Heartbreaker’s Hall Of Fame
Artista : Sunny Sweeney  
Label: Autoprodotto 
Anno: 2006

Stili:
Traditional Country
Honky Tonk
Alternative Country
di Vito Minerva
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Questo piccolo album (dura circa 39 minuti) è una delle cose migliori uscite nel 2006 nell’ambito della musica roots americana. Quel che più sorprende è che non è il frutto del lavoro di qualche veterano di Nashville, ma di una cantante texana al suo esordio, la quale ha in precedenza svolto i più disparati lavori, da cameriera a infermiera, da attrice teatrale a dog sitter, prima di trovare la sua vocazione nella musica country.

Il suo nome è Sunny Sweeney, di Longview, Texas; per dare un riferimento, la sua voce ricorda quella di Natalie Maines delle Dixie Chicks, che per altro è originaria delle stesse parti (ma non sapremmo riconoscere l’accento dell’East Texas nelle loro voci). Dal sito di Sunny veniamo a sapere che possiede tre cani chiamati Merle, Nash e Dolly, il che la dice lunga sulle sue influenze artistiche, a cui possiamo aggiungere Townes Van Zandt, Loretta Lynn, Jim Lauderdale, Dwight Yoakam e Iris DeMent.

Tutti questi influssi si ritrovano facilmente nell’album, che può anche essere visto come un omaggio della Sweeney ai suoi cantanti preferiti: infatti nove dei dodici brani sono cover. Fra quest’ultime troviamo due brani del suddetto Lauderdale (Refresh My Memory e Please Be San Antone), col quale Sunny duetta in Lavender Blue, a sua volta una cover di Keith Seykes, e poi canzoni di Iris DeMent, Audrey Auld e Libbi Bosworth. Chi conosce questi artisti si sarà già fatto un’idea sul contenuto dell’album; per gli altri diciamo che si tratta di un solido album di country tradizionale con influssi di honky tonk e Texas music, in cui pedal steel e fiddle la fanno da padroni. L’uso dell’armonica e la scelta di alcune cover (come 16th Avenue, una hit di Lacy J. Dalton negli anni Ottanta) danno poi all’insieme un tocco ‘vintage’ che non guasta. I tre brani scritti dalla Sweeney non sfigurano accanto agli altri e mostrano una certa versatilità, dal country-rock di Ten Years Pass alla tradizionale Slow Swinging Western Tunes per arrivare all’ironia honky tonk di Heartbreaker’s Hall Of Fame, che dà il titolo all’album.

 

A chi possa obiettarle qualcosa per il fatto che l’album contenga solo tre pezzi originali, la Sweeney prontamente risponde che “I’ve heard it said before that good cover songs are better than bad originals” (“ho sentito dire in passato che buone canzoni cover sono meglio di cattivi originali”) e non si potrebbe essere maggiormente d’accordo, soprattutto se le cover in questione non sono conosciute come meriterebbero. In particolare segnaliamo East Texas Pines della Bosworth e If I Could di Tim Carroll, due pezzi a cui è impossibile resistere senza battere il tempo col piede, l’autoironica Next Big Nothing della Auld (“I’m gonna be the next big nothing, you won’t see my name on MTV”) e il duetto romantico di Lavender Blue, che in originale – guarda caso – Sykes cantava assieme a Iris DeMent (certi nomi ritornano spesso).

In sostanza si tratta di un album godibile dalla prima all’ultima traccia, con un’ottima band di supporto nella quale spicca lo steel di Tommy Detamore, anche produttore assieme a Tom Lewis (batteria). L’unico rammarico è di non poter sentire questi brani dal vivo, a meno di vivere nei dintorni di Austin, tanto più che la Sweeney ci assicura che il sound del CD non è artefatto dalla produzione in studio, ma si ritrova uguale anche nei suoi concerti. Se è così (e perché non dovremmo crederle?), allora siamo convinti che il pubblico di Sunny sia destinato a crescere e non ci stupiremo se fra qualche anno il suo secondo album sarà prodotto da una grossa casa discografica di Nashville. Già adesso il suo primo album, autoprodotto e partito in sordina, sta trovando spazio nei maggiori negozi online di musica del settore. Se il buon giorno si vede dal mattino…


Fonte: The Long Journey anno 2007
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