di Remo Ricaldone
A Blue Collar Country Man

Tra i moltissimi cantanti ed autori saliti alla ribalta in quello che si può definire ‘periodo d’oro’ della country music, tra il 1985 e il 1995, Aaron Tippin rappresenta quanto di più vicino ci possa essere all’immagine classica dell’hard working man nella sua accezione urbana o rurale che, dopo le sue dure giornate lavorative, cerca ristoro fisico e morale attraverso le note della Country Music.

 

Aaron Tippin (Pensacola, Florida, 3 luglio 1958) è senz’altro tra i più adatti ad essere il beniamino dei ‘blue collars’, visto che ha dovuto affrontare una dura e lunga gavetta fatta di musica alla sera e lavoro durante il giorno.

A metà anni sessanta il padre, pilota di aerei commerciali, si trasferisce con la famiglia a Traveler’s Rest, piccola comunità nei dintorni di Greenville, South Carolina e poco dopo Aaron ottiene in regalo una chitarra che impara a suonare alternandola al banjo.


E’ proprio in questo periodo che Aaron Tippin inizia ad interessarsi seriamente alla musica, con una particolare predilezione per country e bluegrass. Negli anni settanta la musica ha una parte importantissima nella sua vita anche se non ancora a livello professionale.

Nei week-ends si esibisce dapprima come membro di una band di bluegrass che si chiama Dixie Ridge Runners e poi come Tip And The Darby Hill Band; durante la settimana invece svolge i più svariati lavori: aiutante in un’azienda agricola, camionista, operaio in una fabbrica di rotoli di alluminio.


Dopo il fallimento del suo primo matrimonio Aaron Tippin inizia a recarsi regolarmente a Nashville per tentare di farsi notare da qualcuno nell’ambito discografico. Riesce a trovare un contratto presso la Acuff-Rose Publishing Company ed inizia a comporre brani ripresi poi da personaggi come Charly Pride, Kingsmen e altri.


Nel 1989 la svolta: Aaron Tippin risparmia un pó di dollari e registra alcuni demo tapes che invia alla RCA. Impressionati molto favorevolmente dalle canzoni, i dirigenti della major lo mettono subito sotto contratto e un anno dopo viene pubblicato You’ve Got To Stand For Something (1990). L’album è ancora oggi godibilissimo, dieci composizioni dello stesso Aaron che portano una ventata di freschezza con una country music di grande qualità. La voce poi ha quella potenza e quella grinta che fa di Aaron Tippin uno dei più interessanti newcomers sulla scena di Nashville.


Nonostante le radio FM country non ‘supportino’ troppo le sue canzoni l’album diventa ‘d’oro’ e la canzone che ne da il titolo entra nella TOP 10 dei singoli. Aaron Tippin riceve ottime recensioni dalla critica statunitense ma il suo stile troppo country unito ad una particolare voce ricca di inflessioni yodel, blues e hillbilly lo relegano ad un ambito (seppur ampio come lo è la country music negli States) di settore.


Aaron Tippin comunque riesce a farsi un ottimo nome grazie soprattutto alla sua instancabile attività live e ad un’immagine che lo rende amatissimo dai country fans che apprezzano la sua profonda sincerità e il suo rispetto per la tradizione.

Dal suo primo album sono da ricordare l’iniziale In My Wildest Dreams, ripresa qualche anno dopo anche da Kenny Chesney, la grintosa I’ve Got A Good Memory, She Made A Memory Out Of Me con nel cuore Hank Sr. e Many, Many, Many Beers Ago dal sapore molto fifties.

La produzione di Emory Gordy Jr. è esente da pecche e i session men coinvolti sono scelti tra quello che di meglio offre Nashville.


Quasi due anni dopo viene pubblicato Read Between The Lines, la cui produzione è affidata ancora una volta ad Emory Gordy Jr. La caratteristica vocalità di Aaron è sempre più ricca di sfumature ed il suo script più maturo, facendo risultare il disco ancora più bello del precedente. I testi sono classicamente country, con storie di amori falliti e di nostalgia che grazie alle interpretazioni di Aaron Tippin acquistano in veridicità e in sentimento.


