di Pierangelo Valenti
Registrazioni sul campo o field-recordings

Registrazioni sul campo o field-recordings. Il termine si spiega da solo: trattasi di materiale sonoro, trasmesso di solito oralmente da generazione a generazione, raccolto dai ricercatori direttamente dalla viva voce degli interpreti depositari di questa tradizione nei loro luoghi d’origine.

La più antica incisione che si conosca avente queste caratteristiche è rappresentata dal cilindro Edison dell’antropologo americano Jesse Walter Fewkes ottenuto il 18 marzo 1890 presso una tribù di indios messicani Passamaquoddy. I primi passi in tal senso furono comunque mossi anni dopo, agli albori della musica riprodotta su disco, quando alcune compagnie discografiche iniziarono a mandare i loro emissari nel sud e nel sud-est degli Stati Uniti con apparecchiature d’incisione ancora ingombranti e primitive ma portatili. Questi cosiddetti field-trips o collecting-trips, sperimentati per la prima volta a scopo commerciale alla fine della primavera del 1923 della Okeh General Phonograph Corporation con la storica spedizione di Ralph S. Peer e Fred Hager ad Atlanta in Georgia, non erano certo ispirati da propositi di salvaguardia del folklore musicale o da intenti documentaristici, ma da puri e semplici interessi di mercato.

Dal 1924, con la massiccia e popolare diffusione del fonografo favorita in larga misura dalla radio, le più importanti etichette americane (Okeh, Columbia, Vocalion e Victor) dovettero far fronte ad un’inattesa quanto rilevante domanda di musica rurale e montana del sud e tentarono di soddisfare la richiesta in diversi modi. La prima mossa, e la più naturale ponendo mente alle leggi del consumismo elementare, fu quella di fare incidere brani tradizionali e popolari da artisti urbani con alle spalle una preparazione classico-accademica (Vernon Dalhart, Carson Robinson ed altri artisti legati al circuito newyorchese Tin Pan Alley).

 

Il pubblico indigeno non abboccò: esigeva un prodotto genuino, non un’imitazione ed un artificio. Si cercò allora di portare a New York o alla vicina Camden dei musicisti meridionali, ma ciò, oltre ad essere costoso e richiedere parecchio tempo, aveva senso unicamente nel caso in cui i suddetti artisti potevano vantare un nutrito repertorio; al contrario la maggior parte (e generalmente i più capaci) non lo possedeva. La sola risposta alla pressante richiesta degli acquirenti era di recarsi sul luogo, a diretto contatto con la musica, e dal 1927 ciò fu reso più agevole con l’avvento di nuove tecniche di riproduzione (dal procedimento acustico all’elettrico, la cui sensibilità permetteva adesso di catturare il suono di strumenti un tempo confinati in secondo piano o inudibili).

Questi veri e propri pionieri del suono, una volta giunti in un grosso agglomerato urbano, mettevano un annuncio sul quotidiano locale, confidavano nel passaparola, ed aspettavano pazientemente che individui in possesso di qualità vocali e strumentali non ordinarie, tra l’altro allettati da un compenso che variava dai quaranta a cinquanta dollari per brano considerato buono, più due cents e mezzo su ogni singolo eventualmente venduto (le royalties, ove dovute, a discrezione della dea bendata), si presentassero loro. Lo studio d’incisione veniva fortunosamente ricavato adattando una stanza il più possibile silenziosa ai piani superiori di un albergo o di una banca cittadini, onde evitare che le vibrazioni troppo persistenti e brusche provenienti dalla strada facessero saltare l’ago tracciante la matrice di cera. Se l’artista si rivelava musicalmente valido ed economicamente conveniente veniva tosto invitato al nord, spesato del viaggio e della permanenza, negli studi tecnicamente avanzati presso la sede della compagnia discografica.

 

Le matrici così realizzate sul posto, peraltro in numero consistente e molto spesso povere dal punto di vista della qualità tecnica, possono essere considerate a tutti gli effetti i diretti predecessori delle registrazioni sul campo condotte su vasta scala dalla Library Of Congress soprattutto durante gli anni 1933-1948. Protagonista con Carter Family, Jimmie Rodgers, B. F. Shelton, Tenneva Ramblers, Henry Whitter, Blind Alfred Reed, Ernest Stoneman ecc. delle famose Bristol Sessions (Tennessee), tenutesi dal 25 luglio al 5 agosto 1927 e volute da Peer, nel frattempo passato alla Victor, la Shelor Family incise in quella irripetibile occasione della propria carriera quattro brani (tra cui Big Ben Gal, più simile ad una giga irlandese o ad una quickstep inglese che ad un fiddle-tune nativo, trascritto erroneamente nei ruolini come Big Bend Gal) presso un negozio di modisteria, l’unico che si potè reperire con un pianoforte a disposizione, e rimane una straordinaria testimonianza del non comune uso di questo strumento in old time music su disco, specie all’unisono con un violino, e l’altrettanto raro duetto di voce maschile e femminile.

Articolo pubblicato su Suono n. , anno 2013


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