Leggerete cose turche su
questo album, vedrete ben poche stellette o palline nei giudizi delle riviste,
e potrete notare un po’ di fiele anche nelle parole di recensori usualmente
molto generosi. Parlo delle riviste americane, naturalmente, sempre molto
attente al rispetto del consumatore. Gli è, fondamentalmente, che questo non è
un disco nuovo, ma è stato presentato come tale (o almeno senza dire che dentro
non c’è una canzone nuova che sia una) in un momento di discreta gloria per
Marty Stuart, evidentemente nel tentativo di sfruttare l’attuale sua popolarità
per vendere un po’ di più.
Once Upon A Time, in effetti, è solo una raccolta
di pezzi (e di buono c’è che sono tantini, 16) da vecchi dischi della Nashville
Grass, con o senza Lester Flatt, dischi registrati in un ampio e non precisato
lasso di tempo, e tra l’altro ancora disponibili in grande maggioranza come LP.
Stuart è ovviamente la stella della raccolta, che tira a mettere in bella
evidenza la sua bravura strumentale, ed è in questo ottimamente sostenuto dai
vari Curly Sechler, Kenny Ingram (mio idolo da tempo), Charlie Nixon (idolo di
sua sorella e pochi altri…), Tater Tate, Blake Williams e Pete Corum. E Lester,
che per primo seppe capire che in quel ragazzino di 12 anni da Philadelphia,
Mississippi, c’era molto di buono.
Che altro dire? Nulla di
nuovo, copertina allucinogena e allucinante, niente date nemmeno per sbaglio,
registrazioni quasi migliori dal vivo che in studio, band ineccepibile ma
fantasia poca (meglio alcuni degli originali, specialmente quelli registrati ai
festival), un andazzo genericamente da disimpegno e senza un indirizzo preciso
di compilazione. La band è buona e Stuart è bravo, ma tutto finisce qui.
C’è di buono che da noi
pochi avranno gli LP originali, quindi il consumatore non si offenderà per la
presa in giro. Ma adesso mi tocca vendere un CD…