KEVIN DEAL: "Kiss on thè breeze" (Biind Neiio 0773)
Fa sempre piacere
ritrovare un personaggio come Ben Demerath, cantautore con la C maiuscola,
songwriter che non ha alcun bisogno di fare ricorso ad effetti speciali per
legittimare il proprio valore e garantirsi una sicura credibilità.
Con una storia ed una
personalità più da compositore che da cantautore, solo negli ultimi anni
Demerath ha deciso di servirsi personalmente delle proprie canzoni, iniziando
silenziosamente una carriera tanto difficile quanto ricca di concorrenza.
Jack Of Fools è il secondo album di Ben
Demerath, dopo Thirthy Degrees su Cojema Records, o terzo, se
consideriamo l'apparizione nell'omonimo album, come membro degli Sugarbeat,
acoustic band che comprendeva il banjoista Tony Furtado, il mandolinista Matt
Flinner e la cantante Sally Truit.
Demerath fa sicuramente
parte di quella generazione di cantautori che paga un debito di riconoscenza a
giganti come John Hiatt, che affondano quindi le proprie radici in una
tradizione folk-blues tornata fortissima negli ultimi venti anni negli States,
dopo essersi allontanata da posizioni troppo arcaiche ed aver accolto,
finalmente, influenze più tipicamente urbane. Se Hiatt, come archetipo, è più
identificabile con modelli rock, suoni ruvidi e rabbia nei testi, Demerath
utilizza sonorità decisamente più tenui e testi con tematiche riflessive e
malinconiche. Coerente con la sua natura mite, il songwriting di Demerath si
lega ad un linguaggio fatto di semplicità e di purezza stilistica, espressa con
uno script lineare, al quale fa da supporto una strumentazione prevalentemente
acustica, ma comunque sempre scevra da qualsiasi contaminazione elettronica.
Questo Jack Of Fools
rappresenta la conferma del suo talento, che esplora con grande equilibrio le
strade del folk e del blues nelle loro accezioni più urbane e cantautoralmente
moderne. La fusione è pressoché perfetta ed è estremamente difficile
identificare brani nei quali un genere prevalga sull'altro, tale è la
padronanza di linguaggio con la quale l'artista si esprime e che gli permette
di non sfigurare quando interpreta, e bisogna aver coraggio per farlo, brani
epocali come il traditional Man Of Constant Sorrow o la cover di Farewell,
Farewell, firmata da un mito del calibro di Richard Thompson.
Con grande umiltà
Demerath compone ed arrangia brani che nelle mani di artisti ormai integrati
nel sistema, diventerebbero certamente grandissimi hits ed il paragone che
immediatamente mi corre di fare è con Marc Cohn. Sono moltissimi, infatti, i
punti di contatto tra i due, che si richiamano sia nella voce che nella
scrittura, pur mantenendo una precisa identità e, nel caso di Demerath, senza
alcuna intenzionalità, visto il sicuro talento di entrambi, diversi solo nelle
dimensioni del loro successo, internazionale e quasi demotivante nelle
conseguenze per Cohn, poco significativo e, per questo, incentivante per
Demerath.
La giusta via di mezzo
potrebbe essere il riferimento a John Gorka, altro musicista di grandissimo
valore di estrazione folk, che ha sicuramente maturato un completo processo di
urbanizzazione della sua vena.
Ma Demerath è Demerath, e
non ha debiti con nessuno e questi riferimenti vogliono solo servire ad
inquadrare un tipo di scrittura e di sound, sottolineandone la completa
originalità di ciascuno. Mi sembra quasi superfluo e fuoriluogo citare i
musicisti, senza peraltro nulla togliere al loro valore, che lo hanno
accompagnato, ma vorrei comunque ricordare Roger Williams al dobro, del quale
vi invito ad ascoltare con attenzione la performance in Every Shade Of Blue,
brano di apertura del CD, semplicemente straripante, e la presenza cammeo di
Cliff Eberhardt alla voce in Little One, delicatissima ballata, tipica
dello stile di Demerath.
Un imperdibile regalo di
Natale... ma anche di Pasqua e per ogni occasione.