Scherzi a parte, si tratta di un album maturo, che ci restituisce un
personaggio dalla caratura elevata, che dobbiamo assoluta
Dal 1993 Jack Ingram ha
pubblicato quattro albums (questo è il quinto). Interprete dapprima di un
country-sound fortemente influenzato dagli umori del natio Texas, col tempo
Jack, coadiuvato dalla fida band dei Beat-Up Ford, si è creato una solida
personalità autonoma, un sound tutto suo, che ben si evidenzia in questo Hey
You, che ne vede l'esordio per l'etichetta Lucky Dog (la stessa dei
fratelli Robison, tanto per intenderci), distribuita dalla major Sony.
Il contenuto del disco si
bilancia fra la ballata classica (vedi l'iniziale Biloxi) ed il country
che occhieggia sane sonorità roots (il notevole title-track Hey You, con
il drumming che ricorda gli indimenticati Poco di A Good Feelin' To Know,
Talk About e Feel Like l'm Falling In Love, fra le cose migliori
del disco, con quel suo piglio grintoso ed ammiccante al glorioso country-rock
stile ani '70).
Il sound poggia in
maniera rilevante sul ruolo della chitarra elettrica, rendendo così il
risultato globale molto solido e corposo, un muro sonoro sul quale la voce
grintosa del nostro resta saldamente aggrappata.
Anche il ruolo solista
non è certo trascurabile (How Many Days esemplifica il concetto oltre
ogni possibile dubbio: una performance che sprizza grinta ed impegno da
vendere, degna del più stagionato rocker).
Il mandolino introduce la
ballata Work This Out, decisa e scandita, condita da un organo discreto
che, in sottofondo, cuce un tessuto sonoro molto gradevole, in contrasto con la
chitarra acustica che deve qualcosa alle concessioni country ad opera degli
Stones (leggi Honky-tonk Women).
Piuttosto rootsy risulta
poi Barbie Doll, con il solito mandolino prepotente a riempire i vuoti
della voce (e che voce...).
Se Jack è texano (eccome
se lo è) non può esimersi dal rendere omaggio allo shuffle e lo fa giustamente
con Anymore Good Loving, grande song, con basso e chitarra elettrica
solista in evidenza: siamo su livelli non comuni.
Inna From Mexico riprende il filone degli
immigrati clandestini dal vicino Mexico e traccia il ritratto di una madre e
del figlio di dodici anni, in cerca rispettivamente di un marito e di un padre,
con tutte le implicazioni introspettive del caso. Ballata scarna ed amara,
vissuta tutta sulla voce e sulla lamentosa slide: drammatica.
Si torna a roccare alla
grande, anzi grandissima, con la trascinante Mustang Bum. Tiro a mille,
chitarre che rombano nella notte, siano esse le ritmiche che tengono il tempo o
la solista elettrica che irrompe in maniera prepotente in un paio di occasioni.
Non c'è calo di tensione
in questo finale di album, fra le cose migliori del repertorio del nostro, pur
tutto giocato su livelli piuttosto rilevanti. L'arrivederci di Jack ci arriva
sulle note tex-mex di Juanita, accattivante esercizio di border-sound
con l'accordion in sottofondo e l'acustica solista che sfavilla in concomitanza
con il verso in cui - a malincuore, penso - Jack ammette che la ragazza di
turno può tenersi tutto ciò che gli appartiene, anche i dischi di Willie Nelson
(no... quelli no, per favore...).
Scherzi a parte, si
tratta di un album maturo, che ci restituisce un personaggio dalla caratura
elevata, che dobbiamo assolutamente conoscere.