Chooglin': A Tribute To The Songs Of John Fogerty
Artista : A.A.V.V.  
Label: Dren 018
Anno: 2002

Stili:
Roots Rock
Country Rock
di Dino Della Casa

Oramai la pubblicazione dei dischi-tributo è divenuta una mania dilagante, con risultati che coprono l’intero spettro delle possibilità. Questo progetto, voluto da Nial Hood, mente pensante della ennesima indie Dren Records e rodato polistrumentista (lo ricordiamo nella compagine dei Sixty Acres, interessande band di roots-rock) è decisamente un ‘labour of love’ dedicato a John Cameron Fogerty, compositore, chitarriste e cantante di quel gruppo – imprescindibile per comprendere buona parte del rock americano degli ultimi trent’anni – che si chiamava Creedence Clearwater Revival.

Insieme al fratello Tom, al batterista Doug ‘Cosmo’ Clifford ed al bassista Stu Cook (confluito nei Southern Pacific, ma senza ripetere i fasti dei CCR), John Fogerty ha firmato alcuni dei brani di maggiore successo della prima metà degli anni ’70 o, per meglio dire, del quinquennio 1967-1971, quando ancora i singoli-pilota di un disco riuscivano a trascinarsi dietro le vendite dell’album.

Si parte alla grande con Who’ll Stop The Rain (originariamente tratto da Cosmo’s Factory – 1970) e bisogna ammettere che la versione proposta da Mark McKay e Scott Murawski è piuttosto fedele all’originale. Magari McKay (titolare di un pregevole solo per la stessa Dren Records intitolato Nothing Personal) non potrà vantare una voce personale come quella di Fogerty, ma la rilettura è quanto mai rispettosa dell’originale ed il lavoro chitarristico non è da sottovalutare.

Discorso diverso per Hey Tonight (Pendulum – 1970), dove la vocina timida di Meredith Ochs e lo stanco drumming di Jason Beard non rendono giustizia al brano. Non basta la chitarra accattivante di Lawrence Ochs a salvare il lavoro: i Damn Lovelys (questo il nome del gruppo) non risultano all’altezza della situazione.

Wrote A Song For Everyone (Green River – 1969) era una suggestiva ballata dove John Fogerty dava il meglio di sé: misurarsi con materiale a questi livelli risulta pericoloso se non si hanno le spalle musicalmente molto larghe e dispiace dire che Isaac Alexander, lead vocalist dei Big Silver, pare aver addentato un boccone troppo grosso per lui, che pure non fa parte di ‘un gruppetto qualsiasi’, poiché la band è ben amalgamata e la chitarra baritone di Brad Williams ben si fonde con le sonorità più acustiche degli altri.

La versione che compare qui manca di mordente, risulta forse eccessivamente alt.country per convincere appieno.

Have You Ever Seen The Rain? (Pendulum – 1970) ha sempre avuto dalla sua quell’introduzione molto intrigante di chitarra acustica che ricordava vagamente la quasi contemporanea My Sweet Lord (a sua volta oggetto di perplessità relativamente a He’s So Fine – bastaaaa!) e rispolverarla a distanza di oltre trent’anni è operazione ambiziosa. I Frog Holler ci provano con molta sobrietà e sfoggiano un’apertura acustica affidata alla 12 corde di John Kilgore che strapperà certo più di un sorriso malinconico a quanti hanno vissuto i favolosi anni ’60 ed il mitico jingle-jangle sound della 12 corde elettrica Rickenbacker di Roger McGuinn, leader dei Byrds. La performance è senza dubbio fra le cose migliori del disco e prosegue con un passo folk che le conferisce maestosità e pregio.

Darren Schlappich canta bene, anche se il tono è molto laid-back, secondo la migliore tradizione di quello che oggi passa – fra l’altro – come No Depression Sound.

Don’t Look Now (It Ain’t You Or Me) (Willie & The Poor Boys – 1969) era una ballata che originariamente occhieggiava un certo country & western: ebbene, oggi è diventata una ‘figlia illegittima di Johnny Cash’, con il caratteristico ‘boom-chicka-boom sound’ del man in black.

