mostrare a molti che dopo tutto era buono.

S.: Anche questo disco per la verità non è nostro fino in fondo, non sono apparsi gli stessi brani che avevamo scelto, c'è mancato un controllo completo essendo stato pubblicato troppo lontano.

 

D.: Quando la Regency lo ha reso disponibile anche negli States voi vi siete esibiti, con Hoyt Axton, in uno spettacolo di beneficenza, al Santa Monica Civic Auditorium, a favore degli indiani Cumash in lotta contro l'apertura di una miniera di uranio nello loro riserva.

S.: Un'idea di Stuart Dickman, un amico molto vicino ai problemi delle minoranze etniche. che abbiamo condiviso.

 

D.: Senti Skip, e se Jackson Browne o quelli di MUSE vi avessero chiesto di esibirvi per la loro causa quale risposta avreste dato?

S.: Saremmo andati di corsa naturalmente.

 

D.: Per una convinta adesione a favore della energia solare o per la pubblicità che avrebbe potuto derivarne?

S.: Per entrambe le ragioni credo.

 

D.: Perché Greg Harris se ne andato? Mi è dispiaciuto moltissimo.

S.: È difficile rispondere, ad un certo punto la sua decisione è apparsa chiaramente prossima, inevitabile. Sono d'accordo con te comunque nel considerare Greg un musicista di talento e di sicuro avvenire.

 

D.: È vero che scrivi canzoni anche con Robert Hunter, il lyricist dei Grateful Dead?

S.: Sì e quasi certamente ne inciderò una nell'album che registrerò per quella piccola casa italiana.

 

D.: Ancora una domanda, quali sono i tuoi rapporti con Roger oggi e che ne pensi del suo ultimo album City?

S.: City non è un granché innovativo, Roger può fare di più e meglio. L'ho sentito prima di partire e mi è sembrato un po' stanco della sua avventura con Chris. Mi ha detto che il suo nuovo LP è terminato e che dopo la sua pubblicazione andrà in tournée negli States. A quel punto il suo futuro dipenderà dalla fortuna del disco. Se non avrà successo mi ha confidato che vorrebbe tornare a fare il folksinger.

Articolo pubblicato su Mucchio Selvaggio n. 34, anno 1980


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