In giro da oltre un
quarto di secolo, David Olney rimane ancora un cantautore scomodo, lontano per
scelta e destino dai palcoscenici importanti, tanto da doversi accasare ora
presso l'ambiziosa, ma piccina, LoudHouse, dopo un lungo matrimonio con la più
prestigiosa Philo. Autore dalla vena folk classica, Olney ha via via
incorporato nella sua scrittura, che muove dal folk tradizionale sintetizzato
per la modernità dall'opera di Woody Guthrie, stilemi del Sud degli States, dal
blues al country al rock and roll, ritagliandosi una propria cifra stilistica
che oggi, dopo 25 anni di carriera, suona classica e inconfondibile.
La voce è ovviamente il
cuore della sua musica, una voce potente e grave, della quale, anche in questo The
Wheel, plettri acustici ed elettrici, percussioni e un violino, sono il
naturale accompagnamento. Difficile dire se The Wheel sia, come qualcuno
negli States ha scritto, il disco migliore di Olney, tanti sono gli album che
concorrono a questo primato, e francamente poco importa. Ciò che importa è che TheWheel è un disco di grande cantautorato, con canzoni che suonano come
fossero masterpiece della tradizione popolare americana.
Echi di Townes Van Zandt
e di Guy Clark nei momenti più folkie, ruggiti blues, tenere love song,persino
un battito di rock and roll à la Elvis, tutto convive in questo TheWheel
con sincerità di intento e autorevolezza del gesto. Una canzone su tutte,
giusto a metà del disco, la narrativa Revolution, che ben sintetizza,
nelle liriche e nell'esposizione musicale, la poetica di Olney, vero
storyteller di razza.