Let It Fall
Artista : Sean Watkins  
Label: Sugar Hill 3928

Stile:
New Acoustic Music
di Claudio Pella
Sean Watkins

Sean Watkins, il giovane chitarrista prodigio dei Nickel Creek (vale a dire la band rivelazione che ha lasciato sbigottiti ed increduli gli appassionati di bluegrass), questa primavera ha pubblicato il primo album a suo nome. E lo sbigottimento e l’incredulità continuano: è davvero un mostro di bravura.

Si è circondato di abili e collaudati session-man (tra gli altri Jerry Douglas, Stuart Duncan, Todd Phillips) e di amici fidati (la sorella Sara, Chris Thile) ed ha costruito un dischetto con materiale fresco ed originale, tutto composto dallo stesso Sean ad eccezione di un unico pezzo tradizionale.

La tecnica è ottima: Sean ruba un po’ da Tony Rice ed un po’ da Bryan Sutton e da qualcun altro ancora, ma ci mette molto anche di suo. L’album è quasi completamente strumentale, con l’eccezione della title-track, cantata dall’amico Glen Phillips, che tra l’altro sta già incidendo con i Nickel Creek per il loro prossimo disco che uscirà in autunno.

Veniamo ora all’ascolto del disco, e qui porto le mie perplessità: insieme ad alcuni pezzi intensi e godibili (principalmente Neo’s Song e The Ant And The Ant), troviamo molti, troppi brani che non sono immediati, o anche solo facilmente comprensibili. Questa difficoltà si ritrova in molti dischi di chitarristi, ma qui questi pezzi, pur bellissimi, sono davvero tanti. Sono brani intimi, introspettivi, addirittura asettici, che si arrotolano su se stessi: mi sembrano certe composizioni di jazz o fusion-jazz.

Alcune atmosfere sono altresì cupe, malinconiche, direi quasi depressive (magari saranno i turbamenti dell’età, le masturbazioni mentali della post-adolescenza), per non parlare dell’inutilità della bonus-track, puro jazz-swing. Intendiamoci, non c’è solo esercitazione stilistica: questa è musica fatta mettendoci dentro tutto il cuore, ma anche dopo ripetuti ascolti rimane difficile, o peggio ancora rimane musica da sottofondo, una specie di filodiffusione di lusso.

Non vorrei essere stato troppo cattivo, questo è e rimane un ottimo disco, suonato e arrangiato divinamente, ma nel mio scaffale lo ripongo sotto l’etichetta jazz…


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