So Long So Wrong
Artisti : Alison Krauss   Alison Krauss & Union Station  
Label: Rounder 0365
Anno: 1997

Stili:
Bluegrass Tradizionale
Bluegrass Moderno
di Maurizio Faulisi
Alison Krauss & Union Station

Uno degli eventi che hanno caratterizzato il 1997 musicalmente, si dirà, è stato l’uscita di So Long So Wrong, il sesto disco di Alison Krauss, il terzo interamente registrato con i suoi Union Station, ma solo il secondo con la nuova formazione, nonostante la signorina agisca in sua compagnia dal 1991. Il precedente, mi riferisco a Every Time You Say Goodbye non certo a Now That I’ve Found You in quanto collection, risale all’ormai lontano 1992. Evento? E’ possibile giudicare evento un prodotto discografico solo per il fatto che sia stato prodotto? Ho paura di sì. Potere dell’industria discografica, e di tutto quello che vi sta a fianco, e di cosa questa sia capace di realizzare. No, non intendo dire che Alison Krauss sia un prodotto discografico: è un’artista, vero, per il quale l’industria ha impegnato grandi energie affinché la sua grandezza si tramutasse in successo, anche commerciale.


E’ uno dei rarissimi casi,forse il primo, di gestione minuziosa della carriera di un musicista blue­grass. Quale altra interpretazione dare al suo successo? Sono trascorsi cinque anni dall’uscita del suo ultimo disco, cinque anni di silenzio discografico potrebbero far cadere nella penombra qualunque musicista di pari talento, ma lei, con poche collaborazioni di studio, country e bluegrass, la presenza in alcuni importanti concerti tributo, la realizzazione di un paio di video clips riuscitissimi, il mirato utilizzo della più importante stampa e, infine, con quella raccolta del 1995, ha trasformato una felice e ormai sicura carriera di cantante-musicista blue­grass in qualcosa d’altro. Un qualcosa difficile da spiegare, ma che dal punto di vista commerciale funziona dannatamente bene.


So Long So Wrong è l’esatta espressione di quanto in atto oggi a livello musicale in quei generi strettamente legati alla tradizione. Ovvero la ricerca del nuovo pop, l’evoluzione del suono tradizionale attraverso la new age come punto di vista più che riferimento musicale: una nuova concezione dei suoni e degli arrangiamenti, l’individuazione di un equilibrio nuovo che offra all’ascoltatore margini più ampi per poter vivere la musica come egli sente. La responsabilità del risultato ricade quindi su di noi ascoltatori. E’ lo sguardo severo, di ghiaccio dei quattro Union Station, e addirittura di sfida di Alison Krauss, che ci giunge dalla cover a obbligarci a tale condizione. Ma il distacco non è totale e definitivo, siamo ancora in una fase intermedia, di evoluzione per l’appunto.


So Long So Wrong, per quanto omogeneo possa apparire, offre all’ascoltatore una

moderna chiave di lettura del bluegrass, sia contemporaneo che tradizionale e... Alison Krauss. I dischi sono infatti due: quello degli Union Station, quattro machos, uomini veri, aggressivi, tecnicamente spaziali, dalle voci personalissime e decisamente poco rassicuranti, a volte notturne e inquietanti, sempre perfette nel proporre quel blues sotto forma di bluegrass, una volta ispirato dalle scure colline appalacchiane oggi dalla solitudine nella società moderna, e quello di Alison Krauss, fragile e delicata fanciulla, distaccata e fredda come la porcellana, restia nel concedersi, quasi a nascondere la propria emotività, ma anche lei al limite della perfezione. Ascoltate quanta poca determinazione vi sia da parte sua nel cercare il coinvolgimento fisico con l’ascoltatore e quanto anestetizzante poi si riveli, a tal proposito, la sua voce: eppure non potrà che sembrare perfetta nel determinare uno stato d’animo sostenuto da immagini poco precise, sfuocate, labili. E anche la sua figura acqua e sapone da girl next door che fino a qualche tempo fa ricordava una ragazza di provincia casa-chiesa & pancake (annegato in litri di maple syrup) oggi lascia il posto a quello di una vera figlia degli anni ‘90, dal look curato, dal capello moderno e dal jeans strappato all’altezza del ginocchio.


La linea melodica delle sue canzoni è tutt’altro che immediata, in alcuni casi hanno necessità di essere ascoltate più volte, e solo dopo ripetuti ascolti comincerete ad apprezzare quell’apparente mancanza di soluzione di alcuni brani. Apprezzerete molto gli arrangiamenti, curatissimi, fino a stupirvi di come la musica prodotta sia stata registrata con cinque soli strumenti acustici a corda. Il bluegrass di Bill Monroe e Flatt & Scruggs è solo un lontano ricordo, solo un punto di partenza. Per quanto in passato sia stato modificato, snaturato e arrangiato, mai come oggi, con Alison Krauss & Union Station, il bluegrass è diventato altro. Ciò che rende unica questa band è il fatto che faccia apparire come naturale tale evoluzione, e altrettanto poco apparenti le contaminazioni subite, al contrario di altri gruppi del passato che, nella loro ricerca di originalità, hanno attinto in maniera molto evidente da altri generi musicali.


Per parlare delle caratteristiche strumentali della band devo necessariamente fare riferimento a quanto scritto a suo tempo relativamente a Every Time You Say Goodbye. Lascio da parte frasi di sicuro effetto e aggettivi atti a dimostrare la mia ammirazione nei confronti di questi musicisti, non solo perché esauriti nei precedenti scritti, ma perché ritengo quanto mai inutile cercare di sottolineare le doti tecniche dei cinque, sono troppo evidenti e riscontrabili da tutti, anche da coloro con poca dimestichezza riguardo questa musica e al loro primo ascolto della band. Sono piuttosto gli arrangiamenti, e scusate se mi ripeto, la cosa più importante di questo disco, la produzione curata in ogni particolare e la registrazione di voci e strumenti. Ancora una volta Barry Bales con il suo contrabbasso si rivela la potente spina dorsale del gruppo. E Dan Tyminski contribuisce con una ritmica chitarristica di grande dinamismo. Adam Steffey suona il mandolino, credetemi, in maniera paurosa. Ron Block al banjo è... No, basta così, non ha senso proseguire, acquistate questo disco e scoprite da soli cosa si cela dietro quegli strani sguardi...


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