Patricia Vonne
Artista : Patricia Vonne  
Label: Corazong 255070
Anno: 2004

Stile:
Alternative Country
di Dino Della Casa
CHUCK PYLE

Grazie alla rivista bimestrale No Depression, entriamo in contatto con Patricia Vonne Rodriguez. Lunghi capelli neri ed occhi verdi, Patricia è nata a San Antonio, TX, e proviene da una famiglia piuttosto numerosa (conta ben nove fra fratelli e sorelle) ed è stata allevata con le canzoni messicane che la madre le cantava in spagnolo. Visto che non ha cominciato a scrivere le sue prime canzoni prima dei vent’anni, la possiamo considerare una ‘late bloomer’ (colei che sboccia tardivamente), ma fortunatamente la stoffa è venuta alla luce.

Patricia ha una voce grintosa, molto personale e compone – da sola od in coppia – tutti i brani dell’album in questione. Nota curiosa: ha fatto la corista nel tour italiano di Tito & Tarantola l’anno scorso e ci racconta anche di aver abitato in Italia per un certo periodo: peccato non averlo saputo prima, ma veniamo al disco.

Il sound è tendenzialmente e curiosamente bilanciato fra roots-rock e country, con forti influenze del tex-mex più aggressivo, che poco o niente ha da spartire con classifiche e vendibilità.

Won’t Fade Away parte come una ballata acustica, ma molto grintosa, che sviluppa ben presto una identità elettrica parallela. Patricia canta molto bene ed il sound è molto ‘moderno’, nell’accezione più positiva del termine (e questo ve lo dice un tradizionalista convinto).

Shine A Light è un’altra ballata elettro-acustica che, con un poco di fantasia, potrebbe essere un’outtake da Out Of Time dei REM, se non altro per l’uso delle chitarre acustiche ritmiche e dell’elettrica solista. Patricia canta sempre molto bene e la voce si modella a seconda delle esigenze, calda e flessuosa.


Dance In The Circle è ancora una gustosa mescolanza di rock elettro-acustico e country grintoso, il tutto impreziosito dalla vocalità molto personale della nostra interprete: brano ‘roccioso’, ma convincente.

Soledad è sporca di blues, cantata in spagnolo ed il suo intro ricorda curiosamente Nights In White Satin dei Procol Harum di qualche millennio fa. Lo sviluppo è invece molto languido e suggestivo, grazie anche all’accordion di Michael Ramos ed allo stupendo trombone di Jon Blondell, che si produce in un a-solo tale da catapultare il brano nell’olimpo del CD.

Mudpies And Gasoline non ha niente a che fare con quanto ascoltato finora e si presenta come un disimpegnato rock elettrico: music for fun.

Devotion tiene alta la tensione, grazie al cantato molto ‘vissuto’ dalla nostra capace esordiente, che dimostra di avere una voce davvero interessante.

Can You Hear Me è una delicata invocazione, quasi sussurrata da Patricia e rivolta ad un ipotetico amore difficile da portare avanti.

El Cruzado ci ripropone una ballata tirata con forti influenze ‘border’ ed una voce che ricorda a tratti quella di Rosanne Cash. Ottimamente strutturata nella sua natura di ‘story-song’, è ancora opera del team Patricia/Robert LaRoche (quest’ultimo suona chitarre elettriche ed acustiche e canta in tutto il disco), ben supportati nell’esecuzione dai vari Kirk Brewster (lead electric guitar), Scott Yoder (bass) ed Eddie Zweiback (drums).


Per ascoltare Severina non dobbiamo spostarci, in quanto si tratta di un brano le cui radici traggono linfa vitale dalla tradizione messicana: il cantato spagnolo sofferto, l’uso sapiente delle chitarre acustiche, il suono molto particolare della batteria (il brano potrebbe essere prodotto dal Daniel Lanois che aveva coadiuvato Willie Nelson in Teatro) ed il costante uso delle maracas accentuano questo aspetto.

Oltre a Soledad, un altro paio di brani si fanno ricordare in modo particolare: Bandolera e Morning After, entrambi composti insieme a Robert LaRoche, che collabora alla stesura di ben sette brani su dodici. La prima è una suggestiva ballata di chiara ispirazione messicana, eseguita in spagnolo con dovizia di chitarre acustiche e percussioni, ma non potrebbe mai passare per un brano tradizionale, tanto risulta attuale, pur nel rispetto della tradizione. Morning After ha il vecchio West nel suo DNA e si arricchisce di preziosi impasti vocali che si adagiano su di un tessuto strumentale ben sorretto da una chitarra elettrica incalzante.

Chiude il disco Dead Eyes Shine, ballata cadenzata dalla batteria e dalla chitarra elettrica, che chiude in maniera più che buona un grande album, ancora più grande se si considera che l’interprete è un’esordiente.


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