di Martino Coppo
VINCE GILL

“Gente come Vince Gill ti rimette al tuo posto, se credi di essere qualcuno. A me succede. Scrive, canta su tutti i migliori dischi prodotti a Nashville, registra i suoi e le vendite arrivano al platino, suona la chitarra come un dio, e lo stesso può fare sul mandolino e qualsiasi altro strumento! E come se non bastasse è un incredibile cantante e un genio musicale, può suonare la chitarra come Albert Lee! Gioca pure a golf come un professionista. Altro? Non mi stupirei se avesse anche vinto un paio di medaglie olimpiche”.

A parlare è Mark Knopfler, chitarrista e leader dei Dire Straits, una delle band più rappresentative degli anni ’80 entrata ormai di diritto nella storia della musica  rock di tutti i tempi. “Mark mi ha chiesto di entrare a far parte dei Dire Straits – confessa  Vince - , ci ho pensato molto, ho anche partecipato al loro ultimo album, ma non avrei potuto voltare le spalle a quello che stavo facendo. Ho investito troppo nella country music e credo veramente di poter vedere qualche risultato a breve. Sono un decente chitarrista rock ma penso che il mio vero talento sia  cantare e suonare onestamente la mia musica”.

Così spiega come ha declinato l’allettante offerta di Knopfler per un tour di un anno e mezzo in giro per 40 paesi in tutto il mondo e, fondamentalmente, per un sacco di soldi. E i fatti gli hanno dato ragione.

Dopo anni di duro lavoro e frustrazioni, dopo aver contribuito nell’ombra ai successi ed alle celebrità altrui, l’artista che un giorno dichiarò “Credo che mi comprerò un cappello da cowboy per fare carriera” sta finalmente riscuotendo il più meritato successo e si sta affermando come una delle più grandi e complete country star di ogni tempo: membro della Grand Ole Opry dal 1991, due dischi di platino nel giro di un paio d’anni (When I Call Your Name e Pocket Full Of  Gold) ed una serie impressionante di trofei e riconoscimenti da riempire la vetrina di un banco dei pegni.

Nato 35 anni fa a Oklahoma City, figlio unico di un avvocato (ora giudice) ed una casalinga, Vince è cresciuto in Oklahoma masticando bluegrass sin dall’infanzia. I primi strumenti su cui ha messo le mani  sono stati un banjo ed una chitarra tenore a 4 corde del padre banjoista per diletto. “I miei sono sempre stati ben disposti a spendere qualche soldo in più per comprarmi dei buoni strumenti. La maggior parte della gente inizia a suonare su una chitarra dove le corde sono talmente alte da non poterle suonare. Mio padre aveva un gruppo con cui suonava nei fine settimana  nelle sale da ballo. Io andavo con lui e accompagnavo con gli accordi sulla chitarra.”

Il suo primo vero gruppo con il quale si costruisce una qualche reputazione  come musicista bluegrass locale è quello dei Mountain Smoke, formato ai tempi della scuola. Nel 1975, terminati gli studi mentre sta seriamente considerando di intraprendere una carriera come giocatore di golf professionista (altra grande passione della sua vita), arriva una telefonata da Louisville, Kentucky: Sam Bush e Dan Crary gli offrono un posto nella Bluegrass Alliance, formazione progressiva di bluegrass e per molti, il primo vero gruppo di newgrass.

Vince carica la macchina di tutte le sue cose e si trasferisce in Kentucky. Lascia però il gruppo dopo breve tempo e raggiunge Ricky Skaggs e Jerry Douglas nei Boone Creek, altra storica band degli anni ’70 dalla vita breve ma intensa.

Ma non è soddisfatto della scelta: “Mi avevano detto che sarei stato il cantante solista e avrei suonato la chitarra. Invece suonavo il basso e non ero il lead singer! Non mi divertivo, così decisi di smettere e me ne andai in California, la cosa migliore che potesse capitarmi, dove iniziai a suonare con Byron Berline, violinista anche lui dell’Oklahoma. Mi chiese di far parte del suo gruppo, Sundance, come cantante solista. Suonai con lui per due anni e fu in questo periodo che ebbi modo di conoscere Rodney Crowell, Guy Clark, Albert Lee, Emmilou Harris e altri grandi musicisti. Gravitavo intorno a questa gente ed alla loro musica”.

Più tardi Vince sarebbe diventato uno dei Cherry Bombs, la band di Rodney Crowell, ma prima, quasi per caso, la sua carriera ricevette una spinta inaspettata con l’invito a entrare a far parte della band di pop-country-rock Pure Prairie League nel 1979: “Fu un vero e proprio colpo di fortuna. Ero andato con un amico che doveva avere un’audizione. Io avevo aperto un loro concerto con il mio gruppo Mountain Smoke quando avevo 16 o 17 anni e volevo vedere se si ricordavano di me. Mi dissero: “Hey, tu sei quello che suona tutti quegli strumenti e canta! Vorresti entrare nel gruppo?”. Subito dissi loro di no, ma loro mi proposero di provare per qualche settimana. Mi piacque, e così registrammo tre album insieme, ottenendo un grosso successo nel 1980 con Let Me Love You Tonight. Improvvisamente da un musicista bluegrass ero diventato cantante solista e autore per una grande pop band! Era tutto molto divertente a 21 anni.”

