di Dino Della Casa
Brian Burns

Sono assolutamente sicuro che il nome di Brian Burns, nato in quel di Waco, Texas il 19 Dicembre 1962, non vi dice (ancora) un bel niente, ma non sarà così per molto, poiché ci troviamo di fronte ad un texano davvero eccellente, come da tempo non ci capitava di ascoltare.

In tutta onestà, neanche io ricordavo il suo nome, ma il titolo del suo CD di esordio Highways, Heartaches & Honky-Tonks aveva - da solo - attirato la mia attenzione, in quanto riuniva in sé, seppur in estrema sintesi, gli ingredienti principali che compongono gran parte dei testi delle country songs.


Scorrendo i titoli dei pezzi, uno in particolare non mi suonava del tutto sconosciuto, l’esilarante If You Don’t Believe I Love You, Ask My Wife. Una breve ricerca computerizzata ed ecco scopro che quello stesso brano era stato interpretato da Gary P. Nunn nel suo album del 1989 For Old Times Sake (AO-001) e nel suo CD Live, registrato dal vivo al Poor David’s Club di Dallas nell’ottobre 1991.

Un altro duo di country texano, i Geezinslaw Brothers, aveva nel frattempo incluso il brano nel disco World Tour del 1990.


Dopo il primo affrettato ascolto dell’album, mi si è accesa un’altra lampadina: “Eppure anche questa I Don’t Live Here Anymore non mi suona nuova”. Un’altra breve sequenza di comandi al fido PC ed eccola balzare dal CD del solito Gary P. Nunn Totally Guacamole del 1992 (dove è accreditata ad un misterioso Brian Burna), ma la sorpresa maggiore è stata quella di rilevare un brano con lo stesso titolo nel You Haven’t Heard The Last Of Me del buon vecchio Moe Bandy.

Gli autori figuravano però essere i famosi hit-makers Chris Waters, Michael Garvin e Tom Shapiro: la questione è tutt’ora irrisolta e ci si potrebbero ravvisare gli estremi per una bella causa legale, ma se siete arrivati fino qui senza avermi ancora mandato al diavolo per le mie ricerche archeologico-discografiche (perdonatemi, ma sono il mio pallino) Vi meritate davvero di entrare nelle fila di quei pochi e fortunatissimi fruitori di country texano che sanno che Brian Burns è una nuova stella nel firmamento del Lone Star State.


Diciamo subito che l’etichetta che ha tenuto a battesimo Highways... è la microscopica indie (il numero di codice del CD, BR-00001, è molto eloquente) Bandera Records, ubicata in quel dello Stato della Stella Solitaria. Ragionevole ipotizzare la sua localizzazione nell’omonima città.

Aiutano il nostro interprete esordiente alcuni nomi blasonati ed altri meno. Fra i primi fanno bella mostra di sé Ray Wylie Hubbard, a prestare la sua voce alle dolci armonie di Little Angel e della sua stessa Dallas After Midnight e Tommy Alverson, alla voce ed alla chitarra classica.


Fra i secondi fa piacere incontrare ancora il bravo Chris Schlotzhauer alla pedal steel ed al dobro, Rodney Wall e Ben Smith alla chitarra elettrica solista, senza dimenticare un tocco di dolce femminilità nell’apporto vocale di Veronica Burns (moglie di Brian) nella dolce Lucy & Desi.

Il nostro Brian non si è comunque davvero risparmiato per questa sua opera prima: arrangia e produce il disco, veste i panni del tecnico di studio e suona da solo la batteria, il basso, le chitarre, le tastiere e canta. E come canta... una voce calda, pastosa, confidenziale, amichevole, a tratti fortemente reminiscente di Gordon Lightfoot.


Delle dodici canzoni contenute nel CD, almeno otto sono piccoli/grandi capolavori; una poi, la conclusiva The Haunted Jukebox, merita di entrare di diritto nella ipotetica lista dei brani migliori del 1997.

