di Pierangelo Valenti
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L’espressione “eseguire la canzone folk nell’idioma tradizionale” significa tutto, più spesso non significa niente. Ammesso, ma non concesso, che un individuo riesca a mantenere integre le sue caratteristiche rurali a contatto con l’ambiente metropolitano, bisogna assolutamente stabilire poi cosa si intenda per idioma tradizionale e se questo possa andare d’accordo con la canzone folk. Ciò implica da una parte il corpus tradizionale statico, chiuso, circoscritto ad un’epoca, dall’altra il folklore in continuo divenire: le due cose non sembrano a lunga o a breve scadenza compatibili.

 

Woodrow Wilson Guthrie (1912-1967) eseguiva con strumenti tradizionali, con spirito tradizionale, brani di sua composizione (sulla vita del hobo, a sfondo socio-politico) senza dubbio popolari ed appartenenti ad un genere di folklore particolare, ma non già ascrivibili alla tradizione. Usava quindi l’idioma tradizionale come mezzo per esprimere in musica le proprie idee: sotto questo aspetto Guthrie deve essere considerato un ibrido e non “come uno dei più grandi interpreti della tradizione musicale nord americana”, secondo Alessandro Portelli.

L’uomo era certamente un poeta, il portatore di un messaggio umano valido, colui che ha denunciato per tutta la vita, mettendo a repentaglio la propria, le ingiustizie sociali, ma l’autore di ballate ed il musicista hanno poco o nulla a che vedere con la tradizione.

 

Incontro gente che asserisce di conoscere alla perfezione la tradizione musicale bianca e di colore nordamericana perché dispone della discografia completa dell’Okie Balladeer (è un po’ come la deplorevole abitudine di associare i termini country e west coast). Ultimamente (quest’anno avrebbe compiuto il secolo) tributi ed elegie su carta stampata e sonori presentano Woody Guthrie come uno dei primi genuini cantautori, ‘il padre della canzone di protesta’ e per confermare ciò propongono sue interpretazioni (per altro assai discutibili) di brani al 100% tradizionali o rimaneggiati ad hoc. Di questo passo, se non fosse per la granitica personalità e per la profonda individualità dell’artista, non certo per i suoi ammiratori, noi forse avremmo oggi un secondo Leadbelly.

 

Per arginare la dilagante ignoranza sull’argomento mi preme menzionare un eccezionale documento pubblicato dalla Rounder Records all’inizio degli anni Ottanta: Poor Man, Rich Man - American Country Songs of Protest (1929-1933). Qui, attraverso le composizioni e le esecuzioni di Dave McCarn, Blind Alfred Reed, Dorsey Dixon, Harry McClintock, Ernest Stoneman, Green Bailey, Uncle Dave Macon, Fiddlin’ John Carson ecc., c’era già in germe tutto quanto, una generazione prima di Woody Guthrie. E quelli, come per esempio Ry Cooder, che conoscono la storia e le fonti, hanno saputo e sanno dove pescare e chi omaggiare.

Articolo pubblicato su Suono n. , anno 2012


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