Another Turn
Artista : Dusty Brown  
Label: Dusty DUST CD17
Anno: 2005

Stili:
Traditional Country
Country Rock
di Dino Della Casa
Dusty Brown

Dalla Svezia ecco una compagine di ben sette elementi che si fa chiamare Dusty Brown e che si dedica ad una gradevole miscela di country, rock, musica tradizionale, amalgamando il tutto in un crogiuolo di invidiabile professionalità, soprattutto tenendo conto della giovane età dei ragazzi.

Nel 2003 Par Eriksson (voce corista, chitarra e percussioni) incontra Magnus Hansson (voce, chitarra e banjo) e rimane talmente colpito da alcune sue composizioni da lanciare l’idea di creare un gruppo, che si concretizza con l’aggiunta di Per Svenner (batteria e percussioni), Daniel Wejdin (basso con doppio manico), Joakim Fritzner (chitarra slide, pedal steel, lap steel ed armonica), Cristina Carlsson (voce corista) e Josefin Hansson (voce corista).

 

Questo Another Turn è il loro album di esordio e mostra chiaramente le coordinate musicali che hanno maggiormente influenzato lo stile del gruppo, riprendendo le note pubblicitarie allegate al promo: “I membri dei Dusty Brown amano la country music e si potrebbe dire che suonino country, ma non si tratta di root-country. Il loro sound è prevalentemente acustico. Ci si potrebbero trovare tracce del soul anni ’60, ma non si arriverebbe a dire che si tratta di soul; ci si potrebbero ravvisare tracce di bluegrass, eppure non è neppure bluegrass…”, anche se l’iniziale Bastard lo rammenta molto da vicino, pur con l’uso della batteria.

Let It Rain e Reaching proseguono sulla via della country-ballad gradevolmente ritmata dalla precisa sezione ritmica, I Do riprende le indicazioni della musica tipicamente tradizionale, Scream si riappropria di certe tematiche rock un poco vintage, mentre Enough è meditativa ed introspettiva. Hug fa battere il piedino a tempo, Back è ben sottolineata da sonorità molto statunitensi, The Letter non sfigurerebbe nel catalogo di Neil Young, il title-track si rivela una delicata ballata acustica cantata a due voci, altrettanto tenue è il filo che lega Take My Hand, per chiudere con la spigliata e freschissima Hide ed il suo incredibile banjo e l’ermetica Bright Light.

Un disco interessante, anche se non imprescindibile.


Fonte: The Long Journey anno 2006
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