Si parte con uno scintillante shuffle (sono il mio debole, lo sapete) intitolato appunto Highways, Heartaches & Honky-Tonks, il cui testo riassume in maniera estremamente sintetica le esperienze di un musicista itinerante.


Lucy & Desi gode di un’intro di steel guitar molto atipico, ma lo svolgimento risulta abbastanza tradizionale. Montgomery Street (Where Did The Good Ones Go) si veste dei toni malinconici di dolce ballata acustica e riesuma i ricordi d’infanzia del nostro, del periodo durante il quale egli abitava in un quartiere dove conosceva tutti e che ora gli appare tristemente degradato e trasformato, tanto da “sembrare di essere in Messico...”.


Improvviso e repentino cambio di ritmo per Whiskey-o. Uno scatenato boogie acustico, giocato sul gioco di parole fra ‘wino’, che potremmo tradurre come ‘etilista’ e ‘whiskey-o’, riconducibile al neologismo ‘whiskey-dipendente’. Lo sviluppo musicale è tale da non consentire all’ascoltatore di tenere immobile il piedino.

E’ poi la volta della ballatona country If You Don’t Believe I Love You Ask My Wife, ovvero la prova che l’amore per l’amante è sincero: chiedere alla moglie tradita se non ci si crede.

Molto più seria, per non dire drammatica, è l’ambientazione del brano seguente, I Don’t Live Here Anymore, che vede il ‘lui’ della situazione rincasare a tarda sera, trovare spenta la luce del portico, che normalmente gli consentiva di infilare la chiave nella toppa al primo tentativo.


Eppure stasera non riesce neppure in questa semplice operazione, quando d’improvviso si rammenta che ormai non abita più in quella casa, la serratura è stata cambiata e lui non è più bene accetto. La narrazione si snoda tristemente sulle note di una languida chitarra acustica che accompagna una voce molto sofferta, eppure non ancora rassegnata all’inevitabile epilogo.

Mexico In Mind è colorata dei cromatismi, dei profumi e dei suoni del paese a sud del confine texano, che rappresenta idealmente la terra dove è possibile abbandonare ogni sorta di stress e preoccupazione, per dedicarsi al dolce far niente, rappresentato dalla classica siesta.


Little Angel Comes A-walkin’ porta la firma di Ray Wylie Hubbard, come co-autore insieme a Michael Mays, e si avvale di un intro di basso che mi ricorda i Doors prima maniera (?) ed altrettanto fanno la chitarra elettrica e l’organo in finale di brano. Lugubre e notturna, si discosta non poco dall’impronta solare di Mexico In Mind, ma è altrettanto vero che la varietà è una delle caratteristiche di questo piccolo grande album. Lo stesso Ray Wylie compare come guest-vocalist nella canzone.

Commerce & Pearl è un altro piccolo gioiello che deve molto - in termini vocali - al Gordon Lightfoot del periodo d’oro. Orecchiabile ed immediatamente fruibile, con la sua citazione di Dallas After Midnight (nota song a firma Ray Wylie Hubbard) vi lascia desiderosi di ascoltarla ancora ed ancora, seguendo il ritornello che non vi lascerà tanto facilmente: una ricerca della melodia come da tempo non si rilevava.


A seguito della suddetta citazione, l’inserimento del brano di cui sopra era il passo più logico, vista anche la presenza dello stesso autore in altra parte del CD. Viene dunque ripescata l’introspettiva e meditativa ballata notturna intitolata appunto Dallas After Midnight, dotata anch’essa di un ritornello facilmente memorizzabile (no, non vi dirò mai in quale album di Hubbard si trova la versione originale).

L’accordion (dalle nostre parti sarebbe ‘la fisa’) si anima sotto le dita sapienti di Brian per un esercizio scanzonato in chiave Tex-Mex dal titolo Fire Ants. Il divertente resoconto della guerra personale ingaggiata da Brian contro una specie terribile di formiche divoratrici, nella quale il nostro è affiancato da tutto lo stato del Texas, che dichiara ufficialmente guerra ai temibili insetti.


