Ecco un buon esempio di crossover
artistico: Rust Farm non è country, non è folk, non è blues, non è
bluegrass, non è nemmeno acoustic rock. Ma è pieno di quei sapori, seppure in
una chiave colta, molto east-coast (la registrazione viene da Boston), in
bilico tra omaggio e reinvenzione.
Per avere un'idea, pensate ai Cowboys
Junkies in versione acustica o ai primi Crash Test Dummies in una dimensione
meno surreale-mortifera.
Ad animare il duo (allargato per le
session in studio) sono il mandolinista/cantante Chris Moore e il chitarrista
John McGann: insieme firmano tutti e dieci i brani e la fanno strumentalmente
da padroni.
Il suono è fluido, accattivante, un pó
alla Tim O'Brien, con batteria, basso pulsante, qualche inserto di chitarra
elettrica e un continuo rispondersi di mandolino e chitarra.
E i testi, non brutti, spesso affidati a
immagini forti come nell'avvolgente Rust Farm Fire o nella cupa Only
Witness (sembra uscire da un film di Oliver Stone), denotano un talento in
crescita; come se i due autori volessero lavorare su degli stereotipi vagamente
country per adattarli ad una sensibilitá piú moderna, cittadina, digeribili
anche da un pubblico giovanile.
E' in questa prospettiva che si
apprezzeranno, infatti, certe coloriture dissonanti o certe progressioni
armoniche non usuali, anche se il sound di fondo resta quello della tradizione:
orecchiabile, insinuante, ideale per un viaggio in macchina.
Istruzioni per l'uso: non fidatevi della
prima impressione. Le canzoni di Rust Farm si apprezzano ad un secondo o terzo
ascolto, un pó perchè la voce di Moore non è proprio travolgente, un pó perchè
le melodie si inerpicano a volte per sentieri impervi, chiedendo un supplemento
di attenzione.
Ma, insomma, brani come Rose's Bar
& Grill o Until I Know Her Name scivolano via piacevoli, mentre
la strumentale Belfast, costruita come un fluido reel di sapore
irlandese, mostra le singolari capacitá solistiche dei due artisti in
cartellone.