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Oramai la
pubblicazione dei dischi-tributo è divenuta una mania dilagante, con risultati
che coprono l’intero spettro delle possibilità. Questo progetto, voluto da Nial
Hood, mente pensante della ennesima indie Dren Records e rodato
polistrumentista (lo ricordiamo nella compagine dei Sixty Acres, interessande
band di roots-rock) è decisamente un ‘labour of love’ dedicato a John Cameron
Fogerty, compositore, chitarriste e cantante di quel gruppo – imprescindibile
per comprendere buona parte del rock americano degli ultimi trent’anni – che si
chiamava Creedence Clearwater Revival.
Insieme
al fratello Tom, al batterista Doug ‘Cosmo’ Clifford ed al bassista Stu Cook
(confluito nei Southern Pacific, ma senza ripetere i fasti dei CCR), John
Fogerty ha firmato alcuni dei brani di maggiore successo della prima metà degli
anni ’70 o, per meglio dire, del quinquennio 1967-1971, quando ancora i
singoli-pilota di un disco riuscivano a trascinarsi dietro le vendite
dell’album.
Si parte
alla grande con Who’ll Stop The Rain (originariamente tratto da Cosmo’s
Factory – 1970) e bisogna ammettere che la versione proposta da Mark McKay
e Scott Murawski è piuttosto fedele all’originale. Magari McKay (titolare di un
pregevole solo per la stessa Dren Records intitolato Nothing Personal)
non potrà vantare una voce personale come quella di Fogerty, ma la rilettura è
quanto mai rispettosa dell’originale ed il lavoro chitarristico non è da
sottovalutare.
Discorso
diverso per Hey Tonight (Pendulum – 1970), dove la vocina timida
di Meredith Ochs e lo stanco drumming di Jason Beard non rendono giustizia al brano.
Non basta la chitarra accattivante di Lawrence Ochs a salvare il lavoro: i Damn
Lovelys (questo il nome del gruppo) non risultano all’altezza della situazione.
Wrote
A Song For Everyone
(Green River – 1969) era una suggestiva ballata dove John Fogerty dava
il meglio di sé: misurarsi con materiale a questi livelli risulta pericoloso se
non si hanno le spalle musicalmente molto larghe e dispiace dire che Isaac
Alexander, lead vocalist dei Big Silver, pare aver addentato un boccone troppo
grosso per lui, che pure non fa parte di ‘un gruppetto qualsiasi’, poiché la
band è ben amalgamata e la chitarra baritone di Brad Williams ben si fonde con
le sonorità più acustiche degli altri.
La versione che compare qui manca di
mordente, risulta forse eccessivamente alt.country per convincere appieno.
Have You Ever Seen The Rain?
(Pendulum –
1970) ha sempre avuto dalla sua quell’introduzione molto intrigante di chitarra
acustica che ricordava vagamente la quasi contemporanea My Sweet Lord (a
sua volta oggetto di perplessità relativamente a He’s So Fine –
bastaaaa!) e rispolverarla a distanza di oltre trent’anni è operazione
ambiziosa. I Frog Holler ci provano con molta sobrietà e sfoggiano un’apertura
acustica affidata alla 12 corde di John Kilgore che strapperà certo più di un
sorriso malinconico a quanti hanno vissuto i favolosi anni ’60 ed il mitico
jingle-jangle sound della 12 corde elettrica Rickenbacker di Roger McGuinn,
leader dei Byrds. La performance è senza dubbio fra le cose migliori del disco
e prosegue con un passo folk che le conferisce maestosità e pregio.
Darren
Schlappich canta bene, anche se il tono è molto laid-back, secondo la migliore
tradizione di quello che oggi passa – fra l’altro – come No Depression Sound.
Don’t
Look Now (It Ain’t You Or Me) (Willie & The Poor Boys – 1969) era una
ballata che originariamente occhieggiava un certo country & western:
ebbene, oggi è diventata una ‘figlia illegittima di Johnny Cash’, con il
caratteristico ‘boom-chicka-boom sound’ del man in black.
La Ray
Mason Band la ripropone con vigore e convinzione, rielaborandola nel rispetto
della versione originale, ma mantenendola essenzialmente inalterata. Pregevoli
gli a-solo di mandolino e chitarra elettrica (Tom Shea), mentre grande
protagonista resta il basso di Stephen Desaulniers.