Se in precedenza avevamo incontrato almeno quattro brani davvero grandi, quello prescelto per chiudere questo folgorante esordio è davvero inarrivabile. The Haunted Jukebox è una ballata acustica appena mossa, ariosa quanto un mattino sulla prateria che si estende a perdita d’occhio, delicatamente contrappuntata dalla chitarra classica in mano al grande Tommy Alverson (avete i suoi tre CD, vero) e dalla steel di Brian Burns. La narrazione si rifà alla sua esperienza mistica, relativa alla visita al Lost Highway Saloon, dove il juke-box suona le canzoni dei grandi della musica country, richiamandone gli spiriti.


Ecco che Brian avverte il profumo di Patsi Cline, sente l’odore del whiskey nel respiro di Hank Williams e percepisce la presenza dei suoi eroi del passato, remoto e prossimo: Ernest Tubb, Lefty Frizzell e Townes Van Zandt. Fortemente evocativa nei toni del cantato/parlato (mi ricorda non poco le ballate di Dale Watson), non è certo da meno in termini strumentali, tanto da meritarsi un posto di merito fra le più belle ballate texane in assoluto.


Paradossalmente un esordio di questo genere rappresenta un grosso problema per l’artista in questione, che difficilmente riesce a ‘bissare’ la performance con il follow-up. Non è così invece per Brian Burns, in quanto il secondo attesissimo album, Angels & Outlaws (pubblicato alla fine del novembre 1999), corre il rischio di risultare addirittura migliore del folgorante esordio di cui sopra. Stampato sempre dalla coraggiosa indie Bandera Records (BR0002), prosegue impeccabilmente il discorso intrapreso due anni prima e non si risparmia certo sui brani destinati ad assurgere allo status di futuri Texas classics a livello di T For Texas.


Mi rendo conto di quanto impegnativa possa essere un’affermazione simile, ma Vi garantisco che il primo brano Welcome To Texas (Don’t Forget To Go Back Home) da solo vale l’acquisto del CD. In perfetto stile ‘outlaw-country’ il brano in questione sarebbe adattissimo ad essere interpretato da Waylon Jennings, per la batteria molto secca e per l’uso della chitarra elettrica. Ballata robusta e senza fronzoli, va dritta al sodo e ringrazia quanti si dirigono in Texas provenienti dagli altri Stati dell’unione, raccomandando però a questi turisti (che si lamentano del caldo, delle strade, del modo di guidare dei texani e di un sacco di altre cose) di non dimenticare di tornare a casa… e di lasciare il Texas ai texani.

Il brano vede l’apporto vocale di Terry Allen, mentre l’elettrica solista è affidata alle esperte mani di Justin Alverson, figlio di tanto padre (Tommy).


Il title-track Angels & Outlaws si rivela una struggente ballata acustica con forti accenti messicaneggianti, enfatizzati dall’accordion in mano allo stesso Brian, che suona tutti gli strumenti usati nella canzone, coadiuvato soltanto alle voci dalla moglie Veronica. Notevole la performance alla chitarra spagnola, reminiscente dell’influenza che il compianto Marty Robbins ha avuto nell’evoluzione artistica del nostro.

Shake Russell ha composto Temper Temper nel lontano 1975 e Brian la riesuma con un arrangiamento piacevolmente cadenzato, sottolineato dalla steel di Gary Carpenter, mentre lui suona tutti gli altri strumenti, come al solito.


Che dire poi di Fast Trains To Texas: immagini di desideri, speranze e nostalgia in un momento di lontananza dagli affetti e dai luoghi che, da soli, contribuiscono a tranquillizzare un animo inquieto.

I Couldn’t Lay This Guitar Down rievoca atmosfere comuni a brani quali Knockin’ On Heaven’s Door oppure a certe cose del cantautore canadese David Wiffen, con quel suo morbido tappeto di chitarre, dal quale si erge la lama elettrica della solista di Joe Forlini, solo in parte mitigata dalla solita languida steel guitar di Carpenter.

