Cold On The Shoulder
Artista : Tony Rice  
Label: Rounder 0183
Anno: 1984

Stili:
Bluegrass Progressivo
Bluegrass Tradizionale
di Silvio Ferretti
Tony Rice

E' proprio dei musicisti geniali, a quanto pare, stupire di tanto in tanto con produzioni che, sin dal primo ascolto, appaiono tanto inaspettate quanto inevitabili. Il cammino artistico di Tony Rice è costellato di sorprese di questo genere, dai primi oscuri passi con la Bluegrass Alliance, al periodo d'oro con i New South, alla 'svolta' dawg, spacegrass, jazz e via dicendo, fino al recente Church Street Blues e, a ruota, a questo Cold On The Shoulder. Ad ogni nuovo album ci siamo trovati sempre piacevolmente spiazzati da qualcosa di molto nuovo ma, a ben vedere, in logica e coerente continuazione di idee già accennate in precedenti dischi.

Cold On The Shoulder, come gli album che lo hanno preceduto, ha la vivacità del nuovo e la solidità di anni di studio e sperimentazione: se di primo acchito può sembrare la prosecuzione ideale di Manzanita, ad un ascolto più attento lascia trapelare atmosfere da Bluegrass Album, mentre in altri momenti ricorda l'album Rounder 0044 di J.Q. Crowe & The New South o la serie composta da Acoustics, Mar West, Still Inside e Backwaters.


Le idee di suono, ritmo, repertorio e soprattutto gusto di questi album sono state sviluppate, espanse e fuse da Tony Rice in un'opera impeccabile ed estremamente gradevole, varia ed al tempo stesso unitaria, esaltata ulteriormente da una registrazione di elevata qualità. Ma lasciamo placare il delirio delle cellule uditive, e vediamo di analizzare l'album da un punto di vista più tecnico.

Come sempre i musicisti sono scelti con cura, e sono tutti di eccezionale levatura: ad un gruppo più 'progressivo' composto da Bela Fleck, Sam Bush e Vassar Clements, rispettivamente a banjo, mandolino e violino, fa da contrappunto una sezione più 'tradizionale' (e le virgolette, badate, hanno significato), che vede J.D. Crowe e Larry Rice quasi intenti a ricreare il suono del primissimo New South, a banjo e mandolino, in compagnia di Bobby Hicks al violino. Il perfetto contrabbasso di Todd Phillips sostiene il tutto, e Jerry Douglas adorna tutti i pezzi con il suo sempre più indispensabile dobro; Kate Wolf, infine, ci ricorda che la voce femminile dovrebbe avere più spazio nella 'nuova' musica acustica.


Ma al di là degli ottimi musicisti è il repertorio che distingue questo album dai precedenti: i pezzi, tutti vocali, sono in larga maggioranza composizioni di autori contemporanei, da Gordon Lightfoot a Rodney Crowell, a Bob Dylan, a Randy Newman, a Jerry Reed; i due pezzi tradizionali (John Hardy e Wayfaring Stranger) e i classici Why Don't You Tell Me So di Lester Flatt e Muleskinner Blues di Jimmie Rodgers sono rivisitati con ingegno avventuroso ma rispettoso (valgano da esempio per tutti le pennellate jazz sapientemente dosate di Wayfaring Stranger), ed ogni sospetto di 'già sentito' è messo subito da parte.

Mentre scrivo sono al quarto ascolto consecutivo dell'album, e sento che potrei andare avanti così per ore ed ore: il tempo assolutamente perfetto della sezione ritmica ideale costituita da Tony Rice, Sam Bush e Todd Phillips tiene letteralmente incatenati, mentre gli svoli solistici ed il back up ornato di J.D. Crowe, Bela Fleck, Jerry Douglas, Bobby Hicks, Vassar Clements, Larry Rice e degli stessi Tony Rice e Sammy Bush riescono a varcare i confini della fantasia più sbrigliata.


E dopo il quarto ascolto mi sento anche in grado di esprimere alcune preferenze, seppure con un certo ovvio imbarazzo di scelta: le due composizioni di Gordon Lightfoot, Cold On The Shoulder e Bitter Green, contendono nella mia personale scala di valori il primo posto ai miei 'vecchi amori' di anni, Fare Thee Well di Bob Dylan e Song For Life di Rodney Crowell.

Ma è in fondo un po' assurdo stabilire classifiche quando ci si trova di fronte a capolavori, e non ho la minima esitazione nell'affermare che Cold On The Shoulder è un piccolo capolavoro: un capolavoro di perfezione tecnica, pulizia di suono, vivacità e calore di voci e strumenti, scelta di canzoni e loro sequenza, accuratezza di registrazione, in una parola un capolavoro di gusto.

Ed è per questo che mi avvio sereno al quinto ascolto. E forse al sesto...


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