American IV: The Man Comes Around
Artista : Johnny Cash  
Label: American 063339
Anno: 2002

Stili:
Traditional Country
Country Gospel
di Fabrizio Demarie
Bob Dylan

L’ultimo atto della vita di Cash, uomo e musicista, è il quarto capitolo degli American Recordings e reca come sottotitolo The Man Comes Around, una delle sue ultime canzoni. Il brano, che ha un incedere maestoso, è guidato da un piano e da un organo da brividi suonati dall’Heartbreaker Ben Tench e affronta tematiche bibliche, come in molti casi è successo nella sterminata discografia di Cash. Un degno epilogo per un grande artista. Ho introdotto l’album con questo brano perché è certamente il più importante di questo progetto con Rick Rubin, che, al quarto episodio, inizia forse a mostrare un po’ la corda.

Così come è stato per il terzo volume, a mio parere però riuscito meglio di questo, Cash e Rubin pescano a piene mani nella tradizione americana, senza tuttavia disdegnare le nuove produzioni che vanno da Paul Simon a Sting, dai Beatles agli Eagles fino ai Nine Inch Nails e ai Depeche Mode (!).

 

Rubin è un genio a mantenere assieme un disco così disomogeneo dal punto di vista delle origini musicali e le cose che riescono meno sono proprio quelle più famose. Infatti, tra le cose meno interessanti, a mio parere, vanno indicate Bridge Over Troubled Waters di Simon & Garfunkel, che, pur togliendo l’arrangiamento caramelloso dell’originale e di Elvis, mal si adatta alla voce bassa di Cash (c’è anche la bella speranza Fiona Apple alla seconda voce) e In My Life dei Beatles che ritengo melodicamente troppo scarna, anche se in questo testamento anticipato di Lennon si può leggere forse il testamento definitivo di Cash. Anche il brano di Sting I Hung My Head non mi sembra particolarmente brillante. Tra i classici va meglio Desperado, che è più asciutta della versione degli Eagles e si avvale della seconda voce di uno degli autori: Don Henley.

Paradossalmente Cash è molto più a suo agio in Hurt dei Nine Inch Nail e in Personal Jesus dei Depeche Mode, che distano decine di anni luce da lui. Quest’ultima ha però un incedere blues e un testo che calza in realtà a pennello. E poi Jack Frusciante questa volta è entrato nel gruppo a dare una mano.

 

Il massimo delle sue capacità, però, Cash le esprime sui classici. Give My Love To Rose è sempre magistrale ed è uno dei modi migliori per ricordare l’Uomo in Nero, così come I’m So Lonesome I Could Cry di Hank Williams. Da una leggenda a un’altra del country, la versione qui presente è cantata con un suo degno erede vocale (ma non musicale): Nick Cave. Anche Danny Boy è un traditional da favola, un grande gospel per una grande voce. Idem dicasi per il classico Streets Of Laredo, cowboy song con tocchi di harmonium e violino e per We’ll Meet Again che chiude il disco. Di quest’ultima si ricordano a stento versioni più belle: musica un po’ jazzy, un po’ gospel e la Cash Family al completo nel ritornello finale. Ancora un cenno merita la splendida Sam Hall, arrangiata con tuck piano e ukulele.

Infine rimangono le meno interessanti First Time Ever I Saw Your Face, un po’ low-fi e noiosetta e Tear Stained Letter, unico brano con la batteria e con un bel break di piano suonato dal quinto Beatle Billy Preston, ma nulla più.

Ultima curiosità: l’edizione su doppio LP ha due canzoni aggiunte, Wichita Lineman e Big Iron, che sono rintracciabili anche sul cofanetto Unearthed.

 

 


Fonte: The Long Journey anno 2005
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