The Sound Of Your Goodbye, My Blue Angel (con una voce da brivido), There Ain’t Nothin’ Wrong With The Radio (il suo primo singolo ad arrivare al n.1 delle charts country), la leggiadra This Heart, I Wouldn’t Have It Any Other Way e I Miss Behavin’ (scritta con Mark Collie) sono canzoni che fanno la felicità di ogni country fan.


Il terzo album esce nel 1993 e si intitola Call Of The Wild. Non lasciatevi fuorviare dalle foto di copertina che mostrano un Aaron Tippin con i bicipiti sempre in bella mostra (il Nostro è stato anche body builder!), la sua è sempre ruspante e trascinante country music, forse ancora più grintosa rispetto ai precedenti dischi.

Scott Hendricks sostituisce Emory Gordy Jr. alla regia ma le sonorità country non ne risentono, fiddle e steel dettano sempre legge e la vena compositiva di Aaron è sempre brillante, talvolta anche ricca di ironia come in Honky Tonk Superman, scritta con uno degli autori che più lo hanno affiancato, Buddy Brock.


L’atmosfera generale è molto vigorosa, con relativamente poco spazio per le ballate in favore di brani mid e uptempo. When The Country Took The Throne, che inizia con queste significative parole: “Just a skinny little Mississippi railroad man/that loved to sing and play/he brought his music from the cotton fields/to the hillbilly Hall of Fame/thank God for Jimmie Rodgers/chisel his name in the cornerstone…”, è il tributo a uno dei grandi che hanno ‘fatto’ la country music.


My Kind Of Town è scritta con ‘Whitey’ Shafer e Working Man’s Ph.D. rafforza il suo amore per la classe lavorativa celebrandone le qualità.

Call Of The Wild è un altro riuscitissimo lavoro che consolida e conferma il nome di Aaron Tippin come uno dei più sinceri performers di Nashville. Qualità che vengono a galla anche nel seguente album, Lookin’ Back At Myself (1994).


Onestà e sincerità sono gli aggettivi che si possono più frequentemente usare per definire la personalità di Aaron Tippin, un personaggio il cui amore per la country music è indiscutibile.

I Got It Honest è la canzone che apre il disco e ne è il manifesto (“…never turned my back on what I believed/or let my heart be ruled by greed…”), Bayou Baby è deliziosamente influenzata dal cajun mentre Mission From Hank è in assoluto il primo brano interpretato da Aaron ma non scritto dallo stesso (è di Don Schlitz e Thom Schuyler).


Lookin’ Back At Myself si sviluppa sulla falsariga dei precedenti, senza mai perdere di vista la tradizione ma impreziosendola talvolta con un po’ di robusto rock (Country Boy’s Tool Box) e interpretandola sempre con un piglio molto personale.

Lovin’ Me Into An Early Grave, She Feels Like A Brand New Man Tonight o She’s Got A Way (Of Making Me Forget) sono lampanti esempi di tutto questo.


Siamo ormai a metà anni novanta e Aaron Tippin esce con il suo quinto disco, Toolbox (1995), album che registra conferme e novità. Per quanto riguarda le prime, voce e feeling sono rimasti intatti, così come la produzione (per la seconda volta Steve Gibson) e i soliti grandi session men di Nashville a garantire una continuità di suoni, che tendono a spostarsi verso atmosfere più ‘contemporanee’, senza tuttavia risultare pop.


Novità è l’affidarsi ai songwriters di Music City riducendo sempre più il suo coinvolgimento compositivo. Tuttavia due tra le più riuscite canzoni dell’album sono sue: How’s The Radio Know e She Made A Man Out Of A Mountain Of Stone.

Ten Pound Hammer è una composizione del prolifico ed eccellente Dennis Linde, posta intelligentemente in apertura, a scaldare subito i cuori; I Can Help, vecchio hit firmato da Billy Swan, è ripresa con fedeltà e riverenza, mentre You Gotta Start Somewhere di Bob Regan e Tom Shapiro è veramente trascinante.


