Nashville Sound
Il rock’n’roll ebbe sulla società statunitense l’impatto di una vera e propria deflagrazione. Era la metà degli anni ’50. I suoni di questo nuovo genere musicale in realtà erano già stati quasi definiti, mancava solo l’elemento che facesse emergere in superficie una realtà che da qualche tempo viveva nell’underground. L’elemento fu Elvis Presley, affiancato da una schiera di altri grandi rocker. Questo ragazzone del Tennessee si dimostrò perfetto per i mass media nazionali, all’inizio disorientati e indecisi sul da farsi, per individualizzare un fenomeno sociale, facendolo diventare a breve un fatto di costume e moda, per trasformare l’irrazionale desiderio di ribellione di un’intera generazione in un vero e proprio supermercato di musica e abbigliamento.

Il rock’n’roll col suo avvento spazzò via tutto. Nel giro di poco tempo tutta l’attenzione dei media e dei giovani fu indirizzata verso questi rocker impomatati. Le vendite dei dischi degli altri generi musicali normalmente sostenute anche dai giovani – dal Dopoguerra disponevano di maggior quantità di denaro, e il mercato di conseguenza non poteva non tenerne conto -, subirono una forte flessione.

I produttori di Nashville, che avevano buon fiuto, sentirono con un certo anticipo che le cose stavano cambiando. Per troppo tempo, secondo costoro, i suoni del country erano rimasti fermi, legati all’immagine dei ‘balli del granaio’, delle ‘jam nell’aia’, della musica dalla forte connotazione rurale. La gente del Sud in cerca di lavoro aveva da tempo raggiunto le grandi città del Nord, e lì continuò ad ascoltare country music. Ora, però, bisognava fare ascoltare la musica country anche agli altri cittadini, gente che aveva scordato di avere origini rurali, ammesso che le avesse. Come? Adeguandosi ai loro gusti. Quindi, secondo i più tradizionalisti, snaturandola.

Banjo e mandolino vennero completamente esclusi dalle nuove produzioni. Per non parlare di autoharp, dulcimer e qualsiasi altro strumento potesse far pensare al Sud campagnolo. Si smise di chiamare ‘fiddle’ il violino, e non lo si lasciò più solo: da quel momento si utilizzavano intere sezioni d’archi che si alternavano ai famosi Jordainers e ad altri efficienti coretti. Le voci soliste si fecero pop nell’impostazione, la scelta del repertorio attenta ad interessare il più vasto pubblico possibile.

Siamo nel 1957, in pieno boom del rock’n’roll. Dietro questa operazione, perché di operazione si tratta, c’erano capaci produttori, alla testa dei quali il già famoso Owen Bradley, e Chet Atkins, uno dei migliori chitarristi di allora, grande frequentatore degli studi di registrazione e produzione. La RCA Victor gli propose quell’anno la carica di responsabile della divisione country dell’etichetta.

Da qui cominciarono i grandi lavori di restauro che, se da una parte effettivamente snaturarono la country music nel contenuto e nell’immagine, dall’altro diedero continuità ad un genere musicale che davvero rischiava di rimanere relegato entro i confini geografici e culturali di una zona degli Stati Uniti, mentre altrove era destinato a soccombere di fronte ad una industria discografica agguerrita e sempre pronta al nuovo.

Il cosiddetto Nashville Sound mantenne in piedi l’industria discografica country e le permise di raccogliere grandi successi per tutti gli anni ’60 e buona parte dei ’70.
Durante i ‘60 il Bakersfield sound contrastò con arrangiamenti più grezzi il suono pop di Nashville, e nei ’70, prima che il Nashville sound cominciasse a evolversi in urban country e countrypolitan, ci pensarono gli outlaw e i singer songwriter texani.
Anche a Nashville, infine, giunse il desiderio di tornare ai suoni del traditional country, ma questo non avvenne prima degli anni ’80, quando una manciata di new traditionalist fece rientrare massicciamente in studio alcuni degli strumenti dimenticati da tempo e riabbracciando, rinvigorendoli, i vecchi stili del passato.
Ma il pop non ha mai lasciato Nashville, dalla seconda metà degli anni ’80 il new country ha infatti riscosso un enorme successo mondiale solo per aver aggiunto, tenendo anche in considerazione i gusti dei neo tradizionalisti, l’ingrediente rock alla ricetta del Nashville sound, una formula che da molti decenni, con opportune modifiche, si dimostra intramontabile.

I nomi più importanti del Nashville sound degli anni ’60 e ’70 sono stati quelli di Jim Reeves, Patsy Cline, Don Gibson, Ray Price, Marty Robbins, Floyd Cramer, Eddy Arnold, Porter Wagoner, Dolly Parton.
QUALCHE ARTISTA...
Patsy Cline
Chet Atkins
Eddy Arnold
Willie Nelson
Torna indietro
Segnala la pagina
parola:
dove:
A B C D E F G H I
J K L M N O P Q R
S T U V W X Y Z

design & powered in 2005 by Nora Pezzoli | cookies policy