The End Is Not In Sight
Artista : Russell Smith  
Label: Muscle Shoals 1
Anno: 2002

Stile:
Alternative Country
di Dino Della Casa
Russell Smith

GRAZIE! Questa è la prima parola che mi è salita alle labbra non appena il CD in questione ha iniziato a girare sul mio lettore e la voce, di Russell Smith, unica e stupenda, roca ed inconfondibile, è sgorgata cristallina dalle casse dell’impianto.

Russell Smith – semmai qualcuno non lo sapesse – è da sempre il cantante solista di uno dei gruppi meno valorizzati dell’intera storia del Country-Rock (attenti: quello degli anni ’70): gli Amazing Rhythm Aces. Con loro Russell ci ha fatto conoscere alcuni momenti altissimi di un sound amicale, caldo, spesso californiano, ma sempre equidistante dal mondo rurale della campagna (Country) e dal chiassoso mondo dello showbiz (Rock).

Dischi come l’iniziale Stacked Deck, Burning The Ballroom Down od il doppio live intitolato Live Aces (era stato inciso a tiratura limitata su vinile vergine, con risultati acustici strepitosi) sono episodi cari al cuore di noi ultraquarantenni (!).

Russell aveva poi tentato la carriera solista all’inizio degli anni ’80, nel momento in cui la band si era sciolta. Tre dischi solisti facevano parte del suo curriculum solista (fino ad oggi, questo è il quarto) e portavano avanti il sound caratteristico della band, senza discostarsi di un millimetro dal cliché originale, grazie anche al fatto che la stragrande maggioranza dei brani portavano la sua firma ed erano cantati da lui, che aveva quindi fortemente associato i suoi caratteri all’immagine sonora degli A.R.A.

Dei vecchi amici che suonavano con lui nel gruppo ritroviamo solo James Hooker (all’organo Hammond B-3) e Kelvin Holly, appartenente alla formazione che aveva inciso Out Of The Blue nel 1997 (alla chitarra elettrica). Per il resto sono session-men più o meno blasonati a sedersi al fianco di Russell per confezionare un vero e proprio gioiello senza tempo.

Mac McAnally (chitarra acustica), David Hood (basso), Jimmy Hall (grande all’armonica in The Road), Danny Flowers (chitarra, armonica e voce corista), Spooner Oldham (organo Hammond B-3) si danno davvero da fare, ma non sono certo da meno coloro che, almeno al sottoscritto, risultano emeriti sconosciuti: Bob Patin, Clayton Ivey, Wayne Bridge e via dicendo.

Il sound è quello di sempre: inossidabile songwriting che molto deve al sound country-rock che aveva caratterizzato la produzione degli A.R.A. e sembra in effetti di ascoltare proprio un disco di un gruppo, in quanto gli arrangiamenti non sono mirati a mettere in evidenza la chitarra acustica oppure il pianoforte, strumenti principe del suono cantautorale, bensì la voce da un lato e gli strumenti (tutti) dall’altro contribuiscono a creare questo prodotto di altissima qualità.

The End Is Not In Sight è un disco che si fa amare dal primo ascolto, la voce è quella che ricordavamo ed ora sta dando ancora il meglio di sé (aveva mai smesso?) e l’omogeneità delle sessions, registrate con musicisti diversi (cinque tastieristi, sette chitarristi e quattro batteristi, oltre ai monostrumentisti assortiti, è tale da originare un’alchimia sonora che rasenta la perfezione.

Si va dalla ballata tipicamente da cantautore ‘classico’ (Old School, Walk These Hills, Look Heart No Hands e The King Is In His Castle) al marchio più vicino a sonorità morbidamente elettriche (la suddetta The Road e We’re Gettin’ Outta Here).

Il sound si tinge di R & B con le tastiere elettriche che introducono Don’t Go To Strangers.


What I Learned From Lovin’ You è uno dei tre ripescaggi dal pa-trimonio del passato. Era inserita nell’omonimo esordio solista di Russell, stampato dalla Capitol nel lontano 1982, ed era – allora come ora – una morbida ballata pianistica, confidenziale e diretta, cantata dal nostro con passione e pathos.

Heartbreak In The Darkness è un altro brano nuovo, affidato ancora alle tastiere che duettano con la solita grande voce e qualche ulteriore accenno (vocale) di R & B.

Paradossalmente è proprio il brano più noto, tratto dal repertorio del gruppo, Third Rate Romance a lasciarmi meno coinvolto. L’arrangiamento è spezzato dalla batteria che trovo un po’ troppo ‘presente’, ma si tratta di andare a cercare il classico pelo nell’uovo.

Per contro Jesse è un’altra ballatona epica e minimalista. Voce e chitarra acustica per un’introduzione che si apre a soluzioni inaspettate ed a sviluppi diversificati.

Keep It Between The Lines recupera i registri più teneri e delicati della voce di Russell, mentre il title-track si conferma un brano epocale, che Russell aveva dedicato, all’epoca del doppio live suddetto, al suo eroe di tutti i tempi: John Wayne.

Si tratta di grande country-rock, con tanto di entrata di accordion, che peraltro mancava nell’arrangiamento originale.

Bentornato a noi vecchio Russell, leone ancora indomito fra tanti agnellini che tentano la carta del travestimento per cercare il successo. Un grazie anche a Martha Moore, per anni manager del gruppo ed attualmente ‘The Hardest Working Girl In The Record Biz’.


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