Up
Around The Bend
(Cosmo’s Factory – 1970) è un altro osso duro da addentare: la chitarra e la
voce di Fogerty raggiungono tassi emozionali eccelsi ed i poveri Gingersol, pur
senza risparmiarsi, non risultano all’altezza. L’arrangiamento e la voce di
Steve Tagliere sono molto lontani dalle vibrazioni trasmesse dall’originale e
neppure le soluzioni pseudo-psichedeliche che vengono poste in essere in un
crescendo molto… lisergico non riescono ad alzare il livello generale.
Il brano
procede quindi, senza infamia e senza lode, ma il paragone con l’originale – se
proprio lo vogliamo fare – lo vede sconfitto.
Keep
On Chooglin’ (Bayou
Country – 1969) è anch’esso piuttosto fedele all’originale. Quello era
tutto giocato sul dualismo voce-chitarra, con implicazioni jam molto
particolari e con ampio spazio lasciato alle improvvisazioni dei singoli
strumenti, configurazione molto atipica rispetto alle canzoni orecchiabilissime
che hanno reso popolare la band dei CCR. La formazione dei Western Electric,
side-project di Sid Griffin (ex-Long Ryders e Coal Porters e profondo
conoscitore del country-rock caro a Gram Parsons) la rilegge in un modo che
sarebbe probabilmente piaciuto ai Beatles di Sgt. Pepper. La chitarra ripete
all’infinito il riff del brano, mentre il resto della band divaga sul tema.
Gradevole, ma niente più.
It’s
Just A Thought (Pendulum
– 1970) chiudeva questo grande album con un arrangiamento che ricorda più gli
Aphrodite’s Child di It’s Five O’Clock che la band californiana oggetto
del tributo. L’organo sostituiva la chitarra in questo brano, certo non fra i
più noti del repertorio di Fogerty & soci e l’interpretazione che ci viene
da tale Scott McKnight risulta concettualmente più vicina allo stile dei CCR di
quanto non risultasse l’originale. In questa sede il ritmo viene sottolineato
da basso e batteria, fino a trasformarsi in una classica ballata western, dove
i fiati creano un contrasto nettissimo, ma non per questo negativo: proposta
stimolante.
Lodi (Green River – 1969) è un
altro dei cavalli di battaglia dei Creedence, gode del tipico Creedence-sound
ed è dedicata all’omonima cittadina californiana.
La
misteriosa band dei Calico Bind, dove il produttore del disco Niall Hood milita
al basso, ce la mette proprio tutta ed (l’iniziale) lavoro chitarristico di
Scott Wade è degno di più di un plauso per quel sound così volutamente retrò da
strappare un convinto applauso.
Non
altrettanto possiamo dire della cantante Melinda McPeek, che risulta inadeguata
alla luce del risultato finale.
Lookin’
Out My Back Door
(Cosmo’s Factory – 1970) è davvero un pezzo difficile da rendere,
soprattutto se non si vuole sfigurare nel confronto con il grande originale
(considerate che i Creedence hanno pubblicato per la prima volta brani come Travelin’
Band, Lookin’ Out My Back Door, Run Through The Jungle, Up
Around The Bend, Who’ll Stop The Rain e Long As I Can See The
Light nello stesso LP). Ci riesce molto bene John Jorgenson (ex-compagno di
ventura di Chris Hillman nella Desert Rose Band all’inizio degli anni ’90) con
una performance degna del migliore Country-Rock (maiuscolo, mi raccomando)
stile anni ’70.
John è un
virtuoso della chitarra e ce lo dimostra in questa occasione, senza sfigurare
neppure come mandolinista e cantante.
Grandi anche
Jim Mills al banjo (con Herb Pedersen ben in mente) e Andy Leftwich al fiddle:
un altro punto di forza dell’intero progetto, se non addirittura il brano
migliore.
Someday
Never Comes (Mardi
Gras – 1972) non rientra nei brani più noti dei Creedence, ma vanta un
testo dolcissimo che tratta dell’insicurezza di un adolescente che, seppure
cresciuto, non riesce a trovare le risposte alle domande che si era posto in
gioventù.