Toolbox è un disco che assolutamente non delude chi ha seguito nel corso della sua carriera Aaron Tippin anche se le vendite non soddisfano appieno i sempre meno sensibili executives della RCA che, dopo avere ancora un po’ sfruttato il personaggio con un greatest hits (che contiene comunque un paio di interessanti inediti), non gli rinnova il contratto.

Fortunatamente, anche se devono passare ben tre anni di silenzio discografico, c’è un’altra etichetta che gli da fiducia, la Lyric Street, affiliata alla Walt Disney Productions.


Aaron Tippin vuole dimostrare ai suoi fans che la sua passione e la sua sensibilità non sono mutate, così intitola significativamente il suo nuovo album What This Country Needs (1998). “…’cause what this country needs/is a little more steel guitar/and put a little sawin’ fiddle right in the middle/straight out of a Texas bar…”, questo è parte del testo della title-track, ancora una volta un atto d’amore verso le sue radici country.

What This Country Needs è prodotto dallo stesso Tippin con l’aiuto di Pat McMakin ed è un lavoro a mio parere molto riuscito, dove emergono i suoni country in un insieme appetibile anche per un pubblico non specializzato.


Ormai Aaron Tippin ha ridotto, rispetto ai suoi primi dischi, il suo apporto compositivo e si affida ancora una volta ad un repertorio in gran parte firmato da autori che rappresentano il meglio di Nashville. Craig Wiseman, Jeffrey Steele, Dean Dillon, Allen Shamblin e Jon Vezner garantiscono una qualità che fa di questo disco un pregevole lavoro.

I Didn’t Come This Far (Just To Walk Away), Nothing Compares To Loving You, Back When I Knew Everything (nella più classica vena georgejonesiana) e la più pop ma gradevolissima Sweetwater (con il banjo di Carl Jackson) rappresentano il meglio di un album che si mantiene sempre su un livello più che accettabile.


Sempre per la Lyric Street esce, a distanza di un paio d’anni, People Like Us (2000), disco che concede elementi di contraddizione e divide i giudizi degli appassionati. Alcune canzoni ed arrangiamenti risultano un po’ troppo distanti da quello che Aaron Tippin ha rappresentato nell’ambito della country music. Pur piacevoli, brani come l’iniziale Kiss This, People Like Us, Lost e la conclusiva The Best Love We Ever Made (in cui duetta con la moglie Thea), risultano un po’ troppo superficiali e non incidono in maniera significativa.

Non mancano momenti validi come l’intensa country ballad Twenty-nine And Holding, la cajun-oriented The Night Shift, I’d Be Afraid Of Losing You composta da Mark Collie e da Leslie Satcher o Every Now And Then che risollevano le quotazioni di un disco comunque inferiore ai precedenti.


A December To Remember (Lyric Street, 2001) è l’omaggio di Aaron Tippin al Natale, classico appuntamento per i country singers e non solo, un disco difficilmente confrontabile con il resto della sua produzione visto la tematica che collega ad un preciso periodo dell’anno.

I suoni tipici della musicalità di Aaron sono comunque presenti e canzoni come It’s A Good Thing Santa Ain’t Single, la swingata The Year That Santa Never Came, Mama’s Gettin’ Ready For Christmas e la rockeggiante Run Rudolph Run non sfigurerebbero in uno dei suoi dischi ‘regolari’.

Non male anche le versioni di Away In A Manger, Silent Night e Blue Christmas (molto fifties), veri e propri classici natalizi.


Da citare anche per dovere di cronaca l’uscita di un singolo inciso dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001, una composizione che possiamo definire ‘patriottica’ e che, al di là delle personali opinioni politiche, risulta essere molto riuscita. Il titolo è Where The Stars And Stripes And The Eagle Fly ed è l’ultimo brano inciso da Aaron Tippin al momento di scrivere questo articolo.


Chiudiamo per ora la ‘storia’ di Aaron Tippin con molte conferme e qualche incertezza per il futuro. Speriamo che alcune recenti virate verso il mainstream country di Nashville non siano precise scelte fatte a tavolino ma soltanto il risultato di qualche dubbio sulla strada da percorrere.

Secondo il sottoscritto la via migliore è quella che porta diritto alle sue radici.

Articolo pubblicato su Country Store n. 61, anno 2002


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