Fu Tony Brown, suo attuale produttore e presidente della MCA a invitarlo nei Cherry Bombs di Rodney Crowell. “Lasciai i Pure Prairie, all’epoca Larry Londin (n.d.r. grande amico di Vince e compianto batterista recentemente scomparso), Emory Gordy Jr., Hank De Vito e Tony Brown. Che razza di gruppo! Mi sforzavo per  essere all’altezza degli altri. Non dimenticherò mai tutte le notti che, dopo aver suonato in giro fino alle due, tornavamo a casa e continuavamo fino alle sei di mattina. Mi manca molto tutto questo  ed è una cosa che non sopporto  riguardo al fatto  di avere sempre più successo. Non mi permette di avere l’innocenza e la spensieratezza di quei giorni”.

In questo periodo Vince registra anche uno dei migliori album bluegrass degli anni ’80, Here Today con David Grisman, Emory Gordy Jr., Herb Petersen e Jimmy Buchanan.  E ancora Tony Brown convince Gill a trasferirsi a Nashville nel 1984 con la famiglia, la moglie e la figlia Jenny, e a firmare un contratto con la RCA.

Ma, prima di poter iniziare  a lavorare insieme, Tony si trasferisce alla MCA. Per Vince questo è un periodo di grandi frustrazioni  e incomprensioni con la sua casa discografica.

Scrive molto, registra anche un paio di album, Things That Matter e The Way Back Home ma, nonostante qualche limitato riconoscimento, sfiora appena il successo senza raggiungerlo. In compenso si crea una reputazione a Music City come  uno dei più richiesti session man da studio. Sarebbe impossibile ricordare tutti gli oltre 200 artisti con cui ha collaborato: valgano per tutti nomi come Bonnie Raitt, Patty Loveless, Rosane Cash, Reba McEntire e Conway Twitty.

“Credo che io e Willie Nelson siamo gli unici ad aver cantato con tutti quanti ma mai insieme. Attualmente non ho più molto tempo per lavorare in studio come prima. Voglio però che la gente sappia che sono le tournèe a tenermi lontano, non il fatto che ora le cose vanno bene e non ho più il bisogno di quel tipo di lavoro”.

Tra gli artisti con i quali ha collaborato Vince non ha dubbi nel prediligere Albert Lee. “E’ probabilmente il mio chitarrista preferito. Abbiamo fatto un tour in Australia, solo noi due, due chitarre acustiche. Albert ha molta stima di me... sa che io sono l’unico così stupido da salire su un palco prima o dopo di lui”.

Ma Vince rifiuta l’idea di rimanere un eterno session man e continua a scrivere e proporre le sue canzoni, alla ricerca di una sua carriera solista, forse anche stimolato  e frustrato allo stesso tempo  dal successo della moglie Janis che, insieme alla sorella Kristin nel duo ‘Sweethearts Of Rodeo’, scala le classifiche con ogni disco.

“Direi che i problemi maggiori li abbiamo avuti quando la mia carriera stava decollando – ammette Janis – perché tutto è successo così rapidamente. Ero spinta  in un milione di direzioni diverse ed era difficile entrare nel ritmo e nello spirito di una vita del genere. E’ come una sorta di terremoto degli equilibri  famigliari specialmente se tuo marito sta cercando di fare la stessa cosa”. Vince comunque sottolinea: “Non sono mai stato invidioso del suo successo e mai lo sarò, ero probabilmente frustrato per la mancanza del mio e ciò può essere stato male interpretato da lei e da altri”.

E il successo arriva quando, nel 1989, firma un contratto con la MCA e finalmente ha la possibilità di lavorare con l’amico Tony Brown. Il primo prodotto di questo sodalizio, When I Call Your Name, rappresenta una lungamente attesa rivincita nei confronti di chi non aveva mai creduto realmente nel suo talento. L’album vince il disco di platino (un milione di copie vendute), il singolo When I Call Your Name cantato in coppia con Patty Loveless arriva al primo posto delle classifiche vincendo un award per il miglior singolo dell’anno e fruttando a Gill un ‘grammy’ per il miglior country vocalist.

Ma nelle top 10 entrano anche  Oklahoma Swing, cantata con Reba McEntire, Never Alone scritta con Rosane Cash e Never Knew Lonely, composta da Vince durante la tourneé  in Europa nel 1985, quando per la prima volta si trova lontano dalla sua famiglia per alcune settimane.

Dopo aver provato la sua versatilità con When I Call Your Name, Vince si conferma con uno stile più marcatamente country scrivendo i pezzi per Pocket Full Of Gold:anche questo album vince il platino e brani come Look At Us, Pocket Full Of Gold, Liza Jane scalano la classifiche. Il resto è storia di questi giorni e c’è da scommettere che lo stesso successo sarà riservato  al nuovo album recentemente uscito I Still Believe In You.

Ci sono voluti 20 annui per raggiungere il pieno successo che ora Vince assapora meritatamente, ma lui la prende con filosofia, è solo questione di tempo.

Ma di tutti gli onori, la fortuna e i riconoscimenti  ricevuti, ciò a cui tiene maggiormente è il fatto di essere divenuto un membro della Grand Ole Opry: “Questa è la vetta più alta per me, per tutta la storia che rappresenta. I premi sono solo una conseguenza della popolarità e la carriera discografica è breve. Ma quel posto no, è il massimo per un artista country”.

Possiamo facilmente immaginare lo stato d’animo di Vince Gill e gli auguriamo di cuore di riuscire a produrre dischi splendidi come quelli che ci ha regalato finora.

Articolo pubblicato su Country Store n. 17, anno 1992


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