Iron Hip
Artista : Drunken Stuntmen  
Label: Natural Disaster 17332
Anno: 2002

Stile:
Country Rock
di Dino Della Casa
CHUCK PYLE

Tanto per cominciare il gruppo non è al suo esordio, visto che il loro primo lavoro, un demo intitolato Mountain Funk, è datato 1993. Da allora la band, composta attualmente da Steven M. Sanderson (voce solista e chitarra), Terry Flood (voce solista e chitarra), Fredrick Alexander Johnson (chitarra e voce corista), J. Scott Brandon (basso), Scott Hall (piano ed organo) e J.J. O’Connell (batteria e percussioni), si è esibita in gran parte degli USA, partendo dal natìo Massachussetts ed arrivando fino alla California, Texas e Mississippi.

All’esordio – si fa per dire, trattandosi di un demo – ha fatto seguito una serie di pubblicazioni più o meno regolari: il 7' Prospects Of Linguica (1994), Dinner With Hal & July (1996), Taking My Pee Pants Off (1998), Mud/Second Gear Enhanced Trivia Single e More Bad News (entrambi datati 2000), Live At The Mercury Lounge (2001) ed un impegnatissimo 2002 con l’EP Iron Hip, un live acustico al Bay State Hotel ed il progetto completo Iron Hip, che ci apprestiamo ad approfondire in questa stessa sede.


In generale, il sound che fuoriesce dagli speakers all’introduzione di Iron Hip nel lettore risulta piuttosto lontano dalla selvagge cavalcate elettriche tipiche del southern-rock che ha portato al successo gruppi leggendari quali gli Allman, la Marshall Tucker Band, i Lynyrd Skynyrd, la Charlie Daniels Band e tanti altri.

Downtown si apre con un piglio elettroacustico che si avvicina maggiormente a certe sonorità alt-country (ma l’epoca è certo diversa…), Low è invece elettrica e distorta, graffiante e grintosa, degna sicuramente di essere ricordata.

Out Of Bed ammicca furbescamente con una gradevole ricerca della melodia e risulta subito accattivante.

Panic ha il ritornello doppiato in falsetto e poggia su di una struttura elementare, ma simpatica. Il title-track ha le movenze di una ipnotica ballata elettroacustica, affidata ad un giro stringato di chitarra elettrica, sul quale si distendono le chitarre acustiche, mentre un’altra chitarra elettrica ricama in solitudine. La voce ricorda un poco il Don Henley dell’album The Long Run (Eagles), ma non fa gridare al miracolo.


Heidi è una imprevista country-song dal passo spigliato e con la voce in perfetto stile ‘no-depression’: sicuramente fra i brani più immediati dell’intero album, anche se si comincia a dubitare della qualifica di southern-rock (?).

Stars è ancora una volta elettrica e volutamente rallentata e molto attuale nelle ricercate sonorità dilatate.

Bullett è esattamente ciò che il titolo stesso anticipa: un rock fulminante ed incalzante, con un pianoforte brillante, un drumming incalzante ed un cantante davvero su di giri, per non parlare del chitarrista.

Lamby Pie è uno scherzo, più che un brano, ma dura solo una ventina di secondi, quindi passiamo direttamente a Circles, che poco aggiunge a quanto già detto.

Cancer Belly Guy (ma dove li vanno a trovare certi titoli…) è una struggente ballata acustica, che sembra più un demo nella sua forma più embrionale.

Il vero southern-rock (almeno per come lo conoscevamo noi) si sveglia con No No Girls: chitarra elettrica lancinante, batteria che segna il tempo ed ecco il basso ad aprire le danze. La voce è all’altezza, ma il pezzo forte del brano (senza dubbio il più emblematico, se ci si vuole rifare al filone di partenza) è sicuramente la parte affidata alla chitarra elettrica solista di Fredrick Alexander Johnson.

Anche First Class Clowns è un bel pezzo e suona gradevolmente western, ma il disco è finito e ci resta un poco di amaro in bocca. Possibile che siano questi i personaggi che hanno raccolto lo scettro dei grandi gruppi sudisti?


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