Nashville
Artista : Philippe Bourgeois  
Label: Ada 1006
Anno: 1983

Stili:
Bluegrass Tradizionale
Bluegrass Moderno
di Silvio Ferretti
Philippe Bourgeois

Philippe Bourgeois è (o era) il banjoista di Transatlantic Bluegrass, l'ottimo gruppo guidato da Christian Seguret, ed è una delle realtà più piacevoli dell'attuale panorama bluegrass euro­peo. Ho avuto occasione di ascoltarlo (con Transatlantic) in un locale presso Tolosa, lo scor­so anno, e devo ammettere di es­sere tuttora un po' sconvolto per la sua incredibile abilità tec­nica ed il suo estremo buon gu­sto, non usuale in un ragazzo di 20 anni scarsi.

Philippe Bour­geois è apparentemente a pro­prio agio in qualsiasi stile, dallo Scruggs-style più rigoroso dei pezzi tradizionali, alle esplora­zioni progressive di avventure che piacerebbero a Tony Trischka, al non-banjoistico per de­finizione country & western che Philippe suona con l'alter ego dei Transatlantic, Leroy Descons & His Alien Playboys.

E "a proprio agio" significa non poco: una mano sinistra in gra­do di spaziare con serenità per tutta la tastiera, in qualsiasi to­nalità, e una mano destra in pos­sesso di un'incredibile sincopatura, conseguenza di un forte amore (passato o no) per lo stile di Bill Keith, di una chiarezza di suono che lascia intuire giorni e notti passati sullo strumento, e di un timbro che meriterebbe uno strumento migliore.

 

Raramente, devo dire, è dato di sentire un banjo suonato con tanta pulizia, precisione e solidi­tà, ed in situazioni così diverse: dal classicissimo Shuckin' The Corn, pezzo veloce obbligato di ogni banjoista bluegrass, al mol­to poco banjoistico Roxanna Waltz di Kenny Baker, uno 'slow waltz' che qui è reso con finezza e assoluta indifferenza per le difficoltà insite in una si­mile trasposizione (penso che J.D.Crowe o Eddie Adcock, maestri nei pezzi lenti, non po­trebbero trovare alcunché da obiettare allo stile di Bourgeois).

A mio parere, però, Philippe dá il meglio di se stesso, almeno in questo album, nei fiddle tunes e nei pezzi a tempo medio di vaga struttura violinistica, in cui, fra l'altro, il nostro dimo­stra un ottimo estro compositi­vo. Perru's Beer, Great Smoky Mountains, Long Distance Tele­phone Call e Doctor J.D. sono infatti ottimi lavori, che ad onta di una non estrema originalità riescono però ad attirare l'atten­zione per la loro fresca orecchiabilità e per non pochi spunti di novità.

Se un difetto può essere tro­vato è nella eccessiva sobrietà o addirittura, a tratti, nell'assenza di lavoro di back-up sotto alla voce o agli altri break strumen­tali.

Per esperienza personale posso garantirvi che Bourgeois è perfettamente in grado di suo­nare un back-up più che rispet­tabile, ma su Nashville que­sta sua capacità è messa decisa­mente in ultimo piano.

 

Ho parlato di voce e di altri strumenti: già, Philippe Bour­geois è bravo, ma non è che i mu­sicisti di cui si è attorniato per il suo primo album solo siano da meno. A parte gli amici Olivier Andres (basso e chitarra) e Lionel Wendling (contrabbasso), già noti ai bluegrassofili italiani attraverso gli album di Seguret, i due Banjo Paris Session, o le tournee di Bill Keith, sono pre­senti in Nashville nomi come Sam Bush (mandolino), Blaine Sprouse (violino), Jerry Dou­glas (dobro), Roland White (se­condo mandolino e voce), Pat Enright (voce), l'ottimo ancor­ché a me sconosciuto Jeff White (chitarra), ed un inedito Bela Fleck in versione chitarra ritmi­ca.

Niente male, diciamo, anche perché tutti i personaggi citati sembrano essere in ottima for­ma (ma non stupisce), e godono di un dignitoso missaggio (an­che se con timbri non del tutto perfetti, e con una lievemente eccessiva presenza del basso). Soltanto Par Enright riesce ad urtarmi per il suo modo di can­tare, qui eccessivamente teatra­le, ma è un difetto minore. Tut­to l'album, infatti, è accurata­mente studiato e organizzato in modo da intrattenere l'ascolta­tore con vivacità e gusto, tecni­ca e soul, e con una sobrietà che ben si sposa con le scelte artistiche di Philippe Bourgeois.

 


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