Girl From Arkansas
Artista : Rod Picott  
Label: Welding Rod RP4372
Anno: 2004

Stile:
Singer Songwriter
di Dino Della Casa
ROD PICOTT

Se vi piacciono i cantautori con la voce sommessa e leggermente roca (a-la J.J. Cale, tanto per intenderci) e le atmosfere soffuse ed acustiche, senza mai cadere in un eccessivo minimalismo in termini di arrangiamenti, allora il terzo CD di Rod Picott fa per voi.

Dopo l’esordio intrigante di Tiger Tom Dixon’s Blues (2001) e la confortante conferma di Stray Dogs (2002), ecco Rod ripresentarsi con l’album della maturità rappresentato da questo Girl From Arkansas (2004). Già l’iniziale title-track si consegna sulle note morbide e rilassate di una ballata acustica affidata alle chitarre di Rod e David Henry, decorata dalle percussioni di Paul Griffith ed eseguita con una voce davvero bella e che a tratti ricorda il Don Henley di eaglesiana memoria: una partenza quanto meno invidiabile.

 

Wrecking Ball è più corposa, ma No Love In This Town si riavvicina a certe cose del cantautorato californiano anni ’70 che tanto abbiamo amato in un passato che sembra quasi remoto (sono poi tanti trenta anni?). That’s Where My Baby Lives sembra una outtake dall’album di esordio di Tom Waits, quando il grande maestro californiano - autore di Ol’ 55 – si esprimeva in modo meno ermetico grazie a chitarra acustica e pianoforte. Gun Shy Dog è un piacevole intermezzo chitarristico, e rappresenta poco più di un pretesto per una dedica al fido amico a quattro zampe e Big Mean Men è scandita dal battito di un martello.

 

Down To The Bone si allinea con quanto già espresso per That’s Where… con un doveroso riferimento al lavoro di un altro grande cantautore Texano misconosciuto, quel Tom Gruning con due soli albums all’attivo nell’arco di una carriera di ben ventuno anni. Kerosene è una ballata che molto deve al blues acustico e Lullaby è un episodio esclusivamente strumentale sul significato del quale dovrei onestamente chiedere ampi lumi al suo autore, ma Gone rimette le cose a posto ed entra subito sotto pelle anche all’ascoltatore più arido.

Il disco si chiude con The Last Goodbye, tipica ballatona adatta ad accattivarsi le simpatie di quanti hanno amato – e tutt’ora amano - i cantautori statunitensi, indipendentemente dal fatto che provengano dal sudovest o dal nordest di questo immenso paese.

 

Avrete certamente capito che questo album ha un passo più cantautorale dei due precedenti, più morbido, più rilassato/rilassante e la maestria di David Henry (voci, violoncello, basso elettrico, chitarre elettriche ed organo), Dave Jacobs (basso acustico), Matt Mauch (dobro e lap steel guitar), Ned Henry (violino) e pochi altri contribuiscono a plasmare un prodotto molto interessante e coinvolgente. Vale la pena di approfondire la conoscenza di questo signore: ricordatelo, si chiama Rod Picott.


Fonte: The Long Journey anno 2005
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