The Good
Sons, band interessante che aveva avuto almeno un paio di albums interessanti
nella seconda metà degli anni ’90 (Singing The Glory Down è del 1995),
ci fornisce una versione con un buon lavoro chitarristico (Phil Abram) e vocale
(Michael Weston King).
Born
On The Bayou (Born
On The Bayou – 1969) è facilmente assimilabile a Keep On Chooglin’
per le inconfondibili sonorità ‘anomale’ nell’economia stilistica dei
Creedence.
La band
dei Weisstronauts ce la propone drappeggiata di psichedelia pura stile
California acida, con svisate elettriche che tanto ricordano i trip dei gruppi
di San Francisco a-la Jefferson Airplane prima maniera.
Fight
Fire non è
propriamente accreditata al repertorio dei CCR, in quanto risulta inclusa
nell’unico LP che la band aveva inciso nel 1966 per l’etichetta Scorpio con il
nome di Gollywogs.
Se
l’originale era talmente ingenuo da far sorridere, tanto il sound ‘sixty’ è
smaccatamente evidente, questa rilettura a cura dei Badpack è quanto mai
fedele, ma senza quella eccessiva ingenuità di cui sopra. Bella la voce di
Frank Brown; peccato non poterne sapere di più.
Run
Through The Jungle
(Cosmo’s Factory – 1970) vede all’opera la classica ‘one-man band’ – se
si eccettua l’apporto di Melanie Bliden al basso – nella persona di Eric
‘Roscoe’ Ambel, produttore fra i più quotati nell’ambito del roots-rock ed
eccellente polistrumentista.
Brano-manifesto
dei Creedence, questa cover è piuttosto dura e spigolosa, con la voce che si
avvicina a quella del Fogerty d’annata.
Bad
Moon Rising (Green
River – 1969) è stato un altro grossissimo successo nella sua versione
originale di country & western profumato di California, con quel suo passo
provocatorio e disincantato scandito dal vocione di John Fogerty.
Il gruppo
chiamato Mary Janes ci propone una versione introdotta dal rumore di un elicottero
in avvicinamento (?), che si apre ad un’interpretazione minimalista, quasi
sussurrata, come se Margo Timmins dei Cowboy Junkies avesse suggerito gli
arrangiamenti: mossa sbagliata, almeno rispetto alla grinta dell’originale.
Long
As I Can See The Light (Cosmo’s Factory – 1970) è un lento che ha spopolato durante
le ‘festine in casa’ che hanno contraddistinto le domeniche pomeriggio di
un’intera generazione di – ahinoi – ultraquarantenni.
I
Bellwether di Eric Louma sono una blasonata band di roots-rock con tre albums
all’attivo. Louma canta con voce soffusa ed è interprete di un suono invernale
e raccolto, intimista a tratti, ma sempre estremamente personale.
La cover
in oggetto è molto vicina alle soluzioni stilistiche alle quali il gruppo si è
avvicinato con l’ultimo CD Home Late e risulta estremamente pregevole.
Penthouse
Pauper (Bayou
Country – 1969) è facilmente riconducibile al sound che ha
inconfondibilmente contraddistinto questo album, con le sue tinte fosche e
tenebrose, le sue sonorità umide e nebulose, concettualmente lontane dalle più
solari Lookin’ Out My Back Door o Lodi.
La band
Star City (un CD all’attivo) la rilegge in chiave meno bluesata ed ancora più
vicina - se possibile - allo spirito dell’album di provenienza.
In
conclusione, come ogni progetto che accomuna interpreti diversi fra loro, per
esperienza e per livello qualitativo, risulta un poco disomogeneo: esiste
certamente il comune denominatore rappresentato dalla penna compositiva di John
Fogerty, ma alcune interpretazioni prestano il fianco a qualche critica.
Molto positive le performances di John Jorgenson, Frog
Holler, Ray Mason Band Calico Band, Good Sons e Bellwether.
Un’ultima
indicazione: se vi interessa fare un confronto personale con gli originali,
risulta imprescindibile l’acquisto del box che la Fantasy ha ristampato
ultimamente, contenente l’intera produzione dei Creedence Clearwater Revival,
compreso il materiale come Golliwogs.
Detto
questo, resta comunque il fatto che il raffronto con gli originali non è mandatorio,
serve solo a comprendere meglio lo spirito del lavoro. Un grazie a Francesco
Ronchetti di Modena.
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