La Ray Mason Band la ripropone con vigore e convinzione, rielaborandola nel rispetto della versione originale, ma mantenendola essenzialmente inalterata. Pregevoli gli a-solo di mandolino e chitarra elettrica (Tom Shea), mentre grande protagonista resta il basso di Stephen Desaulniers.

Up Around The Bend (Cosmo’s Factory – 1970) è un altro osso duro da addentare: la chitarra e la voce di Fogerty raggiungono tassi emozionali eccelsi ed i poveri Gingersol, pur senza risparmiarsi, non risultano all’altezza. L’arrangiamento e la voce di Steve Tagliere sono molto lontani dalle vibrazioni trasmesse dall’originale e neppure le soluzioni pseudo-psichedeliche che vengono poste in essere in un crescendo molto… lisergico non riescono ad alzare il livello generale.

Il brano procede quindi, senza infamia e senza lode, ma il paragone con l’originale – se proprio lo vogliamo fare – lo vede sconfitto.

Keep On Chooglin’ (Bayou Country – 1969) è anch’esso piuttosto fedele all’originale. Quello era tutto giocato sul dualismo voce-chitarra, con implicazioni jam molto particolari e con ampio spazio lasciato alle improvvisazioni dei singoli strumenti, configurazione molto atipica rispetto alle canzoni orecchiabilissime che hanno reso popolare la band dei CCR. La formazione dei Western Electric, side-project di Sid Griffin (ex-Long Ryders e Coal Porters e profondo conoscitore del country-rock caro a Gram Parsons) la rilegge in un modo che sarebbe probabilmente piaciuto ai Beatles di Sgt. Pepper. La chitarra ripete all’infinito il riff del brano, mentre il resto della band divaga sul tema. Gradevole, ma niente più.

It’s Just A Thought (Pendulum – 1970) chiudeva questo grande album con un arrangiamento che ricorda più gli Aphrodite’s Child di It’s Five O’Clock che la band californiana oggetto del tributo. L’organo sostituiva la chitarra in questo brano, certo non fra i più noti del repertorio di Fogerty & soci e l’interpretazione che ci viene da tale Scott McKnight risulta concettualmente più vicina allo stile dei CCR di quanto non risultasse l’originale. In questa sede il ritmo viene sottolineato da basso e batteria, fino a trasformarsi in una classica ballata western, dove i fiati creano un contrasto nettissimo, ma non per questo negativo: proposta stimolante.

Lodi (Green River – 1969) è un altro dei cavalli di battaglia dei Creedence, gode del tipico Creedence-sound ed è dedicata all’omonima cittadina californiana.

La misteriosa band dei Calico Bind, dove il produttore del disco Niall Hood milita al basso, ce la mette proprio tutta ed (l’iniziale) lavoro chitarristico di Scott Wade è degno di più di un plauso per quel sound così volutamente retrò da strappare un convinto applauso.

Non altrettanto possiamo dire della cantante Melinda McPeek, che risulta inadeguata alla luce del risultato finale.

Lookin’ Out My Back Door (Cosmo’s Factory – 1970) è davvero un pezzo difficile da rendere, soprattutto se non si vuole sfigurare nel confronto con il grande originale (considerate che i Creedence hanno pubblicato per la prima volta brani come Travelin’ Band, Lookin’ Out My Back Door, Run Through The Jungle, Up Around The Bend, Who’ll Stop The Rain e Long As I Can See The Light nello stesso LP). Ci riesce molto bene John Jorgenson (ex-compagno di ventura di Chris Hillman nella Desert Rose Band all’inizio degli anni ’90) con una performance degna del migliore Country-Rock (maiuscolo, mi raccomando) stile anni ’70.

John è un virtuoso della chitarra e ce lo dimostra in questa occasione, senza sfigurare neppure come mandolinista e cantante.

Grandi anche Jim Mills al banjo (con Herb Pedersen ben in mente) e Andy Leftwich al fiddle: un altro punto di forza dell’intero progetto, se non addirittura il brano migliore.

Someday Never Comes (Mardi Gras – 1972) non rientra nei brani più noti dei Creedence, ma vanta un testo dolcissimo che tratta dell’insicurezza di un adolescente che, seppure cresciuto, non riesce a trovare le risposte alle domande che si era posto in gioventù.

