Turtle Wings
Artista : Valerie Smith  
Label: Rebel 0602

Stili:
Bluegrass Moderno
Country Acustico
di Maurizio Faulisi
Valerie Smith

E’ improvvisamente finita di diritto nel gruppo delle mie preferite, al fianco di Mary Chapin Carpenter, Nanci Griffith, Iris DeMent, Claire Lynch, Lynn Morris, Laurie Lewis e Heather Myles.

Chi ha avuto modo di ascoltarle sa bene cosa accomuna queste artiste, la sincerità. Ma anche il loro amore per le sonorità del passato e dei suoni semplici e tradizionali. Escluse Iris, Claire e Nanci, inoltre, tutte le cantanti menzionate, e a queste si aggiunge Valerie, posseggono un timbro vocale che riesce ad esprimere di per sé carattere e determinazione, voci poco femminili, se per femminilità accettiamo lo standard che ci impone normalmente l’industria della musica, dolci vocine meravigliosamente in grado di salire ai registri più alti, così in alto da farcele sembrare quelle di angeli irraggiungibili.

Le voci di Lynn, Heather, Laurie, e Mary Chapin e Valerie, particolarmente, sono calde proprio perché le senti vicine, ti avvolgono, quasi ti toccano fisicamente. E’ una sensazione, questa, che ho provato con Sweeter Field Of Clover, il terzo brano del disco. Era iniziato con un bellissimo bluegrass di Del McCoury, I Feel The Blues Moving In, e continuava con Oh Mandolin, un pezzo cantato in duo con Tim O’Brien.

Due canzoni bellissime, ma la magia l’ho avvertita col terzo brano, poteva essere di Mary Chapin Carpenter o di Iris DeMent: mi ha bloccato, mi ha obbligato a fermarmi e ascoltare, con attenzione. Mi sono accomodato, e con lo sguardo fisso da qualche parte ho trascorso tre minuti lontano dal mondo che stava intorno a me. A brano concluso, quasi sussurrando, il commento è stato semplicemente “…che brava”.

Turtle Wings, da mesi, è il disco che ascolto più spesso. Perché è vario, bilanciato, piacevole in ogni momento. Perché non è solo musica bluegrass, c’è del country con percussioni, pianoforte e lap steel, c’è dello swing e del blues ma, soprattutto, c’è una montagna di sentimento, tanta poesia, amore e sincerità.

Poi, leggendo i credit, si capisce meglio la ragione per cui si ha tra le mani un disco così bello, è stato prodotto da Alan O’Bryant della Nashville Bluegrass Band.

Che lavoro ha fatto il vecchio Alan, mettendo insieme il suono degli strumenti e delle voci di Stuart Duncan, Bryan Sutton, Kathy Chiavola, Jim Hurst, Gene Libbea, Jerry Douglas, Rob Ickes, Missy Raines, Shane Hicks, Ron Ganaway!

Un disco che mette pace tra gli appassionati di bluegrass e di country, che avvicina al bluegrass chi segue la musica dei cantautori, che contribuisce ad abbattere muri, perché gli stili qui convivono in una maniera tale da non riuscire quasi a distinguerne le rispettive caratteristiche.

Le canzoni che più mi hanno coinvolto emotivamente sono quelle lente, Times Like These è un’opera d’arte, introdotta dal pianoforte che, insieme al violino di Duncan e al dobro di Douglas, crea un tappeto sonoro dolcissimo sul quale si leva la voce di Valerie, a tratti ‘nera’, sempre carica di soul.

In Simpson’s Holler le venature blues della sua voce sono ancora più evidenti e il mandolino del giovanissimo Andy Leftwich dei suoi Liberty Pike, contribuisce a dissipare qualunque possibile dubbio circa le capacità della sua proposta quando non sono presenti nomi illustri come in questo disco.

La band la si ascolta tutta insieme e a volte separatamente, e credetemi, è formata da musicisti di altissima qualità.

Hand Me Down ce li fa ascoltare tutti insieme, bravo il chitarrista Travis Alltop, ancora ottimo il mandolinista, così come Shelia Wingate al contrabbasso e ai cori in quasi tutto il disco.

La canzone è acoustic country ma con quel particolare ‘taglio’ bluegrass che la fa piacere ancora di più.

La successiva  Someday Come Today potrebbe far fare bella figura a qualunque brava stella di Nashville. La sua bellezza qui è data dal sound acustico, batteria, piano, mandolino (Duncan), dobro, chitarre e contrabbasso.

Voglio fermarmi qui, perché ciò che sto scrivendo non fa giustizia ad un disco bello nella sua totalità: i pezzi lenti possono sembrare particolarmente riusciti e originali, ma questo solo perché sono controbilanciati nel ritmo da brani veloci altrettanto belli e originali.

Il nome di Valerie Smith deve essere tenuto in considerazione. Scrivetevelo da qualche parte, affinchè non lo dimentichiate quando penserete a dei dischi da acquistare.

Per quanto mi riguarda, credo di acquistarne una mezza dozzina da regalare ai miei cari alla prima occasione. So come farmi voler bene.


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