Hey You
Artista : Jack Ingram  
Label: Lucky Day ACK 6985O
Anno: 1999

Stili:
New Traditionalist
Traditional Country
di Dino Della Casa
Scherzi a parte, si tratta di un album maturo, che ci restituisce un personaggio dalla caratura elevata, che dobbiamo assoluta

Dal 1993 Jack Ingram ha pubblicato quattro albums (questo è il quinto). Interprete dapprima di un country-sound fortemente influenzato dagli umori del natio Texas, col tempo Jack, coadiuvato dalla fida band dei Beat-Up Ford, si è creato una solida personalità autonoma, un sound tutto suo, che ben si evidenzia in questo Hey You, che ne vede l'esordio per l'etichetta Lucky Dog (la stessa dei fratelli Robison, tanto per intenderci), distribuita dalla major Sony.


Il contenuto del disco si bilancia fra la ballata classica (vedi l'iniziale Biloxi) ed il country che occhieggia sane sonorità roots (il notevole title-track Hey You, con il drumming che ricorda gli indimenticati Poco di A Good Feelin' To Know, Talk About e Feel Like l'm Falling In Love, fra le cose migliori del disco, con quel suo piglio grintoso ed ammiccante al glorioso country-rock stile ani '70).

Il sound poggia in maniera rilevante sul ruolo della chitarra elettrica, rendendo così il risultato globale molto solido e corposo, un muro sonoro sul quale la voce grintosa del nostro resta saldamente aggrappata.


Anche il ruolo solista non è certo trascurabile (How Many Days esemplifica il concetto oltre ogni possibile dubbio: una performance che sprizza grinta ed impegno da vendere, degna del più stagionato rocker).

Il mandolino introduce la ballata Work This Out, decisa e scandita, condita da un organo discreto che, in sottofondo, cuce un tessuto sonoro molto gradevole, in contrasto con la chitarra acustica che deve qualcosa alle concessioni country ad opera degli Stones (leggi Honky-tonk Women).

Piuttosto rootsy risulta poi Barbie Doll, con il solito mandolino prepotente a riempire i vuoti della voce (e che voce...).


Se Jack è texano (eccome se lo è) non può esimersi dal rendere omaggio allo shuffle e lo fa giustamente con Anymore Good Loving, grande song, con basso e chitarra elettrica solista in evidenza: siamo su livelli non comuni.

Inna From Mexico riprende il filone degli immigrati clandestini dal vicino Mexico e traccia il ritratto di una madre e del figlio di dodici anni, in cerca rispettivamente di un marito e di un padre, con tutte le implicazioni introspettive del caso. Ballata scarna ed amara, vissuta tutta sulla voce e sulla lamentosa slide: drammatica.

Si torna a roccare alla grande, anzi grandissima, con la trascinante Mustang Bum. Tiro a mille, chitarre che rombano nella notte, siano esse le ritmiche che tengono il tempo o la solista elettrica che irrompe in maniera prepotente in un paio di occasioni.


Non c'è calo di tensione in questo finale di album, fra le cose migliori del repertorio del nostro, pur tutto giocato su livelli piuttosto rilevanti. L'arrivederci di Jack ci arriva sulle note tex-mex di Juanita, accattivante esercizio di border-sound con l'accordion in sottofondo e l'acustica solista che sfavilla in concomitanza con il verso in cui - a malincuore, penso - Jack ammette che la ragazza di turno può tenersi tutto ciò che gli appartiene, anche i dischi di Willie Nelson (no... quelli no, per favore...).

Scherzi a parte, si tratta di un album maturo, che ci restituisce un personaggio dalla caratura elevata, che dobbiamo assolutamente conoscere.


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