Ron Block
è stato fin dal 1992, ai tempi di Every Time You Say Goodbye, colonna
portante della band di Alison Krauss, gli Union Station, con i quali ha snocciolato
una serie di album importanti nella recente storia del bluegrass.
Ed ora,
di poco precedente l’uscita del loro ultimo New Favorite, Ron Block ci
presenta questo primo lavoro a suo nome intitolato Faraway Land.
Subito
tre considerazioni per definirlo velocemente: non è pienamente un disco
bluegrass ma più l’opera di un songwriter, è profondamente permeato di un
intimo messaggio religioso, ed infine è veramente bello se pur molto difficile.
E’
principalmente l’opera di un songwriter dicevamo, e nei suoi brani miscela
folk, rock, blues e naturalmente anche bluegrass, in un sottile e seducente
intreccio che mette in evidenza la sua vena creativa.
Tutti i
pezzi sono originali scritti dallo stesso Ron Block, tutti sussurrati (mai
urlati) con la voce del cuore. Vorrei citarne alcuni: innanzi tutto l’iniziale Faraway
Land, piena, trascinante seppur malinconica, con ben tre fiddle a
sottolinearne la maestosità, poi il gospel He’s Holding On To Me, tra le
cose migliori del disco, e la veloce Is It Any Wonder?, nella quale
emergono i virtuosismi dei singoli. In più segnalo l’intrigante racconto
biblico Set Your Children Free, la tenerissima ninnananna dedicata al
figlio, Donal’s Lullaby, e la conclusiva e ispirata Let Me Be You:
in totale una miscela di dolci canzoni. Forse finora lo avevamo sottovalutato,
ma questo è un artista da tenere in alta considerazione.
Preponderante
è il messaggio religioso: tutti i brani testimoniano e documentano un
commovente viaggio spirituale di intima e profonda ricerca, che ci presenta un
artista dalla fede insospettata. Certamente non dobbiamo stupirci: il country
ed il bluegrass trovano le loro radici anche nei canti religiosi, e la
tradizione del White Gospel è ancora attualissima.
E poi,
quante volte, da Ricky Skaggs in giù, nei ringraziamenti delle note di
copertina troviamo citato per primo Dio e poi moglie e figli… Ma Ron Block fa
di più: il suo disco è senz’altro ricerca del profondo, introspezione,
preghiera messa in musica, viaggio dell’anima verso un faraway land, un paese
lontano, where my heart’s Father lives, dove vive il Padre del mio cuore, così
canta nella title track.
E’
curioso notare all’interno del libretto del CD (tra l’altro ricco di testi e di
note), diverse foto che ritraggono alcuni vecchi libri religiosi ed anticaglie
varie con accanto la moderna custodia del DVD di Matrix, una pellicola di
fantascienza di alcuni anni fa. Probabilmente quando ha visto questo film, Ron
Block è rimasto colpito dalle molte somiglianze tra il pensiero cristiano ed i
personaggi, la storia ed il messaggio contenuti nella pellicola.
Accostamento
fin troppo tipico delle nuove religioni della grande e varia America. Ma rimaniamo
alla musica: il disco è strumentalmente perfetto, e Ron Block imbraccia il
banjo in solo tre pezzi su dodici, dedicandosi principalmente alla sua chitarra
Bourgeois.
Collabora
con lui il meglio del panorama bluegrass, amici vecchi e nuovi, che lo
accompagnano con partecipazione e naturalmente con bravura: Alison Krauss e gli
altri Union Station, Nickel Creek, Forbes Family, e poi Stuart Duncan (che è
quasi sempre dappertutto, e sempre fa cose ottime), Adam Steffey e Larry
Atamanuik.
Veramente
un bel disco, caldo, coinvolgente e ricco di testi profondi: l’anima di un uomo
di fronte all’assoluto, un messaggio lanciato anche a noi che siamo dall’altra
parte dell’oceano.