La voce di Brian è sempre all’altezza delle situazioni, siano esse improntate alla caustica satira di Welcome To Texas oppure alla impotente ammissione di I Couldn’t Lay…, che verrà poi ripresa in altra parte del CD.


Più scanzonata risulta Don’t Tell Mama, che narra della sua accorata invocazione di non riferire alla madre che è diventato un chitarrista, visto che pensa che lui sia semplicemente andato a finire in prigione, come se lo status di chitarrista (con tutte le implicazioni di vita notturna, eccetera) rappresentasse una fine peggiore del carcere.

Send Me An Honky-Tonk Angel è una preghiera indirizzata direttamente a Dio, nella speranza che gli mandi un honky-tonk angel che possa illuminare la sua vita. Uno script lineare, quasi ingenuo, acustico e delicato, da one-man band, con il solo aiuto – preziosissimo peraltro – della steel di Carpenter.


E’ molto confortante vedere come esistano tutt’ora newcomers in grado di comporre a livelli davvero notevoli: il cantautorato texano gode ancora di ottima salute. Terry Allen viene richiamato in causa con il ripescaggio della sua Gimme A Ride To Heaven (tratta dal suo Bloodlines del 1983): versione scandita e corrosiva, grazie alla slide elettrica di Joe Forlini, mentre l’armonica è passata ad Harley Brown.


Come a sottolineare il paziente lavoro di ricerca portato avanti fra i nomi che contano nel cantautorato del Lone Star State, ecco riaffiorare una caraibica East India Company a firma del compianto B.W. Stevenson, brano più noto come We Be Sailin’, tratto dall’omonimo album datato 1975. Azzeccato l’uso della steel drum, tipica espressione dei ritmi centroamericani, ad opera del poliedrico Brian.

E’ ancora la chitarra acustica affiancata dall’accordian ad aprire le danze per la struggente ballata intitolata Borders To Cross, Bridges To Burn (che titolo!). Cronaca di una separazione annunciata, imputabile all’animo irrequieto del musicista itinerante, costretto a privilegiare il bisogno di muoversi, a discapito degli affetti più cari. Da segnalare il lavoro di basso davvero pregevole (ancora Brian Burns).


Si riattraversa nuovamente il confine per augurare Good Night Angelina, logicamente carica degli umori forti, tipici del Messico. Chitarre acustiche sapientemente arpeggiate (un intro che sa di jingle-jangle), accordion ammiccanti, tamburelli gioiosi e percussioni essenziali si animano al tocco del nostro Brian, ormai affermato polistrumentista, oltre che compositura di grande spessore. Un ritornello immediatamente memorizzabile conferma la sua costante ricerca della melodia e questo lo rende di per sé particolarmente meritevole nel panorama attuale.

Painted By Memory rientra nella – folta – schiera di ballate acustiche che lasciano una ben definita traccia di sé, almeno nell’animo che chi riesce ancora a spendere una lacrima per un amore trasformatosi in un triste ricordo.


L’album si chiude con la cover di un brano poco conosciuto del 1973 a firma dei coniugi Paul e Linda McCartney, Picasso’s Last Words. Piacevole esercizio acustico che comunque poco aggiunge al più che copioso bagaglio artistico di Brian Burns.

Da ricordare ancora una ripresa di quasi tre minuti del title-track, con la bella voce di Brian sdoppiata nel ritornello e una versione live & unplugged dell’iniziale Welcome To Texas, registrata per il programma radiofonico Front Porch.


Brian Burns: un nuovo amico da ascoltare con estrema attenzione e da ospitare nello scaffale preferito, al fianco di Jerry Jeff Walker, Guy Clark, Ray Wylie Hubbard, Gary P. Nunn...

I suoi due CD possono essere richiesti direttamente al suo indirizzo 3874 Woodhollow Dr. # 401. Euless, TX 76040 – USA. Benvenuto fra noi, Brian e possa tu regalarci ancora tanti momenti magici come questi.

Articolo pubblicato su Country Store n. 61, anno 2002


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