The Good Sons, band interessante che aveva avuto almeno un paio di albums interessanti nella seconda metà degli anni ’90 (Singing The Glory Down è del 1995), ci fornisce una versione con un buon lavoro chitarristico (Phil Abram) e vocale (Michael Weston King).

Born On The Bayou (Born On The Bayou – 1969) è facilmente assimilabile a Keep On Chooglin’ per le inconfondibili sonorità ‘anomale’ nell’economia stilistica dei Creedence.

La band dei Weisstronauts ce la propone drappeggiata di psichedelia pura stile California acida, con svisate elettriche che tanto ricordano i trip dei gruppi di San Francisco a-la Jefferson Airplane prima maniera.

Fight Fire non è propriamente accreditata al repertorio dei CCR, in quanto risulta inclusa nell’unico LP che la band aveva inciso nel 1966 per l’etichetta Scorpio con il nome di Gollywogs.

Se l’originale era talmente ingenuo da far sorridere, tanto il sound ‘sixty’ è smaccatamente evidente, questa rilettura a cura dei Badpack è quanto mai fedele, ma senza quella eccessiva ingenuità di cui sopra. Bella la voce di Frank Brown; peccato non poterne sapere di più.

Run Through The Jungle (Cosmo’s Factory – 1970) vede all’opera la classica ‘one-man band’ – se si eccettua l’apporto di Melanie Bliden al basso – nella persona di Eric ‘Roscoe’ Ambel, produttore fra i più quotati nell’ambito del roots-rock ed eccellente polistrumentista.

Brano-manifesto dei Creedence, questa cover è piuttosto dura e spigolosa, con la voce che si avvicina a quella del Fogerty d’annata.

Bad Moon Rising (Green River – 1969) è stato un altro grossissimo successo nella sua versione originale di country & western profumato di California, con quel suo passo provocatorio e disincantato scandito dal vocione di John Fogerty.

Il gruppo chiamato Mary Janes ci propone una versione introdotta dal rumore di un elicottero in avvicinamento (?), che si apre ad un’interpretazione minimalista, quasi sussurrata, come se Margo Timmins dei Cowboy Junkies avesse suggerito gli arrangiamenti: mossa sbagliata, almeno rispetto alla grinta dell’originale.

Long As I Can See The Light (Cosmo’s Factory – 1970) è un lento che ha spopolato durante le ‘festine in casa’ che hanno contraddistinto le domeniche pomeriggio di un’intera generazione di – ahinoi – ultraquarantenni.

I Bellwether di Eric Louma sono una blasonata band di roots-rock con tre albums all’attivo. Louma canta con voce soffusa ed è interprete di un suono invernale e raccolto, intimista a tratti, ma sempre estremamente personale.

La cover in oggetto è molto vicina alle soluzioni stilistiche alle quali il gruppo si è avvicinato con l’ultimo CD Home Late e risulta estremamente pregevole.

Penthouse Pauper (Bayou Country – 1969) è facilmente riconducibile al sound che ha inconfondibilmente contraddistinto questo album, con le sue tinte fosche e tenebrose, le sue sonorità umide e nebulose, concettualmente lontane dalle più solari Lookin’ Out My Back Door o Lodi.

La band Star City (un CD all’attivo) la rilegge in chiave meno bluesata ed ancora più vicina - se possibile - allo spirito dell’album di provenienza.

In conclusione, come ogni progetto che accomuna interpreti diversi fra loro, per esperienza e per livello qualitativo, risulta un poco disomogeneo: esiste certamente il comune denominatore rappresentato dalla penna compositiva di John Fogerty, ma alcune interpretazioni prestano il fianco a qualche critica.

Molto positive le performances di John Jorgenson, Frog Holler, Ray Mason Band Calico Band, Good Sons e Bellwether.

Un’ultima indicazione: se vi interessa fare un confronto personale con gli originali, risulta imprescindibile l’acquisto del box che la Fantasy ha ristampato ultimamente, contenente l’intera produzione dei Creedence Clearwater Revival, compreso il materiale come Golliwogs.

Detto questo, resta comunque il fatto che il raffronto con gli originali non è mandatorio, serve solo a comprendere meglio lo spirito del lavoro. Un grazie a Francesco Ronchetti di Modena.


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