Captain Swing
Artista : Michelle Shocked  
Label: Polygram SNIR 25134
Anno: 1989

Stili:
Folk
Singer Songwriter
Country Acustico
di Fabrizio Genchi
Michelle Shocked

Cessati gli echi del precedente disco Short Sharp Shocked così, per certi versi, sorprendente per come si in­seriva nel momento caldo della riva­lutazione del filone delle donne cantautrici, Michelle sembra rincorrere un'immagine, più desiderata che reale, di interprete a tutto campo.

E' effettiva­mente un problema di ruolo, ne è pos­sibile disconoscere che la sua figura di esordiente non fosse particolarmente adatta a raggiungere il grande pubblico e la notorietà.


Il ricordo della sua prima opera The Texas Campfire Tapes è patrimonio dei pochi che la comprarono all'epoca come materiale d'importa­zione, isolata testimonianza di un disa­gio giovanile che riadattava i temi della ribellione all'establishment, una produ­zione coraggiosa senza nessuna preoc­cupazione formale di edizione.

Era una ragazza con la chitarra acustica che de­scriveva con dignità non comuni po­sizioni radicali in un contesto estrema­mente ostile.

Di qui un ostinato pessimi­smo che colorava (di nero) anche il suo aspetto esteriore.


Esile, mascolina, con i capelli a spazzola, immobile davanti al microfono che faticava ad amplificare quel filo di voce. Pareva destinata alla scomparsa artistica, liquidata in breve da un mondo discografico che non sembrava apparte­nerle e che l'aveva voluta per caso. At­tenti alle variabili impazzite di quel mon­do, avevamo però avuto un'attenzione particolare per questo personaggio e la sensazione che potesse avvenire una mutazione positiva da quelle premesse.


Le novità successive contenute in Short Sharp Shocked non ci avevano colti impreparati e non fu per noi che una conferma che quelle striminzite canzoni erano delle buone canzoni senza con­torno e che la ragazza valeva. Il distacco da quel cliché triste, si è però definitivamente compiuto con questo terzo disco.

Traspare una serenità prima total­mente assente nelle composizioni ed una spigliatezza esecutiva che ci fa im­maginare che il, pur contenuto, suc­cesso sia una iniezione di positiva fiducia sul morale di Michelle.


Funerea rimane purtroppo la copertina del disco anche se contiene simboli di speranza. Non si può certo pretendere troppo, per­ché certe connaturate propensioni esi­stenziali e autodistruttive sono indub­biamente attraenti in quanto diverse.

I testi delle canzoni sono intelli­genti, meno acidi e fatalisti, mirano ai sentimenti ma al loro interno si rinven­gono tracce sfumate di critica sociale e politica.


Intimismo e meditazione tengo­no lontana la banalità. Il disco si articola in dieci brevi quadri non omogenei, perché Michelle si cimenta forse troppo arditamente in canzoni che spaziano nei generi più diversi.

Certo la sua voce è molto cresciuta, più definita ed intonata, decisa e sicura, ma manca ancora la versatilità per affrontare una varietà di interpretazioni quale quella richiesta da musiche che si dissolvono in rapida successione.


La voce insegue l'arrangiamento sofistica­to di una canzone orchestrata quale Too Little Too Late, poi si rilassa nel ritmo lento di Looks Like Mona Lisa, per poi scatenarsi nel rock and roll con singulto ed urletti in My Little Sister.

Non mancano neppure i brani che ammiccano al cool jazz con interpretazione alla Suzanne Vega come Street Corner Ambassador o al dixieland di Must Be Luff.

La parte migliore del disco è però rappresentata da quelle canzoni dove è presente una buona dose di sanguigno rhythm and blues.


Dietro a tutto rimane Pete Anderson, vero deus ex macchina produttore e chitarrista dal suono cri­stallino; lui ha realizzato la svolta decisiva nella vita artistica di Michelle e lui ha foderato le canzoni scarne ed essen­ziali di questi arrangiamenti, tondi e piacevoli.

Alla fine dunque il risultato è interessante e l'ascoltatore è divertito.


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