Nebraska
Artista : Bruce Springsteen  
Label: Columbia 38358
Anno: 1982

Stili:
Folk
Singer Songwriter
di Fabrizio Demarie
Bob Dylan

Nebraska è un disco fatto di sole demo-song ed è un capolavoro. Per molti è un disco da isola deserta, per altri è, almeno inizialmente, una gran palla che, o rimane tale, oppure diventa una droga irrinunciabile.

Nebraska è anche il primo disco acustico di Bruce Springsteen e nel 1982 spiazza tutti, a partire dai membri della sua storica E Street Band. Niente chitarre, niente batteria, niente sax di Big Man, in poche parole: niente band. Solo chitarra, voce e armonica. A volte più chitarre o più voci, ma è sempre il Boss a suonarle. Il disco è stato registrato solo con un Teac Tascam Series 144-4 Track Cassette Recorder, un po’ come farà la Shocked anni dopo. E il risultato è ammirevole.

La title track inizia con un’armonica lancinante e si capisce subito che siamo a milioni di chilometri dal roboante The River, il suo disco precedente. La storia viene dalla cronaca quotidiana dell’America sconosciuta e disperata e permea tutto il disco di questa rabbia e tristezza. Inizia con un omicidio e finisce con una (pena di) morte.

Il lato A del disco si segnala per i pezzi liricamente più forti come Highway Patrolman che ispirerà anche il primo film di Sean Penn, The Indian Runner (Lupo Solitario, qui da noi), dove il poliziotto Joe deve scortare oltre confine il delinquente Frank, suo fratello. Canzone drammatica e semplicemente perfetta. Oppure Atlantic City, l’unico singolo dell’album, che è praticamente un rock chitarre e voce, dove l’amore si nasconde nelle vie scure e disperate di una delle capitali americane del vizio. Ancora memorabile è il Johnny, di Johnny 99, che viene condannato a 98 anni più uno (da qui il suo soprannome che intitola la canzone) da una giustizia che non considera le attenuanti che anche un’omicida può avere. Questi due pezzi, liricamente duri, ma musicalmente più orecchiabili, saranno gli highlights dell’album.


Più bucolica e 'lieve' è Mansion On The Hill che, con Used Cars e My Father’s House, attiene a una sfera di ricordi personali di Bruce, della sua infanzia (lui che guida l’auto sulle ginocchia del padre e la sorellina che si mangia un cono) e della sfera onirica. C’è più Mark Twain che Guthrie o Dylan in questi pezzi. Di Open All Night c’è poco da dire; è la canzone riempitivo del disco con un testo funzionale alla musica, poiché, essendo un rock chitarra e voce senza un testo degno, è chiaro che serve solo a tener desta l’attenzione sui brani successivi.

Di tutt’altra pasta sono titoli come la cupa State Trooper, dove Bruce con voce grave chiede al poliziotto di non fermarlo e lasciarlo fuggire con la sua auto verso una vita migliore. Una canzone notturna e ossessionante che ci catapulta sul sedile accanto al protagonista, e ci gela quando alla fine del brano lui urla per liberare la tensione accumulata.

Chiude il disco una canzone di speranza, Reason To Believe, che non rinuncia a immagini cupe, ma che alla fine del giorno si rivelano anche una speranza per proseguire.

Nebraska è puro cinema che segna la fine del ciclo d’oro del Boss. Da qui in avanti ci saranno dischi mediocri e momenti esaltanti, ma fino a quel parabrezza sulla copertina di quest’album e quella neve in terra la mediocrità è assolutamente bandita dai suoi lavori.




Fonte: The Long Journey anno 2005
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