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Frequento
un newsgroup americano, una di quelle comunità virtuali in cui si ha in comune
un argomento e ci si scrive per email, e tutti leggono i messaggi di tutti. Bè,
se suonano i Wildfire da qualche parte la notizia qualcuno la scrive, e non
succede così sistematicamente per nessun altro gruppo americano.
Il motivo
è che i ragazzi sono ottimi professionisti, tanto d’aver fatto tutti parte per
un po’ dei New South di J.D. Crowe, ma soprattutto perché suonano con
freschezza ed energia quel bluegrass che sconfina spesso nel newgrass, e
sicuramente fanno un grande show live.
In
quest’ultima situazione non ho avuto il privilegio di sentirli, ma il disco
lascia intendere molto, e m’ha portato a una utile e banale considerazione: ci
sono musicisti che da soli o in combinazione con altri creano quel che si
chiama marchio di fabbrica, o volendo, stile proprio.
In questo
caso i musicisti sono Robert Hale e Scott Vestal. Quest’ultimo non è un
Wildfire effettivo ma un ospite per il disco, per cui bisognerebbe vedere
l’effetto che fa sentirli oggi con Barry Crabtree al banjo, però , sul CD,
l’effetto della combinazione con la chitarra e soprattutto con la voce di Hale,
peraltro non unico lead vocal dato che si divide le canzoni col mandolinista
Darrell Webb, è esclusivo, e colpirà gli appassionati che una decina d’anni fa
già ascoltavano le proposte di blue-newgrass moderno.
Utilità
della considerazione: a quelli nuovi dirò che il gruppo merita per qualità
vocali, strumentali e per scelta del repertorio, ai vecchi mi basterà dire che
i Wildfire sono l’evoluzione dei Livewire, di cui conserviamo quell’unico disco
di dieci anni fa, e di cui ci lamentiamo ancora adesso che manchi il seguito.
Almeno,
fino ad adesso, e so che quanto detto basterà davvero a molti per fidarsi e
cercarli.
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